È morta Mira Furlan, star di Lost che si esiliò piuttosto che schierarsi nazionalmente

Cinema

L’attrice è morta mercoledì 20 gennaio a causa di complicazioni dovute al virus del Nilo occidentale, un’infezione che può essere trasmessa dalle zanzare

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L’attrice diventata celebre con Babylon 5 e Lost Mira Furlan è morta all’età di 65 anni. A confermarlo è stata la famiglia dell’artista croata. Furlan ha interpretato il ruolo di Minbari Delenn nella serie televisiva di fantascienza degli anni ‘90 Babylon 5, e quello di Danielle Rousseau nel dramma avventuroso degli anni Duemila, Lost.

La sua famiglia ha detto alla BBC che l’attrice è morta mercoledì 20 gennaio a causa di complicazioni dovute al virus del Nilo occidentale, un’infezione che può essere trasmessa dalle zanzare ai cavalli e all’essere umano ed è presente in tutti i continenti. «È morta pacificamente nella sua casa di Los Angeles, circondata dalla sua famiglia. Continueremo tutti a celebrare la sua vita e la sua eredità, e sappiamo che sarà sempre qui con noi».

Nata nel 1955 a Zagabria, che allora faceva parte della Jugoslavia, Mira Furlan ha preso parte a numerosissime pellicole in patria fino agli anni ‘90. Suo anche uno dei ruoli principali nel secondo film di Emir Kusturica «Papà... è in viaggio d’affari» che nel 1985 si aggiudicò la Palma d’Oro al Festival di Cannes.

La lettera e l’addio alla patria

All’inizio degli anni ‘90, con lo scoppio della guerra che segnò la fine della Jugoslavia, Mira Fulran - croata e sposata con un regista serbo, Goran Gajic - si trovò al centro di molte polemiche per la sua scelta di non prendere una posizione in quella che era ormai diventata una guerra tra Nazioni all’interno di uno stesso Stato. Divenne quindi celebre una sua lettera con la quale, da Belgrado, dove viveva, si rivolgeva ai suoi concittadini croati. Poco dopo la pubblicazione del testo, la coppia preferì trasferirsi negli Stati Uniti dove è rimasta negli ultimi trent’anni. Vi riproponiamo la lettera tradotta dall’Osservatorio Balcani Caucaso.

«Con la presente vorrei ringraziare tutti i miei concittadini che, senza risparmiarsi, si sono uniti in questo piccolo, casuale e, a a ben vedere, non così tanto importante linciaggio nei miei confronti. Anche se casuale, cambierà e segnerà però tutta la mia vita. Ciò è, naturalmente, del tutto insignificante in un contesto di morte quotidiana, di distruzione, di devastazione e di crimini orrendi nel quale si svolge la nostra vita.

Poiché si tratta comunque dell’unica vita che ho, ed è già stata scelta per essere usata come uno straccio sporco che ogni tanto torna utile per pulirsi le scarpe infangate, e siccome sono troppo disperata per avere anche la voglia di polemizzare sui giornali, penso di dovere a me stessa, e a questa città almeno qualche riga. Proprio come alla fine di una sfortunata, tormentata e sbagliata storia d’amore, quando, completamente fuori strada, si vuole ancora dire qualcosa e spiegare, anche se nel profondo dell’animo sappiamo che le parole sono superflue, perché non c’è più nessuno che le possa udire. Perché, infatti, è finita.

Ascoltando la mia segreteria telefonica ho sentito un numero incredibile di messaggi ripugnanti in modo indescrivibile da parte dei miei concittadini, e ho desiderato ricevere anche un solo messaggio di un qualche amico. O perfino non amico. Di un conoscente qualunque. Di un collega. Ma un messaggio del genere non c’era. Non una singola voce familiare, non un solo amico – uno si domanda se sia possibile una cosa del genere. Eppure, li ringrazio. Anche quei nobilissimi patrioti che mi giurano con premura “di massacrarmi alla maniera serba” e quei colleghi, amici e conoscenti che con il loro silenzio mi fanno sapere che non posso più contare su di loro.

Grazie anche ai colleghi con i quali ho recitato negli spettacoli di Držić, di Molière, di Turgenev e di Bernard Shaw, grazie per il loro silenzio, grazie per non aver nemmeno provato a capire, se non a giustificare, la mia lettera sulla messa in scena dello spettacolo al festival di Bitef, una lettera dove ho cercato di spiegare che recitare per me in questo momento rappresenta la difesa della nostra professione comune che non deve, e non può, mettersi al servizio di nessuna idea politica o nazionale perché è semplicemente contro la sua natura – quella di una professione che deve, persino nei momenti più bui, instaurare ponti e connessioni, che è estranea ad ogni limite nazionale, e che, nel suo essere, non conosce e non riconosce confini.

