Incontro Mario Botta nel suo ambiente naturale – un edificio da lui progettato, ancora vuoto ma pronto all'uso – per diverse ragioni: perché gli è appena stato attribuito il primo premio del campionato mondiale di architettura (anche se poi la cosa non è seria come sembra); perché questa sera a Locarno verrà proiettato in anteprima un documentario su di lui; perché dopo aver festeggiato i settantacinque anni, a sentirlo parlare, giureresti che sui tavoli del suo studio ci siano incarti e progetti per settantacinque anni a venire. L'edificio vuoto è il Teatro dell'Architettura di Mendrisio e al suo interno lui gesticola e si infiamma. «Quindici, quindici, quindici e quindici», sussurra, «qui piazzeremo sessanta piedistalli per ospitare sessanta vetri di Carlo Scarpa». Lo dice come se fossero già lì, quei vetri. Perché Mario Botta è così. Lo metti in uno spazio vuoto e lui lo vede già allestito, con i volumi, le luci e le idee giuste. E così anche le nostre domande sono spazi vuoti e le sue riposte un modo di allestire il suo pensiero, anche quando le domande sono potenzialmente fastidiose. Come quando gli chiediamo cosa pensa quando gli si dà dell'archistar.

Oggi a Locarno verrà proiettato un documentario su di lei, pochi giorni fa ha vinto il singolare concorso di cui parlavamo prima. Come vive il fatto di essere considerato un'archistar?«Archistar è una parola offensiva perché porta il ruolo dell'architetto a una dimensione che non gli è propria. L'architetto svolge un'attività civica e sociale in quanto organizza lo spazio di vita dell'uomo. Avere la misura dei divi e dei cantanti mette molto in imbarazzo. Conosco molti amici che sono considerati in questo modo dai media. Ma, ripeto, risuona offensivo dare dei titoli di merito quando il merito è negato da una critica seria e ponderata. L'architettura svolge un ruolo soprattutto sociale nell'organizzazione della vita dell'uomo. E quindi merita un'attenzione che non può essere quella dello spettacolo e della società dei consumi».E quindi?«Ormai lo si deve accettare perché sei un uomo pubblico e perché ti confronti con il resto della collettività. Ma non è certo questo che ti dà una maggiore soddisfazione o un maggior riconoscimento».

L'intervista completa nell'edizione odierna del Corriere del Ticino alle pagine 2 e 3. 

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