Archiviata la due giorni unilaterale di Carles Puigdemont in Ticino, rispondo all’articolo del collega Ruben Rossello pubblicato venerdì 13 aprile (Puigdemont a Lugano – Ascoltarlo, perché no?). Prima di entrare nel merito è però doveroso correggere un’avventata affermazione smentita dai fatti. Facendo il paragone con il caso del Canton Giura, Rossello ha scritto che in Catalogna nessuno si è mai sognato di organizzare sabotaggi e attentati dinamitardi. Non è così.

Il terrorismo c’è stato

Tra il 1978 e il 1991 era stata molto attiva nella Comunità autonoma l’organizzazione terroristica Terra lliure (Terra libera). Secondo lo storico catalano Enric Ucelay-Da Cal, ex cattedratico dell’Università Pompeu Fabra di Barcellona, nei 14 anni di operatività (la dissoluzione formale della banda, dopo la rinuncia alle armi, è subentrata solo nel 1995), i terroristi indipendentisti catalani hanno perpetrato fra 85 e 196 attentati (la differenza dipende da chi fa le somme e da cosa viene considerato attentato terroristico: ad esempio rapine e altri sabotaggi), in massima parte in Catalogna. Il bilancio è di cinque morti (una civile innocente uccisa da una bomba, tre terroristi morti nel manipolare gli ordigni, un terrorista abbattuto in un confronto a fuoco con gli agenti dopo un attentato) e diverse decine di feriti.

Terra lliure era stata fondata dopo la fine della dittatura franchista nella fase in cui si concludeva la transizione alla democrazia e al sistema delle Comunità autonome, con l’approvazione della Costituzione spagnola nel referendum popolare del 6 dicembre1978 e dello Statuto catalano d’autonomia in quello del 25 ottobre 1979. La banda non era nata dal nulla: diversi suoi estremisti provenivano da gruppi terroristici catalani indipendentisti attivi negli anni Settanta sotto la dittatura. La fondazione di Terra lliure è avvenuta in un clima di violenze urbane compiute negli anni della transizione da vari gruppuscoli dell’estrema sinistra indipendentista. Il modello seguito da Terra lliure, che poteva contare su almeno 300 uomini, è quello dell’ETA, l’organizzazione terroristica basca. Una volta dissolta, alcuni ex terroristi sono confluiti nel partito Esquerra republicana catalana (ERC), la formazione dell’ex vicepresidente della Catalogna Oriol Junqueras (in carcere preventivo in attesa della sentenza del Tribunale supremo di Madrid per i fatti del 2017 ), previa dichiarazione di rinuncia al terrorismo (che non tutti fecero: alcuni membri di Terra lliure confluirono poi nell’ETA). Tutti i terroristi condannati e incarcerati hanno beneficiato successivamente dell’indulto voluto dal primo ministro popolare Josè Maria Aznar, gli ultimi nel 1996, dopo lo scioglimento formale della banda.

A Terra lliure è subentrato il partito Poble lliure (Popolo libero), oggi integrato nella CUP, la formazione anticapitalista indipendentista determinante, con i suoi quattro seggi, per la maggioranza separatista nel Parlamento catalano (il partito di Puigdemont ed ERC hanno infatti solo 66 seggi su 135; gli altri 65 seggi sono di partiti non separatisti). Il 3 settembre scorso, pochi giorni prima della conferenza pubblica a Lugano, Carles Puigdemont ha ricevuto a Waterloo (la cittadina belga in cui il leader separatista si è stabilito dopo essere fuggito dalla giustizia spagnola) Fredi Bentanachs. Chi è costui? È il cofondatore dell’organizzazione Terra lliure. Un ex terrorista non pentito. Una fotografia, postata su Facebook dallo stesso Bentanachs, ritrae i due amichevolmente sorridenti a Waterloo. Fa specia accostarla a quella che ritrae Puigdemont a Lugano a fianco del consigliere di Stato Norman Gobbi, capo del Dipartimento delle istituzioni. Un incontro ravvicinato del tutto inopportuno, irriguardoso verso la comunità spagnola in Ticino.