So che in questo momento tutti quei discorsi sull’arte cosmopolita sembrano inappropriati. So che sembra inopportuno professare il pacifismo, l’amore universale e la fratellanza di tutti gli uomini mentre muoiono persone e bambini, e i giovani ritornano a casa mutilati per sempre. Come faccio a dire qualunque cosa che non sembri una stupidaggine impertinente nel momento in cui Dubrovnik è sotto minaccia, per ragioni del tutto incomprensibili, la città dove ho recitato il mio spettacolo preferito Gloria?

Tuttavia, io non so pensare diversamente. Nella mia testa non riesco ad accettare la guerra come unica soluzione, non riesco a costringermi a odiare, non riesco a credere che le armi, gli assassinii, la vendetta, l’odio, il crescere del male potranno mai risolvere qualcosa. Non significa forse che ogni personale consenso alla guerra è in realtà anche una partecipazione a quel crimine, l’accettazione anche della più piccola parte di colpa, per la guerra, essere responsabili per essa?

In ogni caso penso, so e sento che il mio dovere, il dovere della nostra professione, è di costruire ponti. Di non rinunciare alla collaborazione e alla comunità. Ma non nazionale. Professionale. Umana. E anche quando è terrificante, come lo è adesso, bisognerebbe insistere, fino all’ultimo respiro, sulla collaborazione e sul mantenimento delle relazioni tra le persone. È una scommessa per il futuro. E il futuro arriverà un giorno, prima o poi. Io, dal canto mio, ero pronta, fino a poco tempo fa, a tutti i tormenti e alle difficoltà possibili su trasporto-comunicazione-finanze, ero pronta a farmi 20 ore di viaggio attraverso l’Austria e l’Ungheria, e sarei pronta a sottopormi a tratte più spericolate e pericolose pur di raggiungere i miei spettacoli in due città in guerra, a farmi vedere sul palcoscenico esattamente alle sette e mezza con i miei colleghi zagabresi oppure belgradesi e recitare a turni Corneille e Turgenev, nel nome della continuità del mio lavoro, nel nome di qualcosa che vivrà oltre questa guerra e quest’odio, per me incomprensibile. E sarei ancora pronta a investire me stessa ancora e ancora come promessa per un futuro che tuttavia ci aspetta, fino a che un fanatico patriota non mi massacrerà per davvero, come mi promettono.

Ero pronta, e sarei tuttora pronta a tutti gli sforzi e agli orrori connessi al caso, se non fossi stata, all’improvviso, sommersa con spaventosa ferocia dall’odio della mia città natale. Sono inorridita dalla forza e dalla mole di tale odio, dall’unanimità della condanna, dal fatto che nessuno ha visto una buona intenzione nel mio gesto, vale a dire la difesa dell’integrità professionale, un tentativo di difendere almeno uno spettacolo buono e bello. Non avevo comunque intenzione di continuare a recitare in quello spettacolo, come ho sottolineato nella mia lettera. Il festival teatrale internazionale di Bitef a cui partecipavano inglesi, russi, francesi, belgi, e tra di loro anche uno sloveno, mi sembrava degno della mia presenza, soprattutto perché la mia non comparsa avrebbe significato un tradimento dello spettacolo che ho portato avanti nelle circostanze più difficili durante le manifestazioni del nove di marzo con tanto di cannoni, con le minacce giornaliere di un colpo di stato, ecc, ecc, ecc.

È terribilmente triste essere costretti a giustificarsi quando il reato non esiste. Esiste solo la disperazione, la nausea e l’orrore. Davanti a me non ci sono più decisioni da prendere. Hanno deciso tutto gli altri. Hanno deciso che devo tacere, arrendermi, sparire, mi hanno privata del diritto di fare il mio lavoro nel modo in cui io reputo di doverlo fare, mi hanno privata del diritto di tornare a casa nella mia città, mi hanno privata del diritto di poter tornare un giorno nel mio teatro e di recitare nei miei spettacoli.

Qualcuno ha anche deciso che bisognasse licenziarmi. Grazie al Teatro nazionale croato, grazie al mio collega Dragan Milivojević che ha firmato il licenziamento. So che molte persone vengono licenziate, che sono solo una fra tanti, semplicemente un surplus. Uno si domanda continuamente se ha il diritto, in questo orrore generale, di fare una sua intima domanda. Io certamente per un po’ di tempo (quanto?) non intendo recitare su nessun palcoscenico di questo frantumato e dolente paese. Forse non bisognava affrettarsi con quel licenziamento, tutto si sarebbe risolto da sé. Con più eleganza. Più a modo. Non così duramente. Certo, non sono questi i tempi della tenerezza. Ma, qualcuno si dovrà vergognare dopo tutto questo? E sarò proprio io, come cercano di convincermi i miei colleghi nelle loro interviste ortodosse.

