Il reportage

«Tutti ci hanno promesso aiuti
e invece ci hanno lasciati soli»

Seconda puntata del nostro viaggio a Raqqa, ex capitale dell’ISIS che a due anni dalla liberazione è ancora un enorme cumulo di macerie - Le testimonianze della popolazione tra disperazione e risentimento

«Tutti ci hanno promesso aiuti<br />e invece ci hanno lasciati soli»

«Tutti ci hanno promesso aiuti
e invece ci hanno lasciati soli»

Per liberarla dal regime di terrore dell’ISIS, la città siriana di Raqqa è stata sottoposta, dal giugno all’ottobre 2017, ad un violento bombardamento da parte della coalizione internazionale a guida americana e dalle milizie curdo-arabe. Pagando un prezzo altissimo: nell’interminabile conflitto mediorientale nessuna città ha infatti subito così tanti danni come l’ex capitale dell’ISIS, forse proprio a causa del suo controverso statuto. E gli abitanti sono coloro che hanno sofferto di più, vedendo il diavolo personificarsi nei raid aerei della coalizione, dopo anni di sofferenza.

Morti ammazzati, caduti in battaglia, civili uccisi dalla fame o dalle bombe. La liberazione è stata una carneficina che a Raqqa è costata la perdita di gran parte della popolazione. E per nascondere le nefandezze commesse oltre ogni limite, il genio malefico chiamato Stato Islamico aveva anche previsto come sbarazzarsi dei corpi: con delle fosse comuni. Distese di terra gigantesche, in centro città, adibite alla sepoltura di prigionieri, miliziani e cittadini sono state difatti scoperte dopo la liberazione.

La gigantesca fossa comune di «Panorama» che accoglie i resti di più di mille persone. (Foto Filippo Rossi)
La gigantesca fossa comune di «Panorama» che accoglie i resti di più di mille persone. (Foto Filippo Rossi)

Di queste, la più grande è stata trovata in luogo chiamato «Panorama», che un tempo era un centro culturale ed oggi è una terribile testimonianza degli orrori della guerra. Da lontano ha le sembianze di un campo arato, per i suoi infiniti cumuli di terra. Ma quando ci si avvicina, ci si rende conto di essere di fronte a file infinite di buchi scavati nel terreno nei quali sono stati sepolti alla bell’e meglio un migliaio di cadaveri. Uno spettacolo macabro. Oggi i lavori di sgombero sono terminati ma «Panorama» resterà il simbolo della morte della Raqqa che i suoi abitanti conoscevano.

La coalizione ha fatto più danni dell’ISIS: non era necessario distruggere tutto solo perché si nascondeva un terrorista

I cittadini, però, non vogliono più aspettare per ricominciare a vivere. In città l’insicurezza è alle stelle ma tutti escono. I parchi – unici punti intatti – sono pieni di persone che cercano di svagarsi facendo pic-nic o bevendo tè. Le strade si riempiono di persone, i fruttivendoli allestiscono le bancarelle e il traffico sembra quello di una città normale. Tutti cercano di dimenticare il terrore provato durante i sei mesi di bombardamenti e di paura di quel «lontano» 2017, ma il ricordo riaffiora ogni volta che ci si guarda attorno. La città è infatti tutt’oggi a pezzi, così come la coalizione occidentale l’ha lasciata quell’ottobre segnato dalla gioia e dalla speranza per il futuro. Ovunque si posa lo sguardo, tutto è infatti distrutto: tantissime case e palazzi sono degli scheletri, senza finestre e muri portanti. Molti altri sono ridotti in macerie che ostruiscono strade piene di pezzi di ferraglia. Le vie sono un lago di fango e, più si esce dal centro più la situazione peggiora. Anche l’acqua e l’elettricità scarseggiano: chi può, si aggrega a generatori comunitari pagando una quota. Gli altri, soffrono in silenzio.

