Cinque anni fa accadde quello che un po’ tutti credevano impossibile. Non in Ticino, non in Svizzera. Non più perlomeno. Due frane - a distanza di dieci giorni l’una dall’altra - uccisero quattro persone, due a Bombinasco, due a Davesco, praticamente in centro a Lugano. «Due tragedie terribili - ricorda il direttore del Dipartimento del territorio, Claudio Zali - che sono un segno indelebile e di cui non ci si libera mai. Due tragedie che spingono a chiedersi se è stato fatto tutto il necessario. Poi certo, con il senno di poi si può sempre far meglio. Sappiamo che il nostro territorio è per certi versi aspro, e che le montagne significano energia. E questa energia purtroppo a volte si riversa a valle e questo non sempre è prevedibile o controllabile».

«Agire preventivamente»

Zali era alla testa del Dipartimento da meno di un anno e quei fatti lo colpirono profondamente. «Ogni volta che passo in quei luoghi - ci spiega - non riesco a non pensarci». Continua: «Se bisogna vedere l’altro lato della medaglia c’è da dire che da sempre in Ticino l’ente pubblico fa molto per la cura e la protezione del territorio. Investe molti soldi, che sono degli investimenti oscuri visto che non se ne vede il ritorno nell’immediato, ma che hanno effetto. Basta vedere quando il maltempo flagella sia noi che il territorio vicino a noi per notare le grandi differenze. Mi sembra di poter dire che il nostro territorio regga, tutto sommato. Certo, qualche frana e qualche scoscendimento possono capitare. Qualche albero cade. Ma proviamo sempre ad agire preventivamente. I mezzi ci sono, vengono messi a disposizione e sono utilizzati bene».

Ma poi c’è un altro aspetto, quello normativo. Sapere cioè a quali leggi ci si deve regolare. Leggi volte a gestire bene queste situazioni d’emergenza. «Le due tragedie del 2014 hanno di analogo il fatto che in entrambi gli eventi ci sono state due vittime. Questo è terribile. Ma sono anche state due tragedie diverse. A Bombinasco ci ha traditi il territorio, mentre a Davesco ci sono state delle carenze nell’opera dell’uomo. E allora, volendo gestire entrambe le casistiche, abbiamo fatto una revisione (che è già legge) delle zone soggette a pericoli naturali. Dopo queste tragedie, avevamo subito fatto una riunione, dicendoci che dovevamo alzare l’asticella e ritenere che eventi di questo tipo, anche per i cambiamenti climatici, avrebbero potuto diventare sempre più estremi. Essere sempre più prudenti, capire che il pericolo è in aumento e dunque dotarci di strumenti e nuove regole di comportamento». E dunque ecco la mappatura del territorio, la disponibilità di personale («Abbiamo davvero un’équipe valida che interviene», conferma Zali) e nuove regole.

Quelle frane, un segno indelebile

La riforma della legge edilizia

Poi, e questa è una novità, c’è in corso una riforma integrale della legge edilizia. Legge che verrà presentata nelle prossime settimane al Consiglio di Stato. «Una legge che tra molte altre cose contiene l’introduzione di un obbligo di rivolgersi a uno specialista in geotecnica laddove il cantiere si presenti difficile. E dove vengono realizzate opere di sostegno, magari costruendo in zone particolari, abbiamo ancorato diverse condizioni a cui questo specialista deve intervenire. Obblighi che prima non esistevano al di là delle regole dell’arte. Diciamo che prima il responsabile del cantiere agiva comunque seguendo questi principi, che nessuno vuole infrangere intenzionalmente, ma ora lo Stato ha deciso di imporre un controllo accresciuto anche sugli aspetti geotecnici».

«A distanza di 5 anni, anche se la lezione è stata durissima, abbiamo provato a fare qualcosa di concreto nella consapevolezza che il rischio zero è un’utopia. È l’arroganza dell’uomo quella di pensare di poter piegare la natura alle sue esigenze e ai suoi desideri. In realtà succedono eventi, per fortuna non spesso da noi, in cui la natura spazza via in un lampo quel che l’uomo realizza».

Ma, appunto, in tanti in quell’occasione si sono chiesti come una cosa del genere potesse accadere in Svizzera. Poi però si è visto quanto accaduto a Bondo, in una regione (i Grigioni) forse anche più abituata a dover fare i conti con la natura. «Sì - conferma Zali - anche se non si devono prendere giustificazioni. La pianificazione disciplina anche le zone edificabili e quelle non edificabili. A Bombinasco, la zona non era destinata all’abitazione primaria e dunque, tecnicamente, pur non essendo codificata come zona a rischio, non era neppure una zona residenziale. Poi ecco che ci sono luoghi del nostro cantone che sappiamo essere a rischio per frane o valanghe. Pensiamo per esempio a quando, due anni dopo, una frana sfiorò l’asilo di Pollegio. Anche quella è stata una bruttissima scena e posso dire che abbiamo avuto fortuna. Le pietre, cadendo con una tale energia dall’alto si sono disintegrati e le schegge si sono trasformate in proiettili di artiglieria che hanno bucato i mattoni e attraversato i locali. È stato impressionante. Come se fosse esplosa una granata. O penso anche a massi caduti sulla strada tra Paradiso e Melide, con le FFS che ora stanno investendo milioni per affrancare le rocce».

