Karadzic e il sipario della storia

Belgrado vede i processi dell'Aja come una persecuzione

di SERGIO ROMANO - Mentre l?Europa e gli Stati Uniti celebrano con grande soddisfazione il ventesimo anniversario della caduta del muro di Berlino, sarebbe giusto ricordare che vi è almeno un Paese dell?Europa centro-occidentale in cui quell?entusiasmante evento suscita riflessioni malinconiche e molti esami di coscienza. Il Paese è la Jugoslavia. Qui il crollo del comunismo ebbe l?effetto di sgretolare il cemento ideologico con cui Tito aveva costruito, dopo la fine della seconda guerra mondiale, uno Stato apparentemente federale ma in realtà fortemente centralizzato.Tornarono prepotentemente alla superficie le vecchie identità nazional-religiose dei suoi cittadini e il Paese fu tormentato da una guerra di sette anni in cui persero la vita o la casa alcune centinaia di migliaia di persone. La guerra ebbe due epicentri: la Bosnia fra il 1992 e il 1995, il Kosovo e la Serbia fra il 1998 e il 1999. Quando gli aerei americani smisero di bombardare Belgrado nella primavera del 1999, la creatura di Tito era ormai un puzzle di regioni separate e destinate a separarsi ulteriormente nel corso degli anni seguenti: Slovenia, Croazia, Bosnia, Serbia, Montenegro, Macedonia, Kosovo.Questa tragica storia ha avuto un epilogo giudiziario all?Aja di fronte a un tribunale istituito dall?ONU per i crimini di guerra della ex Jugoslavia. Dopo il processo al leader serbo Slobodan Milosevic, bruscamente interrotto nel 2006 dalla morte dell?imputato, è cominciato negli scorsi giorni quello contro il leader serbo-bosniaco, Radovan Karadzic. I capi d?accusa sono undici e vanno dalla pulizia etnica dei musulmani bosniaci al micidiale assedio di Sarajevo fra il 1992 e il 1995, dai massacri di Srebrenica alla detenzione di 200 militari, tenuti come ostaggi nella speranza di indurre la Nato a interrompere i bombardamenti dell?estate del 1995.Milosevic e Karadzic sono molto diversi. Mentre il primo era intelligente, scaltro e capace di calcoli raffinati, anche se spesso destinati a produrre effetti disastrosi, il secondo è un personaggio bizzarro e stravagante. È psichiatra, ha scritto poesie e durante la clandestinità, prima del suo arresto nel 2008, frequentava i convegni parascientifici, propagandava una specie di personale religione new age e portava, come segno della sua autorità spirituale, una folta e maestosa barba bianca. Ma pur essendo diverso da Milosevic ha cercato di copiarne la strategia processuale. Come il leader di Belgrado, anche Karadzic ha dichiarato di volere assumere la propria difesa e ha chiesto alla corte un lungo rinvio (alcuni mesi) per studiare l?enorme documentazione accumulata dal magistrato dell?accusa. Ma la corte, ammaestrata dalle tattiche di Milosevic, ha respinto la sua richiesta e ha deciso di iniziare il processo senza la sua presenza. Vi sarà quindi, prima o dopo, una sentenza.Gli strascichi giudiziari delle guerre jugoslave, tuttavia, non sono ancora finiti. Mentre Bilyana Plavsic, la lady di ferro dei serbi bosniaci, ritorna in patria dopo avere scontato in un carcere svedese una parte della pena (11 anni) infittale nel 2003, i giudici dell?Aja aspettano la loro preda più ambita: il generale Radko Mladic, accusato tra l?altro di essere stato direttamente responsabile dei massacri di Srebrenica e tuttora latitante. La giustizia internazionale ha i suoi diritti e non intende trascurarli. Ma forse sarebbe opportuno ricordare che i processi dell?Aja sono percepiti a Belgrado come una sorta di persecuzione internazionale e che su tutte le tragedie della guerra deve cadere, a un certo punto, il sipario della storia.

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