Il commento Robi Ronza

Il tallone d’Achille del Governo italiano

Il commento di Robi Ronza

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È la politica estera il tallone d’Achille del governo Lega – 5 Stelle che malgrado ogni difficoltà continua imperterrito in Italia il proprio cammino verso l’appuntamento delle votazioni per il rinnovo del Parlamento Europeo, in programma nel prossimo maggio. Giunti al potere sull’onda di proteste tutte concentrate su questioni di politica nazionale, i due partiti non hanno grande sensibilità per la dimensione internazionale, che o ignorano o vedono più che altro come fonte di problemi sul piano interno (dai vincoli derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione europea al problema dell’afflusso via mare di migranti irregolari). Nel «Contratto per il governo del cambiamento», il programma alla base dell’attuale governo, la politica estera è soltanto il decimo dei 30 punti di cui esso si compone mentre, tanto per fare qualche esempio, al secondo posto è «l’acqua pubblica», ossia l’esclusione ex lege dei privati dalla gestione degli acquedotti, e al quarto il problema dello smaltimento dei rifiuti. L’Unione europea è poi il tema del punto numero 29. Sommati insieme i due punti 10 e 29 sono lunghi meno della metà di quello dedicato al problema dei migranti irregolari. In piena sintonia con tale scarsa attenzione è una scelta politica poco notata ma molto rilevante che i due partiti hanno fatto: quella di neutralizzare il ministero degli Esteri affidandolo a un «tecnico » molto defilato e di nessun peso politico, Enzo Moavero Milanesi, già collaboratore di Mario Monti. Con Moavero Milanesi la Farnesina (come il ministero degli Esteri italiano viene detto dal nome del palazzo ove ha sede) è scomparsa dalla scena. Ogni tanto capita di vede re in tv il ministro degli Esteri al fianco o più spesso al seguito del premier Conte in visita a Bruxelles, ma ovviamente solo i proverbiali addetti ai lavori possono accorgersi della sua silente presenza. Paradossalmente ben più di lui fa politica estera il ministro dell’Interno Matteo Salvini, tanto più che l’unica questione di rilevanza internazionale tenuta alla ribalta è quella dei migranti irregolari diretti verso il Nord Europa che via mare tentano l’approdo in Sicilia e altrove nel Sud Italia. Anche la sola novità strategica contenuta nel Contratto di governo, ossia il cambio di linea nei confronti della Russia «da percepirsi non come una minaccia ma quale partner economico e commerciale potenzialmente sempre più rilevante» e quindi l’impegno al «ritiro delle sanzioni imposte alla Russia, da riabilitarsi come interlocutore strategico al fine della risoluzione delle crisi regionali » è rimasto in pratica sulla carta, di pari passo con un silenzioso ma consistente avvicinamento alla linea in materia di Donald Trump. In politica internazionale accade insomma quanto sta accadendo in politica interna. A colpi un po’ di rinvii e un po’ di reciproche concessioni, Lega e 5 Stelle rimandano o annacquano ogni decisione di peso pur senza affatto perdere il consenso del grosso dei loro elettori. Né l’opposta linea su questioni di immediato primario rilievo (dalle grandi infrastrutture all’ulteriore autonomia alla Lombardia e al Veneto), né l’assedio di una stampa che dal Corriere della Sera fino al più piccolo quotidiano locale è tutta schierata contro, hanno finora pregiudicato seriamente la tenuta dell’alleanza gialloverde. Non è detto però che in sede internazionale questo modo di agire possa funzionare ancora a lungo. È vero che dalle votazioni europee del prossimo maggio uscirà molto probabilmente un quadro politico complessivo molto diverso dall’attuale, ma non è affatto detto che tale quadro sarà di certo loro favorevole così come Di Maio e soprattutto Salvini si immaginavano. Sia l’uno sia l’altro stanno scoprendo di avere sulla scena europea molti meno alleati di quanti pensassero. La riscoperta dell’area mediterranea come mercato, e non più solo come zona di crisi, è poi l’unica vera strada verso lo sviluppo dell’Italia meridionale, primo bacino di voti dei 5 Stelle, mentre la crescita economica dell’Est europeo apre grandi prospettive all’Italia nordorientale, primo bacino di voti della Lega, ma né Di Maio né Salvini e i loro partiti sono pronti e attrezzati per quella nuova politica estera che a tal fine è indispensabile, e che fra l’altro potrebbe essere la base di una sola più stabile alleanza.

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