Nel film Minority Report, del 2002, tutti i cittadini sono sorvegliati di continuo, ovunque vadano. E ricevono pure annunci pubblicitari personalizzati in «realtà aumentata» oltre a commessi virtuali che suggeriscono come rinnovare il guardaroba, non appena si mette piede in un negozio. Il protagonista (sullo schermo Tom Cruise) si fa così trapiantare gli occhi di qualcun altro per non essere riconosciuto dalle macchine. Ma se fosse stato a Mosca nel 2021 (anziché nella fantasiosa Washington del 2054) avrebbe dovuto cambiare tutta la faccia. Sì, perché è così che la Russia intende far pagare il biglietto agli utenti della metro. E chissà quante altre cose in futuro. La tecnologia del riconoscimento facciale esiste già da tempo, sottolinea l’esperto Alessandro Trivilini, docente e ricercatore SUPSI. Però non siamo ancora a questi livelli: «Ma entro tre, cinque, massimo dieci anni ci arriveremo pure noi. L’aspetto tecnico non è un problema, dobbiamo agire sull’alfabetizzazione informatica, sulla creazione di un sistema di cui le persone si potranno fidare. Perché potremmo avere il ‘totem’ (dispositivo che regola gli accessi tramite scansione del volto, ndr.) più bello, più efficace, più intelligente... Ma se manca quest’ultimo tassello, la consapevolezza e la fiducia degli utenti, allora sarà inutile» (guarda il video con l’intervista allegato a quest’articolo). In effetti è proprio così che ha risposto nel sondaggio online del Corriere del Ticino, senza nessuna pretesa scientifica, la maggior parte di chi ha partecipato: «Assolutamente no, andiamo verso un futuro senza privacy».

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Guarda il video: «Entro cinque anni faremo la spesa pagando con il nostro volto». Parola dell’esperto Alessandro Trivilini

Abbiamo molto da fare, insomma. Ma Alessandro Trivilini – che è pure delegato per la Svizzera e team leader del gruppo di lavoro che si occupa dello studio di tracce biometriche, riconoscimento facciale e impronte digitali, del programma di ricerca intergovernativo europeo COST – non è sorpreso dal risultato del sondaggio. Tuttavia ribadisce: «Tempo cinque anni e avremo una generazione di nativi digitali che occuperanno ruoli chiave nella società. Persone cresciute con una certa cultura e consapevolezza digitale». L’esperto vede di buon occhio l’evoluzione adottata in Russia. Anche se, a suo dire, si tratta di un Paese molto particolare, soprattutto per quanto riguarda l’uso della tecnologia. «Quasi totalitario. Ricordo, ad esempio, che Putin nel novembre 2017 ha firmato una legge che ha bandito l’uso di programmi per la cifratura dei dati, proprio per impedire che qualcuno potesse dialogare evitando che lo Stato potesse intercettare». Una legge che, di fatto, intende mettere i bastoni tra le ruote di dissidenti o gruppi rivoluzionari.

Prendere un volto non significa schedare una persona. C’è un ‘recinto’ il cui confine, da parte di chi usa questa tecnologia nei Paesi occidentali e democratici, deve essere rispettato

Il controllo totalitario della tecnologia, da un certo punto di vista, agevola la tecnologia. Ma il contesto che respiriamo in Svizzera è diverso: «Andiamo incontro verso una nuova legge sulla protezione dei dati personali, che prevede una tutela, dei diritti e dei principi molto importanti ben definiti per cui le aziende che decideranno, in futuro, di mettere a disposizione degli utenti questa tecnologia per prendere l’autobus, andare al ristorante o accedere a una partita o a una particolare area della città, deve rispettare queste regole. Garantendo la tutela della privacy, e dimostrando una sensibilità etica nella gestione dei dati». Ma non basta. Il pubblico che deciderà di sfruttare questa tecnologia deve avere gli strumenti per capire quando sono registrati questi dati, per quanto tempo (e dove) sono conservati. «E vale sempre il principio di proporzionalità, di minimalizzazione circoscritta alla finalità per cui questi dati sono registrati. Prendere un volto non significa schedare una persona. C’è un recinto il cui confine, da parte di chi usa questa tecnologia nei Paesi occidentali e democratici, deve essere rispettato», conclude Trivilini.

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