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Alla ricerca della fiducia perduta

CdT
Medico di famiglia, un punto di riferimento sopravvissuto agli anni.
 
14
marzo
2018
06:00
Giancarlo Dillena

di GIANCARLO DILLENA - Al tempo delle "fake news", degli stregoni della notizia e della cura, del dottor Google che dalla rete dà una (o più d'una) risposta ad ogni possibile domanda, di chi possiamo ancora fidarci? Da chi possiamo avere un'indicazione attendibile, una spiegazione ragionata, un consiglio ragionevole che, senza pretendere di essere espressione di una verità assoluta e inoppugnabile, quanto meno ci aiuti a navigare tenendo una rotta definita nel mare turbolento del mondo d'oggi? Non è un caso che la Fondazione di ricerca psico-oncologica e l'Associazione Triangolo abbiano scelto proprio il tema della fiducia per il loro XXI seminario, che si terrà giovedì 15 marzo al Palacongressi di Lugano. In effetti il rapporto fra paziente e medico – e, in una prospettiva allargata, fra curato e curante – si colloca per molti versi al centro di questa problematica. Poiché se la fiducia (o la mancanza di fiducia) in chi ci governa, in chi si prende cura dei nostri soldi, in chi ci tiene informati su quel che succede influenza le nostre scelte politiche, economiche, culturali e ha quindi un peso sociale rilevante, quando si tratta di salute, malattia, sofferenza, vita o morte questo peso diventa esponenziale. Anche perché il curante, al di là degli aspetti strettamente tecnici, rappresenta l'ancoraggio umano essenziale per chi è in balìa della malattia. Se questo legame si fonda su un rapporto di fiducia non solamente il paziente si sente meno solo, ma anche le cure si dimostrano spesso più efficaci.

Il guaio del nostro tempo è che questo rapporto di fiducia è sempre più insidiato, indebolito, corroso. Messo sotto assedio da più parti. A cominciare dal paziente stesso, che ha perso quel sentimento di sudditanza nei confronti di coloro cui un tempo guardava come unici detentori del sapere e unica fonte di risposte e soluzioni. Il che non sarebbe in sé un male se il rapporto non tendesse a ribaltarsi verso l'estremo opposto. Per effetto della rete, che distribuisce una conoscenza sommaria ma di facile accesso e dà l'illusione di aver capito tutto anche a chi poco o nulla ha capito davvero. Ma anche per effetto indiretto di un sistema di garanzie che finiscono col favorire diffidenze e pregiudizi. Come nel caso della richiesta di un secondo parere nell'affrontare una scelta difficile come un intervento o una cura a rischio: sacrosanto come principio, nella pratica alimenta ansie e incertezze che schiudono la porta anche a influenze nefande. È su questo terreno, in effetti, che mettono radici e prosperano i vari stregoni, imbonitori di cure miracolose o demonizzatori di pratiche dagli effetti comprovati (vedi vaccini). Il tutto all'insegna della collaudata contrapposizione ideologica fra da una parte la dottrina ufficiale schiava della corporazione medica e della lobby farmaceutica e dall'altra una nuova visione salvifica, libera e alternativa, offerta dai Dulcamara e dai Cagliostro di turno.

Paradossalmente questo atteggiamento converge verso quello di coloro che vedono in una medicina sempre più tecnologica e tecnocratica la vera alternativa moderna al vecchio rapporto di fiducia col curante, le cui capacità appaiono sempre più esili e minute a fronte della crescente potenza e precisione delle macchine. Le regole, i protocolli, i passaggi obbligati (anche se magari sostanzialmente inutili) imposti dalla burocrazia sanitaria fanno il resto. Con il risultato di fare sempre di più del paziente un caso-numero-polizza a scapito della dimensione umana, cioè della capacità, per il curante, di cogliere nel loro insieme i problemi e la sofferenza che in quel momento sta vivendo.

Queste tendenze fanno pensare con nostalgia al buon vecchio medico di famiglia, molto meno attrezzato dal profilo tecnico rispetto ai suoi colleghi specializzati di oggi, ma a cui si guardava un tempo con tanta fiducia come ad un amico premuroso e compassionevole. Non è un caso se tanta parte ha avuto questa figura nella storia della medicina (e nella letteratura).
Oggi non sarebbe più proponibile negli stessi termini: perché la famiglia non è più quella di un tempo (talvolta, semplicemente, non c'è più); perché il sapere che dovrebbe abbracciare oggi sarebbe troppo esteso; perché la nostra vita è radicalmente cambiata, come è cambiata la realtà della cura. Resta il problema di recuperare quel quantum di fiducia, che prima costituiva il collante essenziale del rapporto di cura e che né le tecnologie, né i protocolli, né l'informazione-spray possono oggi rimpiazzare. Qualcuno dice che non è del tutto estinto. E ha ragione. Rimane là ove il singolo curante (medico, infermiere, volontario) sa essere attento e sensibile, guadagnandosi la fiducia del malato. Già, poiché non bisogna dimenticare questo aspetto fondamentale: la fiducia non si prescrive né per legge né con una ricetta; la fiducia si merita. Con fatica.

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