A cercare di rimettere insieme i ricordi è come giocare con i Lego. Soprattutto se sono lontani nel tempo. Ne ripeschi uno e poi un altro e un altro ancora. Dopo di che nella tua mente cerchi di risistemarli come si fa con i famosi mattoncini in plastica, in modo da ritrovare un filo del discorso che sia il più coerente possibile. L’operazione, però, si complica quando i fatti che reinnescano i ricordi risalgono a mezzo secolo prima, oltretutto ad anni quando si era ancora bambini. Si tratta perlopiù di molti frammenti che dentro di sé sono in ordine sparsissimo e devono essere riordinati con pazienza, come si fa, appunto, con i Lego quando ci si lancia in costruzioni complicate, armeggiando con i mattoncini colorati che su questo mondo hanno fatto la felicità di fior di generazioni di bambini ma anche adolescenti e adulti, a partire dal 1949 quando sono nati in Danimarca. E perché li abbiamo associati alla ricostruzione dei nostri ricordi, lo scriveremo ben più in là, sperando di riuscire a tenere desta la vostra attenzione...

La prima impronta mai lasciata da un essere umano sulla Luna: è quella di Neil Armstrong. (Foto NASA)
La prima impronta mai lasciata da un essere umano sulla Luna: è quella di Neil Armstrong. (Foto NASA)

Il primo ricordo che riaffiora alla memoria è talmente sbiadito da essere in bianco e nero. O forse risulta così perché allora, cinquant’anni fa, i televisori nelle nostre case non trasmettevano ancora immagini a colori. La scena che affiora nella mia mente è questa: ero già a letto da un po’ ma mi alzo e vado; i miei genitori mi rispediscono in camera a dormire ma alla tivù ho visto scorrere scene che fino ad allora mai nessun umano aveva visto. Era la notte fra il 20 e il 21 luglio del 1969, quella a cavallo tra una domenica e un lunedì ormai lontani nel passato e un lunedì che lo è altrettanto. Esattamente – mese più, mese meno – vent’anni dopo l’apparizione dei Lego.

Un piccolo passo per un uomo,
un gigantesco balzo per l’umanità
Image

Era una notte come molte altre per un bambino come me, che da lì a poco avrebbe compiuto sei anni. Ma una notte incredibilmente diversa dalle altre, come avrei realizzato più in là nel tempo ma neanche troppo. «One small step for a man, one giant leap for mankind», aveva pronunciato un uomo in quelle ore. «Un piccolo passo per un uomo, un gigantesco balzo per l’umanità» le sue parole che erano arrivate dallo spazio, a 385'000 chilometri dalla Terra. Lui era Neil Armstrong, il primo astronauta e il primo essere umano ad aver mai toccato un corpo celeste che non fosse il nostro: era la Luna, sulla cui superficie era atterrato insieme a Buzz Aldrin a bordo del LEM, acronimo di Lunar Excursion Module.

Neil Armstrong, Michael Collins e Buzz Aldrin nella foto ufficiale della missione Apollo 11. (Foto NASA)
Neil Armstrong, Michael Collins e Buzz Aldrin nella foto ufficiale della missione Apollo 11. (Foto NASA)

In quei giorni Armstrong e Aldrin, tuttavia, non erano gli uomini più lontani dal nostro pianeta. A esserlo era il terzo membro del leggendario equipaggio della missione Apollo 11. Di nome faceva Michael Collins e a bordo del modulo di comando – la capsula, alla quale era ancora agganciato il modulo di servizio, che forniva propulsione, energia elettrica e conteneva tutto il materiale necessario per la parte più importante della spedizione spaziale – era in orbita attorno alla Luna: ogni volta che sorvolava la faccia nascosta del satellite lui era ancor più lontano da noi che non i suoi compagni d’avventura Neil e Buzz.

L’equipaggio di Apollo 8: da sinistra, Jim Lovell, William Anders e Frank Borman. (Foto NASA)
L’equipaggio di Apollo 8: da sinistra, Jim Lovell, William Anders e Frank Borman. (Foto NASA)

Furono però altri gli astronauti americani che per la prima volta si ritrovarono a una distanza così grande dalla superficie terrestre, quella raggiunta da Michael Collins e dai suoi colleghi che ebbero lo stesso compito nelle successive missioni Apollo. Erano Frank Borman, Jim Lovell e William Anders, i tre di quell’Apollo 8 che non solo sono stati i primi a lanciarsi dalla Terra verso un altro corpo celeste ma pure i primi a vedere con i propri occhi la faccia nascosta della Luna. Era la mattina della vigilia di Natale del 1968, quando Borman, Lovell e Anders entrarono nell’orbita lunare, testando così manovre fondamentali per l’allunaggio del successivo mese di luglio e soprattutto procedendo con la rilevazione dei siti previsti quali futuri approdi dei LEM, tutti sulla faccia visibile perché da quella nascosta non poteva arrivare nessun segnale, radio o di altro tipo che fosse. E di sicuro i tre dell’Apollo 8 si chiesero: «Un giorno atterrerò anch’io su queste sabbie grigie costellate di crateri?». O almeno lo immaginiamo.