I fatti

«Non siamo abituati a piangere le vittime di disgrazie come quelle di Bombinasco e di Davesco. Men che meno ad affrontare lo stesso lutto due volte a così pochi giorni di distanza l’uno dall’altro. Le domande sono molte. Le risposte poche». Iniziava così l’editoriale del Corriere del Ticino, lunedì 17 novembre del 2014, a firma Fabio Pontiggia. Era caduta la seconda frana, nel Luganese. Era caduta nella notte tra sabato 15 e domenica 16, a Davesco, in via Ponte di Valle. Ed era caduta pochi giorni dopo quella di Bombinasco. Il 5 novembre, un mercoledì, poco dopo le 18, venne investita una casa, la casa di una donna e della sua piccola figlia, di 3 anni. Già, a quelle lacrime non ci abitueremo mai.

Due tragedie diverse

Si parlò, per la tragedia di Bombinasco, di un effetto concomitante di più fattori. Da una parte l’acqua abbondante inflitratasi nel terreno nei giorni precedenti, dall’altra, a monte, la pioggia già scesa durante l’estate. La frana di Davesco fu diversa. Il geologo Urs Lüchinger, sottolineò: «Se per la frana di Bombinasco le ragioni erano ascrivibili a fattori naturali, in questo caso c’è invece da approfondire ulteriormente per capire la dinamica dell’accaduto. Bisognerà capire se è stato un muro di sostegno costruito a monte della palazzina a cedere, oppure se ha ceduto il terreno sotto di esso». L’edificio di tre piani crollò. Morirono due donne. Quattro i feriti. Le indagini sulla prima frana confermarono i sospetti iniziali, quelle sulla seconda, infinite, hanno evidenziato delle colpe individuali nella progettazione del muro citato.

Quelle frane, un segno indelebile
La chiamata, il buio e quel posto irriconoscibile

Il buio e la distruzione. È attraverso queste due immagini che Paolo Romani, sindaco di Novaggio e comandante del locale Corpo Pompieri, ricorda la tragedia di Bombinasco. «Dopo la chiamata, quando siamo arrivati sul luogo del disastro la nostra mente faticava a riconoscere quel posto così familiare. Ci siamo sentiti disorientati, stentavamo a credere allo spettacolo terrificante che avevamo sotto gli occhi».

Fango e detriti. E una casa che non c’era più, inghiottita nel nulla, insieme alle vite di una giovane mamma e della sua piccola di 3 anni, che al momento del crollo si trovavano nel rustico dove avevano deciso di andare a vivere un paio di anni prima.

Quelle frane, un segno indelebile

Tutti conoscevano le vittime

«Il coinvolgimento emotivo era inevitabile: tutti noi conoscevamo le vittime e i loro familiari. I soccorritori intervengono sullo stesso territorio da cui provengono. È un legame a doppio filo, che spesso si ripropone ogni volta che dobbiamo entrare in azione», racconta Romani.

Una volta sul posto, però, «si cerca di mettere da parte l’emotività, tentando di mantenere la lucidità necessaria». E così è stato anche quel 5 novembre, quando poco dopo le 18 una frana ha investito la casa dove si trovavano mamma e figlia. «La preparazione dei soccorritori in certi frangenti prende il sopravvento sulla componente emotiva. Ed è giusto che sia così. Le emozioni affiorano dopo, in un secondo momento, a evento concluso. A quel punto si può ripensare a quanto vissuto», prosegue Romani, che aggiunge: «La formazione ricevuta ci porta a muoverci quasi in automatico, ed è fondamentale per poter fare tutto correttamente».

L’affievolirsi delle speranze

«Ci siamo resi conto immediatamente di quanto fosse critica la situazione. Ma la priorità era coordinare e condurre le operazioni di ricerca». Col passare delle ore, le speranze si sono affievolite e il dramma ha preso il sopravvento. «Mano a mano che proseguivamo con le ricerche, è diventato chiaro che non si trattava più di un salvataggio, ma di un’operazione di recupero dei corpi delle vittime». Madre e figlia sono state ritrovate in piena notte, attorno alle 4.30 di giovedì.

«Un evento imprevedibile»

«Abbiamo fatto tutto il possibile», ribadisce oggi Romani, ricordando «la dedizione del Corpo Pompieri, ma anche la collaborazione tra tutti gli enti di soccorso». La macchina organizzativa degli aiuti ha funzionato. «Non c’è niente che avremmo potuto fare di più, o meglio, per evitare quel drammatico epilogo». E neppure, forse, per prevenirlo. «Quello di Bombinasco è stato un evento unico, non prevedebile. A posteriori possiamo dire che non si è trattato semplicemente della casualità del momento, ma di una serie di eventi meteorologici precedenti che, accumulandosi, hanno provocato lo smottamento», evidenzia. Oggi, a distanza di cinque anni da quel dramma, tutti gli allarmi meteo «vengono presi con la giusta attenzione, ma per fortuna cerchiamo di non viverli con angoscia». Dal profilo della prevenzione, ricorda Romani, resta imprescindibile l’aggiornamento delle mappe delle zone di pericolo: «Il controllo del territorio è garantito grazie alle molte istituzioni comunali e cantonali». Per quanto concerne invece i soccorritori, «se è vero che per i pompieri restano invariati i compiti di mettere in sicurezza la zona e intervenire nel salvataggio, è indubbio che quell’esperienza ha portato a consolidare la nostra efficienza».

«Il ricordo torna spesso»

Ripensando a quanto successo, Romani confida: «Certi eventi non si possono dimenticare, si cerca di superarli. L’esperienza vissuta deve però portare a un arricchime to di conoscenze e a un miglioramento delle competenze».

Il comandante dei pompieri torna spesso con la mente a quel 5 novembre del 2014. «Ci penso di frequente. Non tanto quando arriva questo momento dell’anno, che coincide con l’anniversario della tragedia di Bombinasco e di Davesco, ma piuttosto quando ripasso da quei luoghi. Sono le nostre zone, capita spesso di andarci e i ricordi riaffiorano. Inevitabilmente».

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