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"Saper vedere nel prossimo sempre qualcosa di buono"

Così "ul sciur maestru" Angelo Frigerio nel 2010 al "Corriere del Ticino" per l'intervista dei suoi 90 anni

LUGANO - Nel 2010, quando Angelo Frigerio tagliò il traguardo delle novanta primavere, l'avevamo intervistato per l'occasione. Ecco parte di quell'intervista, in ricordo del «Sciur Maestru» deceduto martedì (vedi Suggeriti).

Carissimo Angelo Frigerio, innanzi tutto auguri di cuore da parte di tutti i lettori del Corriere del Ticino per i suoi formidabili novant'anni. Quali sono le sue sensazioni in questi giorni tanto densi di celebrazioni e di manifestazioni di affetto e di stima?

«Sono molto sereno e francamente al traguardo dei novanta non ho mai dato grande importanza. Magari a quello degli ottanta sì, (ride), visto che coincideva con il 2000 che quando ero giovane sembrava un futuro da fantascienza. Per il resto continuo a vivere ogni giorno con l'ottimismo, di cui non ho alcun merito, tipico del mio carattere e di certo non patisco l'ossessione della morte. In questo mi aiuta anche la fede, la mia religiosità individuale, che mi accompagna fin da bambino. La morte verrà da sé come un fatto del tutto naturale, l'importante è non stare a pensarci troppo...».

La sua popolarità è transgenerazionale: dai bambini delle scuole dell'infanzia agli ultracentenari tutti, per una ragione o per l'altra, l'apprezzano e le vogliono bene. Come si spiega questa facilità di approccio e di contatto con le persone che ha caratterizzato tutta la sua vita?

«Ho sempre cercatodi vedere nell'altro qualcosa di buono, il lato positivo e così inconsapevolmente mi sono ritrovato oggi, da anziano, ad essere benvoluto da tutti. Qualche filosofo capzioso potrebbe forse accusarmi di egoismo, ma io sento di essermi sempre comportato in buona fede seguendo gli slanci e i moti del cuore. Credo, come dice Pascal, che "le coeur a ses raisons que la raison ne connaît point". Il bene che si vuole alla gente torna sempre indietro. Per quanto riguarda la popolarità è ovvio che devo tutto alla radio e all'Ora della terra. Oltre mezzo secolo di continuo ascolto hanno reso il Scior Maestru, come in dialetto roviese per primo mi battezzò mio padre, uno di famiglia in tutte le case dei ticinesi e non solo. Per non parlare dei film per la televisione (due di Bruno Soldini e due di Andrea Canetta) che mi hanno visto protagonista, quale "attore spontaneo", negli ultimi anni e che oltre alla voce hanno portato ovunque anche la mia faccia. Sono diventato un po' il nonno saggio e di buon cuore. L'ideale per tutti (sorride)».

Il suo amore per la terra e l'agricoltura è viscerale. Quasi una ragione di vita verrebbe da dire. Ne vogliamo parlare?

«E pensare che avrei dovuto vivere di edilizia. I miei genitori mi avevano mandato a Torino a fare il bocia. Si pensava che quello di muratore poteva essere un lavoro sicuro. Poi a Zurigo e ancora in Ticino ho sempre fatto il muratore. L'ultimo lavoro nelle costruzioni è stato quello dell'Ala Materna, proprio nella mia Rovio nel 1939. La svolta è avvenuta quando su sollecitazione dell'amico Edgardo Bernasconi ripresi a studiare prendendo prima la licenza ginnasiale e poi iscrivendomi alla magistrale (già ventenne) a Locarno. Qui in piena guerra per sopperire al razionamento organizzai un piccola azienda agricola coltivando il granoturco per la polenta e allevando qualche maiale. Intanto ero diventato il braccio destro del direttore Guido Calgari. Fu lui a segnalarmi, durante una visita al consigliere di Stato Angiolo Martignoni che cercava tecnici agricoli. Dopo aver conseguito la patente (nello stesso giorno del 1943 in cui morì mio padre) decisi di frequentare la Scuola agricola di Châteauneuf in Vallese. La mia lunghissima carriera nel primario cominciò così. In un certo senso sono a mia volta un contadino di ritorno... L'amore per la terra è comunque un elemento ancestrale in ogni uomo. La terra, vale la pena ricordarlo oggi più che mai, è il fondamento della vita».

Un ruolo molto importante nella sua vita lo ha avuto anche la politica dove ha avuto responsabilità crescenti, nelle fila del Partito socialista, culminate con la prestigiosa carica di presidente del Gran Consiglio nel 1986. Cos' ha significato la politica per lei e cosa pensa dei politici di oggi?

