Dieci anni possono essere tanti o pochi, dipende dalle prospettive e dagli ambiti. Di sicuro corrono veloci. Il Neurocentro fino a dieci anni fa neppure esisteva. Ora è una realtà affermata. «Non siamo neppure arrivati alla pubertà», sottolinea Alain Kaelin, direttore medico e scientifico. «Siamo all’inizio di un viaggio. Siamo contenti di quanto raggiunto, ma c’è ancora molto da fare». L’istituto era nato come risposta alle necessità di un cantone che si sentiva isolato, solo con le sue patologie, ma anche all’esplosione delle conoscenze nel settore, che richiedevano proprio un centro di questo tipo, multidisciplinare.

Attività ambulatoriale triplicata

In questo breve lasso di tempo, il Neurocentro è cambiato parecchio. Kaelin spiega: «All’inizio si trattava di un’iniziativa pionieristica. Oggi le possibilità terapeutiche sono migliorate. Basti pensare al trattamento dei casi di ictus. E si è sviluppata tutta la neuroradiologia interventistica, così come nuove cure si sono aggiunte per emicrania ed epilessia. La neurologia era vista come una disciplina contemplativa, intellettuale: l’approccio è cambiato. Per quanto riguarda i pazienti, l’attività ambulatoriale è quasi triplicata: vediamo quasi tre volte più pazienti rispetto a dieci anni fa, ci sono nuove possibilità, un bisogno diverso. Le degenze sono più brevi», anche come risposta alla pressione finanziaria. Certo, ci sono anche degli aspetti negativi, a cominciare dall’aumento di casi relativi a malattie neurodegenerative, come Alzheimer e Parkinson. «Le terapie per quest’ultimo contrastano i sintomi: ma manca ancora una cura. E sono aumentate le patologie legate all’età». Un ulteriore punto riguarda la sottospecializzazione: più sottospecialisti richiedono un maggiore sforzo di comunicazione e coordinamento. «È qualcosa che dobbiamo gestire, senza dimenticare che di fronte a noi abbiamo un paziente, che va analizzato nella sua interezza».

La pressione finanziaria

Alcune malattie genetiche rare si sono finalmente imbattute nelle loro prime terapie. «Ma quanto costano?», si chiede Kaelin. «Da un lato abbiamo il progresso tecnologico e scientifico, dall’altro l’aumento dei costi». Il Neurocentro, così come altri istituti, è quindi chiamato a gestire le evoluzioni nonostante la già citata pressione finanziaria. «Evitando la medicina a due velocità. Questa è una grande sfida. Nei prossimi anni ne avremo parecchie. Dovremo farci trovare pronti, ma abbiamo tutto per non mancare l’appuntamento. Non ci sentiamo di certo arrivati».

La frustrazione no

L’assenza di cure per le malattie neurodegenerative è fonte di frustrazione? «La frustrazione è l’approccio sbagliato. Questa assenza va anzi considerata uno stimolo. Anche per l’ictus non si poteva fare nulla. Oggi le cose sono cambiate. Se consideriamo il nostro bicchiere mezzo pieno, ora dobbiamo occuparci della parte vuota. Siamo ancora lontani dall’obiettivo; c’è frustrazione quando arrivano notizie negative da un filone di ricerca, ma anche in quei casi bisogna approfittarne per capire perché una data pista non ha portato a nulla. La scienza impara dagli errori. D’accordo la frustrazione di fronte a una risposta sbagliata, ma la stessa è una sfida per trovare quella giusta. Questo è il nostro spirito».

Emiliano Albanese: "Ridurre l'impatto delle malattie anche senza terapie"

Tra gli oratori del simposio anche Emiliano Albanese, professore della facoltà di scienze biomediche dell’USI. Parlerà dell’impatto delle malattie neurodegenerative: un tema centrale, anche perché tali malattie sono in aumento, un aumento legato all’estensione della vita media. «L’impatto di una malattia? È la risposta alla domanda “quanto ci costa?”. Un modo facile di parlarne, poi in realtà dipende dalla prospettiva, quella della società o quella del paziente. Tutte le malattie sono diverse, ognuna ha un peso differente dall’altra, secondo vari indicatori, l’impatto psicologico, fisico, in termini di limitazioni e di relazioni». Alzheimer, Parkinson e SLA, tra le altre, hanno un impatto devastante, sotto tutti i punti di vista. E i colossi farmaceutici (vedi Pfizer) iniziano ad alzare bandiera bianca. «Il fatto che Pfizer si sia ritirato è in un certo senso una buona notizia, il riconoscimento che bisogna fare molta più ricerca per capire la malattia prima di pensare di poterla curare. Ora quindi se non la fa il Neurocentro chi la fa? I colossi hanno il lusso di potersi interessare solo di ciò che è curabile. Ma quello che serve è la ricerca a tutto campo. Siamo portati a pensare solo alla ricerca che serve per scoprire una terapia. Importante, certo, ma l’impatto può essere ridotto anche senza una terapia». Le malattie neurodegenerative sono legate a importanti forme di disabilità, che diventano handicap però solo nel momento in cui l’individuo si relaziona all’ambiente. Si può e si deve insomma intervenire anche sull’ambiente, su ciò che circonda l’individuo. «Il concetto chiave è “cure integrate”. La continuità della cura e la presa in carico olistica del malato possono essere garantite solo se si integrano le offerte tecnicamente erogate da soggetti diversi. È un approccio multisettoriale. C’è bisogno di tante figure che possano fluidificare i servizi. Un esempio? I volontari».

