L’editoriale Paride Pelli

«Bla, bla, bla», tre parole sul clima

Leggi l’editoriale del direttore Paride Pelli su «La Domenica»

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«Bla bla bla»: tre parole di tre lettere, un’espressione onomatopeica da fumetto che un paio di settimane fa ha però avuto un’eco mediatica dirompente, soprattutto perché scandita con fermezza durante alcuni suoi interventi pubblici da Greta Thunberg, mancato premio Nobel 2021 per la pace (ma diciamocelo: ha pur sempre «solo» 18 anni). Con quelle tre sillabe, l’attivista svedese ha voluto sintetizzare al massimo il sentimento di altri numerosissimi suoi coetanei impegnati nella lotta contro il cambiamento climatico e nella preservazione del pianeta: ragazze e ragazzi di ogni Paese che dagli adulti ascoltano tanti bei concetti sull’argomento, e solenni promesse che poi si rivelano, appunto, soltanto discorsi senza costrutto. Una provocazione bella e buona, quella di Greta, un calcolato sgarbo ai potenti del pianeta, a coloro che - perlomeno agli occhi dei più giovani - sono i maggiori promotori di una verbosità inconcludente, persino quando, sul tavolo, c’è un problema di livello planetario. Questo continuo procrastinare l’adozione di reali provvedimenti sul clima - sostengono i discepoli di Greta - avrà inevitabilmente delle ripercussioni sulle generazioni future. Difficile dar loro torto.

Sebbene dagli Stati Uniti - dove il presidente Joe Biden sta dimostrando una maggiore sensibilità «green» rispetto al suo predecessore - giungano stimoli a getto continuo per rendere più efficace a tutte le latitudini la lotta al CO2, la sensazione diffusa, non lontana da una verità di fatto, è che molte nazioni, in primis la Cina, stiano giocando in realtà a nascondino, trincerandosi dietro l’alibi di una mancanza di una strategia comune. Muoversi in autonomia - sostengono tacitamente tali Paesi - non porterebbe benefici percepibili, poiché lo sforzo sarebbe equiparabile ad una goccia in mezzo al mare.

Anche i cittadini svizzeri l’hanno probabilmente pensata così lo scorso 13 giugno: nel «no» scaturito dalle urne circa la revisione della Legge sul CO2 ha pesato il fatto, ampiamente pubblicizzato durante la campagna di voto, che la Confederazione è responsabile pressappoco dello 0,1% delle emissioni inquinanti globali. Questa bocciatura ha certo reso la strada elvetica verso la neutralità climatica un po’ più lunga, ma ricordiamoci che la Svizzera si è impegnata a dimezzare le sue emissioni entro il 2030 (rispetto al livello nel 1990) e a raggiungere un saldo netto delle emissioni pari a zero entro il 2050 attraverso una diminuzione del 90% di quelle generate da trasporti, edifici e industrie. Traguardi importanti che il nostro Paese, tradizionalmente attento ai temi ambientali e del paesaggio, farà di tutto per raggiungere.

Se a livello globale si osserva, insomma, una discreta fatica a trovare una strategia esecutiva comune e a dare finalmente il «la» ad una transizione energetica strutturale, di contro va sottolineato come a livello locale, specie in Europa, non manchino buona volontà e chiarezza di obiettivi.


Non passa giorno, infatti, senza che imprese, enti e settori, un po’ per convinzione un po’ per opportunismo, non modifichino la loro strategia aziendale, e non solo in termini di comunicazione. Il green tocca ormai tutti gli ambiti della politica e dell’imprenditoria: è diventato un tema trasversale che non fa più distinzione di classi e di età. E soprattutto, un tema che riceve più sostegni operativi dal basso, dalle piccole e piccolissime iniziative private, di quanti ne riceva, concretamente, dall’alto. Vedremo se l’imminente vertice COP26, organizzato per spronare i Paesi firmatari degli Accordi di Parigi (tra cui la Svizzera) a rivedere e rafforzare i propri obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra, permetterà di avvicinare i due livelli, magari sfrondando un po’ di «bla bla bla».

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