L’intervista

Costruire? Recuperare?
Ecco come scegliere

Costruire? Recuperare? <br />Ecco come scegliere
Blumer: «L’edilizia dipende dalla cultura del momento, l’architettura, anche se prodotta su stesse condizioni, no».

Costruire? Recuperare?
Ecco come scegliere

Blumer: «L’edilizia dipende dalla cultura del momento, l’architettura, anche se prodotta su stesse condizioni, no».

Costruire? Recuperare? <br />Ecco come scegliere
Riccardo Blumer, direttore dell’Accademia di Architettura di Mendrisio

Costruire? Recuperare?
Ecco come scegliere

Riccardo Blumer, direttore dell’Accademia di Architettura di Mendrisio

La domanda è meno banale di quanto possa sembrare a prima vista. Voglio una casa in proprietà e che faccio? La costruisco ex novo, oppure ne cerco una con le rughe e la sottopongo ad un delicato (e per niente scontato a livello di riuscita) recupero? La risposta non è facile: presuppone analisi che toccano vari aspetti, non da ultimo quello economico.

A giudicare da un piccolo sondaggio promosso tra amici e conoscenti, la sensazione della maggioranza degli intervistati è che riattare una vecchia costruzione comporti maggiori oneri finanziari rispetto ad una nuova edificazione. In realtà, interpellando alcuni addetti ai lavori, questo aspetto non emerge in maniera chiara e preponderante: insomma, come sempre, dipende da numerosi fattori che entrano in gioco, ma l’equazione che trova maggior conferma è che a parità di volumetria, alla fine i costi possano equivalersi. In definitiva dunque, un’eventuale scelta tra costruzione nuova e riattazione può dipendere da due concetti: il primo che si rifà alla creatività e alla libertà di poter fare ciò che si vuole (il trionfo del nuovo, che non impone limiti se non quelli stabiliti dal piano regolatore comunale); il secondo al rispetto che dobbiamo a un territorio sempre più devastato dalla cementificazione. Perché bisogna costruire a nuovo, quando abbiamo sotto mano un patrimonio di vecchie costruzioni che possiamo tranquillamente recuperare, salvaguardando porzioni di terreno edificabile per le future generazioni?

Riflettendo su questi aspetti, abbiamo sottoposto alcune domande ad una figura importante del settore, il direttore dell’Accademia di Architettura di Mendrisio, Riccardo Blumer (nella foto di Chiara Zocchetti). Le sue risposte, lungi dall’essere esaurienti, aprono altri interrogativi e ci invogliano ad affrontare la tematica da una prospettiva - come dire? - forse più filosofica.

Direttor Blumer, l’Accademia di Architettura di Mendrisio forma i futuri architetti che dovranno modellare, attraverso le loro creazioni, il nostro territorio. Tra i temi di riflessione che vengono affrontati, c’è anche quello relativo alla scelta tra il costruire ex novo e la possibilità di recuperare invece il patrimonio immobiliare già esistente mediante opportuni riattamenti?

«Certo, il “ri-uso” è un grande tema che a scuola affrontiamo inevitabilmente. La nostra casa editrice MAP (Mendriso Accademy Press) ha pubblicato nel 2107 uno stupendo libro sul tema: “Yellowred” di Martin Bosch, con Laura Lupini e Joào Machado. Uno dei testi a mio parere meglio riusciti sul grande tema. Nel “gergo” architettonico in un progetto di ri-uso con il giallo si sottolinea la demolizione e con il rosso la ricostruzione».

Vuole indicarci quali sono i punti focali che caratterizzano il vostro approccio con la problematica?

«Per noi non si tratta di farne una “religione”, ma una pratica di buona e seria architettura. L’intelligenza del costruire passa inevitabilmente dalla “mano”, dalla matita, ma nasce da un pensiero educato all’attenzione e alla responsabilità. Per questo accanto agli atelier in cui ci si esercita la scuola ha un “contrappeso” importante di corsi teorici ad impronta tecnica-umanistica per allenarsi simmetricamente al pensiero etico. Ma questo vale per tutti i campi del mestiere, dal ri-uso all’architettura effimera o nuova».

L’architetto è un creativo che di regola ha piacere di ideare qualcosa e la sua massima libertà è avere un foglio bianco davanti. Lavorare su qualcosa di esistente può spegnere la creatività, limitare la spinta verso l’innovazione?

«I limiti sono necessari, è nella loro assenza che cresce il sentimento distruttivo di onnipotenza. Amiamo i limiti».

Come coniugare il concetto di sostenibilità con la necessità di costruire o recuperare edifici esistenti?

Ogni progetto va verificato nelle sue componenti immanenti. La contemporaneità essendo evolutiva darà sempre risposte diverse, ma se intelligenti divengono stabili e quindi sostenibili. È un grande esercizio».

Uno degli aspetti fondamentali dell’approccio con la casa è legato alla disponibilità finanziaria del committente. Da questo punto di vista, è più economico costruire ex novo o risanare l’esistente?

«Risanare per un architetto non è mai una scelta economica. Se lo diventa rischiamo di sprecare risorse».

Parliamo di bilancio energetico e di necessità di costruire tenendo presente criteri efficienti in termini di consumo di energia. Da che parte pende l’ago della bilancia? In favore del nuovo o del risanamento?

«L’energia per cosa? Quanto è legata al senso di benessere che le società impongono come standard? Le risposte sono sempre da costruire sui casi e mai con un approccio univoco. Il compito di una università è proprio quello di aumentare le prospettive per osservare il fenomeno in modo ampio. L’architettura, quando la si produce, deve essere una sintesi positiva di tutte le infinite componenti, in alcuni casi, fino ad allora, inimmaginabili».

Non esiste il recupero, anche se in diverse scale è sempre una rielaborazione, pur se a diversi livelli. La scelta deve partire da questa considerazione. Recuperare è sempre un progetto contemporaneo

Dove si situa la grande sfida del riattamento? Nel recupero puro e semplice dell’esistente, oppure in una sua rielaborazione in chiave moderna?

«Anche in questo caso non esiste una regola. Sposti la domanda in modo estremo al campo del restauro e immaginiamo il grande tema di Notre Dame o quello meno recente della Fenice a Venezia. Non esiste il recupero, anche se in diverse scale è sempre una rielaborazione, pur se a diversi livelli. La scelta deve partire da questa considerazione. Recuperare è sempre un progetto contemporaneo».

Tutte le costruzioni del parco immobiliare si prestano al recupero, tenendo presente il loro valore architettonico? Oppure in qualche caso sarebbe necessario pensare ad una demolizione pura e semplice dell’esistente, quando siamo di fronte a costruzioni prive di qualità?

«La demolizione è un grande progetto, interessantissimo. Ma demolire non è annullare. I peccati in architettura non si possono cancellare. Occorre sempre un progetto (non una costruzione). Si veda proprio a Mendrisio la recente demolizione dell’ex Jelmoli e la conseguente domanda: “e adesso?!”».

Oggi l’impressione è che non si costruisca più in base alle necessità, ma per soddisfare un bisogno di consumismo. E infatti spesso prima si costruiscono le case, poi si corre alla ricerca di chi vorrebbe comprarle e abitarle. Che effetto le fa?

«Distinguo tra edilizia e architettura. L’edilizia dipende dalla cultura del momento, l’architettura, anche se prodotta su stesse condizioni, no. Siamo animali capaci di scegliere, immaginare. Ci alleniamo a difendere la libertà, la bellezza, la comunità».

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