Insieme all’emergenza sanitaria il mondo intero deve affrontare anche una crisi economica e occupazionale che si profila pesante. La nostra economia cantonale come potrà reggere all’impatto del coronavirus? Ne abbiamo parlato con il direttore della Camera di commercio del cantone Ticino Luca Albertoni.

Giustamente ora la priorità è la salute pubblica. Alla fine di questa crisi che si preannuncia lunga, con tutti i suoi dolori umani, ci saranno però anche i conti da fare, l’economia ne uscirà a pezzi. Come valuta le prime misure adottate da Confederazione e Cantone?

«È fuori discussione che la salute abbia la priorità. Le misure della Confederazione, benché non risolvano ancora determinate gravi situazioni legate agli indipendenti e a piccole realtà aziendali, sono state rapide e coraggiose, senza pari nel mondo. Di questo occorre essere coscienti, benché, come già detto più volte, i benvenuti aiuti a sostegno della liquidità delle aziende comportano un temibile rischio di indebitamento delle stesse, per cui mi aspetto anche interventi incisivi a fondo perso. Sfruttando magari l’attuale canale di concessione dei crediti previsto dalla Confederazione. Dal Cantone mi aspetto un approccio in questo senso nelle preannunciate misure a sostegno dell’economia. Le fidejussioni sono uno strumento utile, ma insufficiente nello specifico. La necessità di misure per l’economia non va dimenticata nel contesto delle legittime preoccupazioni di salute pubblica».

Il direttore della Camera di commercio Luca Albertoni. © CDT/Archivio
Il direttore della Camera di commercio Luca Albertoni. © CDT/Archivio

In relazione agli indipendenti e agli aiuti a fondo perso, mercoledì il consigliere federale Guy Parmelin ha annunciato misure per i primi ma escluso i secondi.

«La situazione degli indipendenti, spesso piccolissime aziende, che hanno un crollo delle attività ma che non possono beneficiare degli aiuti perché non oggetto di una chiusura imposta dallo Stato, è drammatica ed è fondamentale che il Consiglio federale preveda una soluzione rapida entro settimana prossima. Sugli aiuti a fondo perso l’autorità federale deve ovviamente essere molto prudente, ma sono convinto che, a determinate condizioni, sia fattibile. Con tutti gli strumenti messi in campo nei vari ambiti - lavoro ridotto, indennità di perdita di guadagno, prestiti garantiti dalla Confederazione e dai Cantoni - si può presumere che vi siano dati a sufficienza per valutare senza eccessive complicazioni e con gli adeguati supporti tecnologici la fondatezza delle richieste. Dando quindi il giusto sostegno a chi garantisce una continuità aziendale e i relativi posti di lavoro».

Quali sono gli elementi dell’economia ticinese che ci permetteranno di resistere o perlomeno di contenere il più possibile i danni?

«Occorre tutelare l’equilibrio tra chi è orientato sul mercato interno ticinese e chi invece opera sul mercato nazionale e internazionale. Il tessuto economico diversificato impedisce in momenti come questi decisioni facili che accontentino tutti, ma d’altra parte impedisce che si blocchi tutto il sistema. Questa crisi ha permesso a molti di scoprire di quante realtà diverse sia composto il Ticino, ad esempio con le tantissime realtà industriali che lavorano per partner e clienti nel resto della Svizzera e nel mondo intero. È un elemento da salvaguardare. Al momento, con il blocco delle attività più legate al territorio come bar, ristoranti, commerci ed edilizia, l’ambito industriale è fra i pochi settori che ci permettono di sopravvivere».

Questa crisi estrema dovrebbe portarci a riscoprire la cultura del confronto costruttivo tra le parti sociali

Tutti ci ripetono che questa crisi la supereremo solo se saremo responsabili, individualmente e collettivamente, e se saremo uniti. Come pensa potrebbe svilupparsi un patto di solidarietà, in cui ognuno faccia la sua parte, tra lo Stato, i sindacati e il mondo imprenditoriale?

«Le prove di un patto di solidarietà sono in atto in questi giorni e mi sembra che i risultati siano incoraggianti. Il dialogo costante non manca e la volontà di un lavoro comune c’è. Con inevitabili differenze, ma c’è la consapevolezza che una situazione così drammatica è gestibile solo abbandonando schemi troppo rigidi. Stato, imprenditoria e sindacati stanno facendo la loro parte e colgo l’occasione per ringraziare tutti per l’approccio costruttivo. Spero che anche la politica recepisca questo messaggio».

I rapporti fra Stato e mercato muteranno?

«Inevitabilmente, anche se è difficile prevedere in quale direzione. Credo però che il sistema svizzero dimostri che uno senza l’altro non può funzionare e mi sembra la migliore lezione da trarne, al di là delle barriere ideologiche. Appare evidente che il salvataggio del sistema economico, messo in ginocchio da colpe non sue, sia essenziale per permettere l’esistenza di tutti. La collettività beneficia e beneficerà di un’economia funzionante, come la conosciamo in Svizzera da molti anni, e sarebbe pericoloso abbandonare questa via».

Alcuni ritengono che questa pandemia sarà uno spartiacque tra un prima con i suoi modelli di sviluppo e un dopo ancora ignoto ma che sarà qualcosa di totalmente diverso nella costruzione del benessere e nel modo di concepire la società. Condivide questa prospettiva oppure dopo l’emergenza tutto lentamente ritornerà alla normalità di prima?