Un negozio di giocattoli del centro ha riaperto i battenti sebbene il retro bottega sia completamente sfondato dal crollo del palazzo posteriore. Esposti ci sono alcuni palloni e altri articoli con colori forti, che creano un contrasto con i ferri arrugginiti e il cemento diroccato. «Dietro è tutto spaccato», spiega il proprietario mostrandoci il negozio, al cui interno ci sono tricicli rosa e cavallini di plastica. «Ma cosa possiamo farci? Dobbiamo lavorare. Nessuno ci vuole e dobbiamo arrangiarci».
Dopo i bombardamenti, non sono poche le persone che hanno espresso rammarico e rancore nei confronti della coalizione. Soprattutto per aver raso al suolo ogni cosa senza criterio. «La gente vuole vivere, vuole ricostruire la città. Ma solo chi ha i mezzi lo può fare, gli altri invece, sono rimasti senza niente. Sono in molti quelli che sono venuti qui promettendo che avrebbero aiutato. Ma nessuno lo fa per davvero», ci dice Ahmed, la nostra guida in città, mentre osserviamo dei bambini giostrare in un parco divertimenti riaperto di recente.

«Tutti ci hanno promesso aiuti<br />e invece ci hanno lasciati soli»

«Non riconosco più la mia città», confida. «Insieme ai palazzi, se ne sono andati molti ricordi e ho perso molti amici». Ahmed non si lamenta dell’avvenuta liberazione, anzi. Anche lui, infatti, è stato seviziato dal Califfato. Ma lascia trasparire un po’ di rabbia per quanto accaduto. Ed il suo è un pensiero condiviso da tanti. L’allenatore di una squadra di calcio di bambini, sulla cinquantina, ci parla del terrore che i bombardamenti hanno seminato tra la popolazione: «Ho perso mio fratello e due miei nipoti nei bombardamenti. Erano in casa. Ci hanno terrorizzati più che Daesh». Anche un padre di famiglia, che ci parla mentre osserva i figli scendere da uno scivolo di un parco giochi, spiega che «era necessario sconfiggere l’ISIS ma non ci aspettavamo tutta questa distruzione. Ora non abbiamo più niente. Ho perso casa e lavoro. Voglio portare i miei figli altrove, magari a Damasco, per dar loro un’educazione e smetterla di farli soffrire dopo 5 anni». I bambini ci guardano senza parlare ma uno sguardo che ci fa capire che sono coscienti di aver subito un torto che resterà per sempre impresso nelle loro menti.

Adulti osservano i bambini giocare in un improvvisato parco giochi cercando un po’ di normalità. Ma la desolazione fa sempre da sfondo ai loro sguardi. (Foto Filippo Rossi)
Adulti osservano i bambini giocare in un improvvisato parco giochi cercando un po’ di normalità. Ma la desolazione fa sempre da sfondo ai loro sguardi. (Foto Filippo Rossi)

Camminare per Raqqa è come attraversare un set di Star Wars. I piedi continuano a calpestare spazzatura e detriti. Il rischio di mine è sempre latente e addentrarsi tra le macerie può costare caro. Ma c’è anche chi cerca di rimediare ai danni. In una strada secondaria, vediamo un uomo che assiste alla rimozione, pagata di tasca propria, dei resti di quello che era il suo palazzo. Sorride ironicamente quando ci vede arrivare: «Francamente, volete che ve lo dica? La coalizione ha fatto molti più danni dell’ISIS. Il mio palazzo è stato abbattuto perché i jihadisti ne hanno fatto un loro magazzino, ma non era necessario buttare giù tutti gli edifici solamente perché si nascondeva solo un terrorista» commenta, mentre i lavoratori raccolgono i pezzi di ferro dell’armatura che sosteneva l’edificio e li buttano su un camion. Una ruspa fa avanti e indietro con tonnellate di terra e cemento armato.

Da un balcone, una famiglia intera osserva impietrita, come se fosse l’unico spettacolo interessante che movimenta un giorno di quotidiana routine. Improvvisamente, dai detriti smossi dalla scavatrice, sbuca un mitragliatore e molti sacchi di fosfato, materiale usato dai miliziani per fabbricare bombe: prova inconfutabile che il palazzo era un nascondiglio di Daesh. Il mitragliatore è ancora carico, rimasto così da quando il palazzo è crollato, come se il tempo si fosse fermato nel momento esatto in cui i jet americani o francesi l’hanno abbattuto. «Sono venuti molti stranieri a dire che ci avrebbero aiutati. Ma fotografano solamente e se ne vanno», conclude il proprietario del palazzo, amareggiato.

Gli aiuti internazionali a Raqqa sono minimi e le forze curde, che cercano di ricostituire qualche istituzione cittadina, faticano a gestire tutta la zona che hanno riconquistato dallo Stato islamico: il risultato è una popolazione frustrata e negletta che potrebbe trasformarsi in un terreno fertile per la rinascita dell’estremismo.