« Sono sempre stato di sinistra. Qualcuno mi ha persino definito "il socialista di Dio" per la mia capacità di coniugare il cattolicesimo con la militanza politica. Nel 1936 venni espulso dall'Italia per aver stracciato un manifesto di propaganda fascista. E poi a Zurigo ebbi frequenti contatti con gli ambienti antifascisti e conobbi fuoriusciti italiani che in seguito divennero ministri come Reale e Pacciardi. Facevamo recite teatrali e canti con la corale per raccogliere fondi da inviare in Spagna agli antifranchisti. In Ticino poi, quando vivevo a Giubiasco negli anni Sessanta divenni presidente della locale sezione del partito. Furono loro, dopo la prematura morte di mia moglie e la mia nomina a segretario agricolo cantonale a spingermi a candidarmi per il GranConsiglio, dove sono rimasto per venti anni fino al 1991. Ma non ho mai fatto dell'ideologia un dogma. Ho sempre guardato ai contenuti e alle persone. Basti pensare che i miei più grandi amici in ambito politico sono sempre stati militanti di altri partiti. Purtroppo oggi noto che il clima politico sta via via degenerando a pura contrapposizione. Una volta si faceva politica per far funzionare le cose, per trovare delle soluzioni anche attraverso dei compromessi. Oggi si cercano solo i piccoli poteri, i personalismi: del bene comune non interessa più nulla a nessuno. Le persone di valore sempre di più si tengono lontane dalla politica e questo è un danno enorme per tutti».

Dal 1954 lei è protagonista di una fortunatissima trasmissione radiofonica. Quali sono i segreti di questo straordinario successo de L'ora della terra?

«Ho cominciato sulle orme del leggendarioAlderige Fantuzzi che aveva ideato quello spazio dedicato all'agricoltura negli anni Trenta, in concomitanza con la nascita della radio.Abbiamo sempre mantenuto la medesima struttura di dialogo tra un contadino che si esprimeva in dialetto e le mie risposte in italiano. Ma al di là degli argomenti trattati e della formula con cui andavamo in onda il segreto degli altissimi ascolti è stata la prossimità e il contatto diretto con la gente, contadini ma soprattutto persone che avevano contatti con la terra in senso non professionale. Ho sempre risposto a tutte le lettere (sono ormai ben oltre le ventimila) e questo ci faceva interagire con ogni singolo ascoltatore. Inquesto senso siamo stati dei precursori. Poi negli anni Settanta ho cominciato ad introdurre le poesie...».

Un amore per la letteratura che ha saputo divulgare con straordinaria passione...

«La gente, il pubblico (specialmente quello femminile) non si può ingannare: sente la voce del cuore. Se si parla con il cuore gli ascoltatori lo percepiscono inevitabilmente. Quasimodo, Ungaretti, Leopardi, Pascoli, Carducci, Saba, Ada Negri, i nostri migliori poeti dialettali, a partire da Sergio Maspoli, hanno una loro straordinaria forza interiore non può non toccare l'animo delle persone sensibili. Per non parlare del mio amato Trilussa che conobbi in una trasferta a Roma negli anni Cinquanta al seguito di Guglielmo Canevascini».

Ci vuole anche una bella memoria e la sua è proverbiale...

«È una dote naturale, una fortuna, ma comunque non smetto mai di esercitarla.Mi aiuto con le parole crociate e mi sforzo di tenere sempre a mente i nomi anche delle persone che conosco poco».

Lei si identifica con il villaggio dove è nato e dove vive: Rovio. Quanto è profondo il legame con la «sua» terra?

«È un legame speciale, io lo definisco un "amoraccio". Quello che non tutti sanno è che complessivamente per le vicende della vita sono stato lontano dal paese per ben 35 anni. Il mio in fondo è l'amore dell'emigrante costretto a rimanere lontano da casa. Sono stato emigrante e figlio di emigranti ma qui sono nato e qui sono tornato a vivere dallametà degli anni Ottanta. Non potrei immaginare la mia vecchiaia lontana da Rovio, con l'eccezione dei mesi estivi che trascorro da decenni nella baita di Chislerio in Val di Blenio. Ma ovunque vado porto sempre con orgoglio il nome del mio villaggio».

La sua vita non è stata sempre facile ha avuto anche dei momenti molto duri e dei lutti gravissimi e improvvisi in famiglia, cosa le è stato di aiuto? Quanto ha contato la fede?

«Ho avuto momenti molto bui. Le persone e le amicizie mi hanno aiutato tantissimo. Ma la fede mi ha dato sempre il sollievo di pensare che ritroverò i miei cari in un'altra vita. Però riconosco che ci sono ferite che non si rimarginano più».

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