Il centro

Il NSI, attivo dal 2009 all’ospedale Civico di Lugano, è nato con l’intento di rispondere nel modo più appropriato all’esigenza di sinergia fra le diverse specialità mediche nell’ambito delle neuroscienze cliniche. All’interno del Neurocentro sono presenti Neurologia, Neurochirurgia, Neuroradiologia, Centro per la terapia del dolore e Neuroanestesia, Neuropsicologia e Neuroscienze. Le patologie del sistema nervoso centrale e periferico rappresentano il 10% dei consulti medici e il 20% di tutte le emergenze. Malattie come per esempio l’ictus, i tumori cerebrali, le demenze, l’epilessia, il morbo di Parkinson, la sclerosi multipla, i traumi cranici, le patologie spinali degenerative, necessitano di una presa in carico sempre più pluri- ed interdisciplinare. Il NSI conta 45 letti di degenza, 4 letti di day hospital, 6 letti nella Stroke Unit, nonché diversi ambulatori specialistici. Vi lavorano oltre 200 professionisti, suddivisi tra medici, infermieri, tecnici, neuropsicologi e ricercatori.

Il simposio

Per festeggiare i suoi primi dieci anni, il Neurocentro ha organizzato per la giornata di oggi, presso l’auditorium dell’USI a Lugano, un simposio dedicato alle «Sfide delle neuroscienze nella società». Un’opportunità, spiegano gli organizzatori, per guardare al passato - ripercorrendo le principali tappe dell’istituto - ma con un occhio al futuro, all’evoluzione prospettata. Dopo i saluti iniziali di Paolo Sanvido, presidente del CdA dell’Ente ospedaliero cantonale, si alterneranno diversi altri oratori, a cominciare dal direttore medico e scientifico del Neurocentro, Alain Kaelin, e dallo stesso Emiliano Albanese, che interverrà sull’impatto delle malattie neurodegenerative.

Lo studio e la pratica clinica

Proprio Alain Kaelin tiene a sottolineare l’importanza della ricerca tra le attività del Neurocentro. «La ricerca è una delle nostre priorità. Non per niente viviamo un’attività molto intensa, in questo senso, e molte sono le nostre pubblicazioni. Abbiamo da un lato la ricerca clinica - soprattutto sulla medicina del sonno e sulla sclerosi multipla -, dall’altro il laboratorio di Taverne, a disposizione della ricerca traslazionale». La ricerca traslazionale identifica quelle attività di ricerca che hanno come obiettivo una precoce applicazione nella pratica clinica dei risultati ottenuti dalla ricerca di base. «Importante, per il Neurocentro, vista la sua struttura, riuscire anche in questo caso a collaborare, proprio in nome della ricerca. Una ricerca che non riguarda soltanto i grandi centri oltre San Gottardo o negli Stati Uniti». L’idea è che, essendo così vicini al paziente, sarà più facile rispondere alle domande della ricerca clinica. E viceversa.

Le malattie neurodegenerative

Dal sito della Fondazione Synapsis: «Il nome collettivo malattie neurodegenerative comprende una serie di patologie che portano a crescenti danni e alla perdita delle cellule nervose nel cervello umano. Il corpo non riesce generalmente a rinnovare cellule nervose danneggiate o morte, il che può indurre un degrado delle facoltà intellettuali o a disturbi di carattere motorio. La malattia neurodegenerativa più comune è l’Alzheimer, seguita dal morbo di Parkinson e dalla sclerosi laterale amiotrofica (SLA)». Anche per il Neurocentro sono una sfida. Molti sperano nelle nuove tecnologie. Emiliano Albanese spiega: «Siamo nella fase delle grandi aspettative, dell’illusione che le nuove tecnologie possano fare molto. Una cosa è certa: ci sono nuove tecnologie già pervasive nella nostra vita, come il telefonino che in realtà è molto più di un telefono. Ecco, la cosa interessante allora non è immaginare macchinari futuristici ma capire come usare in maniera funzionale qualcosa che già utilizziamo tutti i giorni».

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