Okay, Houston, abbiamo avuto un problema

Per il comandante Frank Borman – che fece già parte del precedente progetto Gemini – e William Anders quello fu il primo e unico volo nell’ambito del programma Apollo. Jim Lovell, invece, l’11 aprile del 1970 venne lanciato per una sua seconda missione, in equipaggio con John Swigert e Fred Haise e stavolta con la superficie della Luna quale approdo. Lovell era stato nominato comandante di quel volo del ’70, come lo era stato Neil Armstrong nell’esaltante luglio dell’anno precedente. Se non che... «Okay, Houston, abbiamo avuto un problema», comunicò Swigert quando coi compagni di viaggio era già a 321'860 chilometri dalla Terra, quasi a un niente dall’obiettivo, verrebbe da dire. Era la missione Apollo 13, abortita a causa dell’esplosione di un serbatoio di ossigeno.

Il modulo di servizio di Apollo 13 con i danni subìti a causa dell’esplosione. (Foto NASA)
Il modulo di servizio di Apollo 13 con i danni subìti a causa dell’esplosione. (Foto NASA)

«Qui Houston, ripetete, prego», dissero dal Centro di controllo in Texas e a rispondere fu Lovell. «Houston, abbiamo avuto un problema», le parole del comandante. Quel volo diventato all’improvviso tremendamente complicato, che aveva visto gli astronauti sfiorare la morte, alla fine si era comunque risolto con un successo. Tra mille traversie, da terra e nello spazio si lavorò alacremente per sfornare tutte le soluzioni possibili e immaginabili affinché Lovell, Swigert e Haise potessero rimanere in vita e rientrassero sulla Terra sani e salvi. Per la seconda volta Lovell l’aveva vista solo da lontano ’sta benedetta Luna, diventata nell’occasione una vera e propria ancora di salvezza poiché orbitandovi attorno Apollo 13 aveva trovato la spinta necessaria per incamminarsi sulla via di casa. Aver salva la vita era già stata una gran bella cosa ma Lovell firmò un altro primato assoluto: a un anno dalla sua prima volta intorno al nostro satellite, insieme a Swigert e Haise è diventato l’uomo che si è ritrovato più lontano dalla Terra da quando la nostra specie ne calca la superficie, per la precisione a 400'171 chilometri di distanza contro i 377'349 raggiunti con la missione Apollo 8. Un record ancora oggi imbattuto.

1969 pezzi per costruire il Saturn V del 1969
Sognando la Luna con 1969 mattoncini colorati

Però, non è ancora il momento di mettere la parola fine a questo nostro racconto e il perché è presto detto: vi dobbiamo una risposta. Già, che c’entrano mai i Lego con l’assemblaggio dei nostri lontani ricordi delle missioni Apollo? Ebbene, i ricordi hanno incominciato a riaffiorare pensando alla costruzione – che qui vi proponiamo in time-lapse – del modello del Saturn V che è stato lanciato sul mercato dalla Lego ed è alto un metro, una volta completato. Un pezzo da novanta – verrebbe da dire – fra gli innumerevoli kit proposti dall’azienda danese, guarda caso composto da 1969 pezzi, numero che ci ha riportato indietro col pensiero a un anno ormai remoto, quello appunto del primo sbarco dell’uomo sulla Luna.

«Costruirlo è stata un’esperienza affascinante», ha detto Filippo, a cui abbiamo affidato la missione di mettere mano al kit e di completarlo nel più breve tempo possibile. Alla fine, ha impiegato tre ore e 45 minuti per assemblare i 1969 mattoncini Lego del Saturn V, tempo riassunto nel «time-lapse» che vi proponiamo qui ed è stato realizzato nel newsroom del Corriere del Ticino dal nostro fotografo Gabriele Putzu.

Loading the player...
La costruzione del Saturn V nella newsroom del Corriere del Ticino:
tre ore e 45 minuti riassunti in meno di un minuto. (Video Gabriele Putzu)
Loading the player...
Il riassunto in immagini della missione Apollo 11. (Video NASA)
©CdT.ch - Riproduzione riservata
  • 1
Ultime notizie: Approfondimenti
  • 1