Si può giustificare con la brutalità della guerra ogni piccolo abominio contro il proprio prossimo? Si può tacere l’ingiustizia contro l’amico o il collega nel nome del grande, illuminato obiettivo nazionalista? Si può, nel nome della sensibilità di tutto il popolo, rimanere impassibili nei confronti della sofferenza del singolo (che per puro caso è altrettanto parte di quel popolo)? Faccio queste domande ai miei amici di Zagabria, i quali non rispondono, rimproverando nello stesso tempo il silenzio di Belgrado.

È difficile scrivere senza rancore. Vorrei poterlo fare, perché: “Amate i vostri nemici”. Vorrei che tutti ne fossimo in grado. Forse la soluzione per tutti noi è in questo. Ma ho paura di essere incredibilmente lontana dal cammino di Dio. E questo è sempre un cammino d’amore. Non di odio.

A chi scrivo veramente questa lettera? Chi la leggerà? Chi la vorrà leggere? Tutti sono presi dalle grandi questioni collettive, i piccoli destini individuali non contano più. Quanti amici tradiremo pur di non commettere il grande, unico riconosciuto, tradimento della patria? Quanti piccoli tradimenti umani, quante piccole meschinità deve commettere uno per rimanere “pulito davanti alla patria”?

Mi dispiace, la mia scala di valori è diversa. Per me esistono, e esisteranno sempre solo persone, persone individuali, e quel numero di persone (Dio, come ce ne sono poche!) esisteranno sempre nella mia testa, nonostante tutti i cataclismi di questo mondo, saranno sempre un’eccezione da tutte le generalizzazioni. Io, purtroppo, non riuscirò mai a “odiare tutti i Serbi”, né tanto meno comprendere il significato di questo odio. Sempre, o almeno fino al momento in cui non la smetteranno con le premurose minacce telefoniche, porgerò la mia mano a una persona anonima “dall’altra parte”, persona altrettanto disperata e sola quanto me, che è altrettanto triste, traumatizzata e spaventata a morte. Persone del genere esistono anche nella città dalla quale scrivo questa lettera, e nella quale mi ha portata l’amore, quella cosa che in questo momento pare indecente anche solo nominare. Nulla serve più da scusa, tutto è calpestato e disprezzato, se non è direttamente al servizio del grande obiettivo. Quale amore, quali matrimoni, quali amicizie, quali spettacoli teatrali!

Rifiuto e non accetto uno sfregio del genere a me stessa e alla mia vita. I miei ultimi spettacoli a Belgrado li ho recitati per quei poveracci che non sono “serbi”, ma persone, persone come me, persone che odiano questo teatrino schifoso da Grand Guignol nel quale volano teste mozzate. Mi rivolgo a quelle persone, qui e lì. Forse qualcuno mi udirà.

La punizione che la mia città, la mia unica città, il mio teatro, il mio unico teatro, ovvero l’unico teatro che ho considerato essere mio, la punizione che mi hanno riservato, penso di non essermela meritata perché ho lavorato come penso si debba lavorare sempre: credendo nelle persone e nella nostra professione che deve unire le persone e non separarle. Non “rinnegherò” mai i miei amici belgradesi come alcuni miei colleghi, perché reputo che quegli amici non abbiano in alcun modo contribuito a questa catastrofe che ci ha colpiti, come non rinnegherò mai i miei amici zagabresi, nemmeno quando sono loro a rinnegare me. Cercherò in tutti i modi di capire il loro panico, la paura, il rancore, e persino l’odio, ma chiedo la stessa comprensione per me stessa, ovvero per una storia diversa dalle solite, per una vita che per un puro caso del cosiddetto destino è fuoriuscita dalla cornice aspettata. Perché tutto deve essere così uguale, spaventosamente uniforme, appiattito, uniforme? Non ne abbiamo avuto a sufficienza? So che è il momento delle divise, che sono tutte uguali, ma io non sono un soldato, non lo posso essere, non sono capace di esserlo, non spetta a me esserlo.

Senza pensare se vivremo in un unico, in cinque o in cinquanta paesi, cerchiamo di non dimenticarci delle persone, tutte singolarmente, senza pensare da che parte di questo nostro Muro si trovi la persona in questione. Siamo nati qui per caso, siamo questi o quelli per caso, ci sarà dunque qualcos’altro che vada oltre a questo?

Spedisco questa lettera al vuoto, al buio, non sapendo chi e come la leggerà, né tanto meno in che modo la si potrà strumentalizzare. Probabilmente servirà da cibo alla sempre affamata bestia della propaganda. Forse dopotutto qualcuno la leggerà a mente aperta.

Quella persona avrà la mia gratitudine.

Da Belgrado a Zagabria, 1.11.1991».

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