Uno schiaffo non ha mai fatto male a nessuno. Quante volte lo abbiamo sentito dire, soprattutto in ambito educativo. Eppure, di certo, bene non ne fa. Di dolore ne procura, sia fisico, sia emotivo. Nei bambini di oggi, al momento in cui lo ricevono, come negli adulti che diventeranno in futuro. In occasione della Giornata internazionale dei diritti dell’infanzia, che cade proprio oggi, con la dottoressa Myriam Caranzano-Maitre (nella foto), direttrice scientifica della Fondazione della Svizzera italiana per Aiuto Sostegno Protezione Infanzia (ASPI), abbiamo affrontato quello che per molti versi sembra ancora essere un argomento tabù in Svizzera: le punizioni corporali impartite dai genitori.

Una sberla ogni tanto non fa bene a nessuno

Le raccomandazioni dell’ONU

Il Comitato per i diritti del fanciullo delle Nazioni Unite, nel suo ultimo rapporto sulla Svizzera datato 2015, oltre a constatare i passi avanti, fornisce anche margine di progresso in merito a molte sfaccettature concernenti la vita e la salute dei bambini nel nostro Paese. A spiccare è proprio la raccomandazione dell’ONU di «vietare esplicitamente tutte le pratiche di punizione corporale in ogni contesto e rafforzare il suo impegno per promuovere forme positive, non violente e partecipative di educazione dei figli e di disciplina». Sì perché, come ci conferma la dottoressa Caranzano-Maitre, malgrado il rapporto in questione non sia recentissimo, contrariamente ad altri sessanta Paesi al mondo, la Svizzera ancora oggi non ha attuato questa norma.

Fiducia minata

«Ogni volta che un adulto utilizza una sberla o una sculacciata su un bambino, quello che gli insegna è la legge del più forte, perché i piccoli non la possono ripetere a propria volta sugli adulti ma lo faranno sui più deboli. Si insegna che l’atto violento può essere utilizzato per risolvere un problema». Ad ostacolare un cambio netto di paradigma, spiega ancora la dottoressa, ci sono sia un retaggio culturale ancora troppo forte per cui questi comportamenti sono accettabili, sia la poca consapevolezza di cosa lasciano questi gesti nei bambini. «La maggior parte dei genitori vorrebbe un rapporto più stretto con i figli, ma la paura provocata da una sberla o una sculacciata rovina la loro relazione, non insegna ai piccoli in cosa sbagliano e legittima l’uso della forza. Il dolore e l’umiliazione minano inoltre il rapporto di fiducia».

Fare il possibile

Perché non è facile prendere consapevolezza? «C’è da dire che molti di questi adulti hanno a loro volta ricevuto un’educazione simile e ammettere che sia logorante e sbagliata vorrebbe dire giudicare esplicitamente i propri genitori. Ma non si tratta di esprimere giudizi, le generazioni passate hanno fatto quanto hanno potuto con i mezzi che hanno avuto. Oggi però abbiamo informazioni diverse e possiamo migliorare: sappiamo che la violenza genera violenza. Mentre un approccio basato su metodi che esulano dall’aggressività fisica, così come da violenza psicologica o emozionale, insegna ai futuri adulti ad agire in modo rispettoso in tutti gli ambiti della vita, non solo in quello famigliare».

Violenza vietata, tranne in casa

E in futuro? Il rischio è di integrare e riprodurre a propria volta questa legge del più forte. Magari proprio nella famiglia che il bambino o la bambina si costruirà, spiega ancora Myriam Caranzano-Maitre. «Molti studi lo dimostrano. È un linguaggio che, non essendo esplicitamente vietato, se vissuto da piccoli, rischia prima o poi di riemergere. La maggior parte dei bambini che subisce questi trattamenti (prevalentemente schiaffi, sculacciate, tirate di capelli o di orecchie, nei casi più brutali lanci di oggetti o bruciature), li vive infatti tra gli 0 e i 3 anni, proprio nell’età in cui si assimila di più del mondo che ci circonda».

E l’impatto del lockdown?

Anche se in Svizzera non ci sono dati specifici in merito, spiega ancora la dottoressa, «questo periodo di pandemia ha portato molto stress e, ricerche estere lo documentano, i maltrattamenti in famiglia sono aumentati». «È vero però ci sono stati anche sviluppi positivi: molti padri, e anche madri, hanno trascorso più tempo a casa con i propri bambini, riscoprendo la bellezza dello stare insieme», ha concluso la dottoressa.

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