"Vorrei una gamba nuova per poter andare a scuola"
La piccola Aziza, alla quale un proiettile di mortaio ha ucciso la madre e tre fratelli e portato via una gamba. (Foto Filippo Rossi)
La piccola Aziza, alla quale un proiettile di mortaio ha ucciso la madre e tre fratelli e portato via una gamba. (Foto Filippo Rossi)

A «Panorama» sono state sepolte decine di migliaia di persone. Ma non tutti erano condannati a morte o «martiri» del Califfato. Fra loro c’erano anche molti innocenti, portati là per essere seppelliti con dignità. Fatima e tre delle sue figlie sono state portate qui da Hussain, suo marito, un lavoratore semplice. Sono morte a causa di un proiettile di mortaio caduto sulla cucina di casa durante il Ramadan del 2017, in giugno. Hussain è una delle molte persone che hanno perso tutto e sono state lasciate alla loro fede in Dio. Vive nel quartiere di Ad-Dariyeh, forse il più povero della città, insieme al resto dei suoi figli, che cerca di far crescere aiutato dal padre. Il quartiere è stato un importante focolaio che ha appoggiato la politica dell’ISIS, che qui ebbe un grande seguito proprio per gli aiuti sociali che dava alle persone. Ci arriviamo con la macchina che nuota in mezzo al fango, cercando di essere discreti. «L’ISIS controllava i poveri, dandogli lavoro e la carità. E loro erano felici», commenta Ahmed, la nostra guida.

Bambini che giocano apparentemente con spensieratezza. Ma il ricordo di ciò che hanno vissuto è sempre vivo dentro di loro. (Foto Filippo Rossi)
Bambini che giocano apparentemente con spensieratezza. Ma il ricordo di ciò che hanno vissuto è sempre vivo dentro di loro. (Foto Filippo Rossi)

Il colpo di mortaio che ha cambiato la vita di Hussain, ha devastando quella di Aziza, sua figlia maggiore di 10 anni, sopravvissuta all’esplosione ma che ha perso una gamba e oggi è costretta su una carrozzina. «Stavamo preparando il pranzo quando il proiettile è arrivato. Io ho perso coscienza e mi sono risvegliata in ospedale» rammenta la ragazzina. Anche la sua seconda gamba è segnata da una cicatrice impressionante sulla caviglia. Hussain è disperato. Disoccupato, non sa come sfamare la sua famiglia: «Viviamo grazie agli aiuti della comunità, ma che bisogno c’era di fare tutto questo? I terroristi non ci lasciavano uscire mentre gli altri ci bombardavano. La colpa è di entrambi ma ad averci rimesso siamo solo noi, i civili. Non abbiamo niente, non ci aiuta nessuno. I curdi che oggi controllano la città vogliono solo che noi combattiamo al loro fianco. Vengono a farci firmare fogli, dicendo che ci aiutano ma poi se ne vanno. Stessa cosa le ONG. I curdi si sono già presi 4 membri della mia famiglia. Almeno sotto Daesh c’era lavoro e ricevevamo la zakkat (la carità)».

Le condizioni in cui versa la sua famiglia sono terribili. I loro vestiti sono luridi, infangati. I bambini, che non sembrano capire esattamente ciò che è successo, si divertono giocando nel fango con i pezzi del mortaio che ha portato via la loro madre. «Ricordo che la mamma è volata da lì andando a sbattere là, contro il muro. La prima notte l’ho sognato ma ora non più» dice uno dei fratellini di Aziza, circa 5 anni, indicando la traiettoria che il corpo esanime della madre ha fatto al momento dell’impatto del proiettile, schiantandosi contro il muro della casa. Con voce pimpante e sorridente, ci accompagna, vuole raccontare. Ma lo fa in un modo tanto sereno e innocente che rende difficile trattenere la commozione. Anche Aziza parla, sorride, ma fa anche smorfie di dolore, mostrando la guerra in tutta la sua nudità. «Quando sono tornata a casa ho scoperto che la mamma era morta. Papà me lo ha detto. Oggi vorrei solo poter avere una gamba nuova per camminare come gli altri bambini e andare a scuola. Voglio diventare maestra» conclude. Forse è lei la personificazione della liberazione di Raqqa da parte della coalizione: distruggere, partire e pretendere silenziosamente un grazie.

Loading the player...
©CdT.ch - Riproduzione riservata

In questo articolo:

  • 1
Ultime notizie: Approfondimenti
  • 1