«Non credo che questa volta tornerà tutto alla normalità, se si intende la situazione che abbiamo conosciuto fino a qualche settimana fa. Una situazione così estrema e generalizzata porterà a profondi cambiamenti, perché comunque ripartire dopo una mazzata del genere sarà molto laborioso. Alcuni sperano in una ripartenza veloce, figlia della volontà di recuperare rapidamente terreno. Ovviamente lo auspico anche io, ma, pur essendo di natura sempre positiva, questa volta la vedo molto difficile, avantutto per la totale incertezza quanto alla durata della problematica. Si ripartirà, ma su quali parametri è impossibile dirlo oggi. Probabilmente dobbiamo prepararci a relativizzare il concetto di benessere che abbiamo conosciuto fino a oggi».

Tutto chiuso, o quasi. L’impatto del coronavirus sull’economia ticinese sarà pesante. © CDT/Gabriele Putzu
Tutto chiuso, o quasi. L’impatto del coronavirus sull’economia ticinese sarà pesante. © CDT/Gabriele Putzu

L’ex ministro italiano Giulio Tremonti sostiene che quanto stiamo vivendo sia un’altra delle colpe della globalizzazione. L’esperienza del coronavirus potrebbe portare a ripensare il mondo aperto e quindi anche i rapporti economici fra gli Stati? Dovremmo tutti diventare più autosufficienti creando maggiori competenze interne?

«Sarebbe sbagliato sacrificare l’apertura sull’altare di un illusorio sistema autarchico. La Svizzera ha poche materie prime e questo non cambierà, per cui inevitabilmente dipendiamo da mercati liberi e aperti. Questo resta per me un principio fondamentale, che non impedisce però una riflessione più ampia su talune dinamiche commerciali. Penso ad esempio a un maggiore recupero della Svizzera quale Paese in cui si può produrre a condizioni concorrenziali grazie allo sviluppo tecnologico, una tendenza già in atto che potrebbe uscirne rafforzata. Penso a una riscoperta delle qualità che abbiamo in casa, magari anche un po’ più care ma di valore assoluto. Un po’ come la riscoperta che fare la spesa in Ticino magari non è sempre così svantaggioso».

Il telelavoro, nei settori in cui è possibile, è diventato adesso un obbligo, l’unica strada per mantenere certe attività. Ha inoltre il vantaggio di ridurre gli spostamenti e quindi di diminuire l’inquinamento. Ritiene che questa sperimentazione forzata possa diventare una prassi acquisita oppure il telelavoro è eccessivamente mitizzato?

«Il telelavoro funziona bene in modo puntuale e per gestire un’emergenza come questa. La sua maggiore diffusione come strumento di lavoro è certamente positiva, ma ritengo che non possa ancora diventare una prassi generalizzata. La tecnica funziona bene, ma l’adattamento dell’essere umano sarà più lungo. A parte i settori nei quali per ovvi motivi non è possibile operare con il telelavoro, vi sono ancora parecchi ostacoli di tipo sociale da non sottovalutare. Il contatto umano diretto resta fondamentale e l’ulteriore fusione tra vita privata e professionale e la relativa difficoltà di gestire questa evoluzione - banalmente perché ad esempio a casa non vi sono gli spazi per farlo - sono una sfida non da poco. Senza dimenticare gli aspetti giuridici, come il controllo di come e quando si lavora, che possono essere risolti, ma che necessitano di un’ampia accettazione che oggi c’è perché siamo in emergenza, ma che nel tempo va costruita».

Da Berna risposte rapide e coraggiose, senza pari al mondo, ma per le aziende ci vorrà anche altro

Il telelavoro e l’insegnamento a distanza avranno bisogno di supporti tecnologici sempre più performanti, ad esempio il famoso 5G che tuttavia incontra molte resistenze per il timore di danni alla salute. Come si superano queste contraddizioni presenti nella società?

«Credo che siano immanenti a una società che si è un po’ abituata ad avere tutto, ma che non si rende conto che nulla è acquisito e che occorre comunque fare qualche concessione, sempre nel rispetto delle persone e della loro salute. Ricordo però che qualche mese fa ebbi modo di sottolineare l’importanza dello sviluppo tecnologico, non solo del 5G, per facilitare il lavoro dei soccorsi e non venni preso molto sul serio. Mi sembra che i fatti oggi confermino che non si trattava di una sparata irrispettosa. Spero che questa situazione estrema ci porterà a riscoprire la cultura della discussione e del confronto costruttivo anche su questo tema, che è cruciale per tutti i settori della società».

L’emergenza coronavirus, con tutte le limitazioni nella nostra vita quotidiana, ha fatto emergere anche da noi una microeconomia, in alcuni casi in forme già strutturate in altri più spontanee di volontariato solidaristico, rivolta ai bisogni delle persone. Questo non è un campo che potrebbe svilupparsi diventando anche un valore economico, soprattutto pensando all’invecchiamento della popolazione?

«Il “vantaggio” di queste crisi è che stimolano anche la creatività, con iniziative molto interessanti che in tempi normali sarebbero rimaste marginali ma che hanno l’occasione di dimostrare la loro validità e di essere accettate socialmente. Come l’azione semplice di fare la spesa per i vicini di casa. L’idea di business ha bisogno anche della tempistica giusta, non sono infatti rari i casi di idee geniali ma che sono arrivate troppo presto rispetto alle esigenze della popolazione. La scoperta di servizi finora ritenuti marginali e per persone ammalate, ma che si dimostrano validi per cerchie più ampie, è anche espressione di una profonda modifica strutturale della società, con esigenze diverse e, quindi, modelli di business diversi».

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