Il parere

Architettura significa
dedicarsi al futuro

Architettura significa <br />dedicarsi al futuro
Concepire un edificio, un quartiere o affrontare un restauro vuol dire immaginare una vita futura di un qualcosa che ancora non esiste

Architettura significa
dedicarsi al futuro

Concepire un edificio, un quartiere o affrontare un restauro vuol dire immaginare una vita futura di un qualcosa che ancora non esiste

Un architetto come affronta un mandato di progettazione? Quali riflessioni stanno alla base di quello che possiamo ritenere un creatore di spazi? L’architetto Ivan Fontana ha elaborato queste domande e ne ha ricavato una serie di riflessioni che rappresentano una possibile risposta: «Occuparsi di architettura significa quasi sempre occuparsi del futuro. Concepire un edificio, un quartiere o affrontare un restauro vuol dire immaginare una vita futura di un qualcosa che ancora non esiste. Per questo l’attività prima dell’architetto, che è la progettazione, è sempre in una certa misura una scommessa.

Le mie convinzioni potrebbero differire da quelle di qualche collega: la risposta è che non esiste una ricetta sempre valida, ogni caso ha le sue specificità, ogni nuova proposta viene elaborata in un coacervo di sensazioni, idee, consapevolezza, intuizioni e conoscenze professionali che, prima ancora di aver verificato concretamente la fattibilità dell’idea, spingono la mano a tracciare segni sul foglio bianco. Quei primi segni di solito portano in luce il nucleo di quella che sarà una proposta progettuale concreta; poi subito emergono alla coscienza tutta una serie di dati di fatto e di situazioni oggettive cui ogni proposta progettuale si deve confrontare.

Segnalo qui velocemente le situazioni che stanno in background ad ogni processo di sviluppo di un progetto architettonico: in primis le questioni energetiche e ambientali. L’architetto deve essere consapevole che ogni intervento costruttivo è un grande consumatore di energia e di risorse ambientali. Secondariamente, ogni progetto deve rispondere ad una selva di normative il cui scopo ultimo è quello di tutelare ambiente e popolazione nell’immediato e nel futuro. Da ultima, ma non per ultima, è viva la spinta a produrre un edificio di qualità, una qualità tecnica ovviamente, ma soprattutto una qualità architettonica, oserei dire quasi una necessità di carattere spirituale oltre che etica.

È fondamentale produrre spazi che, oltre al mero aspetto funzionale, possiedano un plus valore che consenta all’utente finale un’identificazione positiva con lo spazio costruito e una relazione forte e diretta con il paesaggio, nonché la possibilità di un’attività introspettiva, tutte situazioni indispensabili all’esplicarsi di una vita equilibrata. Concretamente, dal lato costruttivo, cerco di ridurre al minimo i lavori di scavo che richiedono un alto investimento energetico, niente cantina interrata se possibile ma edificio su pilotis, e poi uso forme geometriche semplici nell’ottica di ridurre al minimo le complicazioni costruttive e l’esibizionismo sempre in agguato.

Adotto, se possibile, standard realizzativi che siano in grado di rendere energeticamente autosufficiente l’edificio. Dal lato emozionale, invece, mi sforzo di ridurre al minimo il numero di materiali usati nella costruzione e soprattutto di utilizzare materiali naturali a vista, perché più sinceri di quelli rivestiti, Inoltre ho la consapevolezza che essi richiedono meno manutenzione sul lungo periodo e portano una carica di sensualità e concretezza. E poi aperture grandi come la parete e non buchi ritagliati in essa per poter stabilire un legame forte con il territorio. Ogni idea progettuale che ambisce alla realizzazione deve passare attraverso il rispetto delle norme stabilite nei piani regolatori.

Sono in gran parte norme che fissano parametri quantitativi come superfici, altezze, distanze e altro e che alla fine definiscono posizione, volume e relazioni tra gli edifici nonché la qualità degli spazi pubblici. Il paesaggio costruito negli ultimi 30-40 anni è in gran parte figlio di norme concepite da più di una generazione fa. Se si vuole porre freno al consumo esasperato del nostro territorio e contemporaneamente essere più rispondenti alle problematiche contemporanee trovo sia auspicabile una revisione critica delle basi stesse dei nostri piani regolatori».

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