Sul piano giuridico...

E siamo così al presente. Rossello imputa a chi è contrario al separatismo e favorevole all’unità della Spagna la presunta colpa o manchevolezza di applicare un criterio meramente giuridico alle vicende catalane. È quanto sostengono gli stessi leader separatisti: si è lasciata la questione in mano al potere giudiziario, togliendola a quello politico; la soluzione non può essere giudiziaria, ma solo politica. È un bel modo di ribaltare la frittata.

Ad aver fatto intervenire il potere giudiziario sono stati infatti i leader separatisti, incapaci di portare avanti la loro causa sul piano politico e per questo scivolati in ripetute decisioni e azioni illegali, contrarie alla Costituzione, allo Statuto catalano e alle leggi. Fare politica significa persuadere la maggioranza dei cittadini sulla bontà di una proposta. Puigdemont e gli altri leader separatisti non ci sono riusciti: non solo in Spagna, ma nemmeno in Catalogna. La maggioranza dei catalani non è favorevole al distacco da Madrid. Per questo i separatisti hanno forzato, gravemente, l’ordinamento legale. E hanno quindi spostato – loro, non gli altri - il confronto sul piano giuridico. In uno Stato diritto di una liberaldemocrazia vige la separazione dei poteri e quando si violano le leggi e la Costituzione, il potere giudiziario è obbligato a intervenire, pena il venir meno delle condizioni minime della convivenza civile e delle garanzie dei diritti individuali tutelati proprio dalla Costituzione.

...e su quello politico

Perché il separatismo catalano non riesce a convincere la maggioranza dei catalani e degli spagnoli? Perché la sua logica e la sua strategia consistono nel rompere, dividere, spaccare, tagliare legami. Mentre la naturale propensione della persona che vive in una comunità è condividere, non dividere, associare non separare, unire non staccare. Il separatismo è riuscito a rompere tutto ciò che ha toccato: partiti un tempo uniti e alleati, istituzioni, amicizie, persino famiglie, l’intera società catalana, letteralmente spaccata in due. Ha rotto tutto tranne una realtà: la Spagna. Non ci è riuscito perché la Spagna vuole essere unita, nella diversità, ma unita. Nel rispetto delle leggi. La Costituzione spagnola può essere modificata: ma seguendo le vie legali, cioè rispettando il diritto di decidere di tutti gli spagnoli, non solo dei catalani.

La Spagna ha 46 milioni di abitanti. La Catalogna 7 milioni e mezzo. I cittadini che in Catalogna votano separatista sono 2,1 milioni su un corpo elettorale di 5 milioni e mezzo di persone; quelli che votano per partiti non separatisti sono 2,2 milioni. Rompendo l’unità, non ci si stacca da una Spagna astratta, quella dei piani alti, identificata nei governi di Madrid e nelle istituzioni nazionali. Ci si stacca invece da bambini, donne, uomini, anziani, famiglie, lavoratori, imprenditori, liberi professionisti, pensionati, ricchi, meno ricchi, classe media, diseredati che vivono in Andalusia, Galizia, Castiglia, Estremadura, Navarra, Aragona, Cantabria, Asturie eccetera eccetera. Questo è il separatismo: una frattura di società prima ancora che di Stato, perché lo Stato altro non è che lo strumento garante dei diritti e delle libertà di tutti gli spagnoli, senza discriminazioni.

Sostenere, come fa spudoratamente Puigdemont, che la Spagna moderna è uno Stato autoritario in cui la Catalogna non è libera ma schiacciata, soggiogata, è un insulto alla realtà istituzionale della Spagna democratica, alla maggioranza dei catalani che vogliono restare anche spagnoli, a tutti coloro che si sono battuti contro il franchismo nei decenni dopo la guerra civile e a tutti coloro che hanno lavorato intellettualmente e politicamente per la transizione democratica, costruendo una nazione di comunità autonome unite nella diversità. Una questione tutta politica. Ascoltare Puigdemont? È un disco rotto. Perché non ascoltare almeno una volta gli altri catalani?

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