Il commento Carlo Silini

Dare parole al dolore nascosto

È una fortuna poter parlare subito delle nostre magagne in tempo di pandemia - Prima di poterlo fare, le vittime degli internamenti amministrativi hanno dovuto aspettare decenni

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Se c’è una cosa buona della pandemia è che dopo averci messi in condizione di disagio, ci ha concesso le parole per esprimerlo. Lo sgomento per aver perso parenti o amici, il terrore di ammalarsi e soprattutto di finire in solitudine i nostri giorni, la frustrazione di veder negate le più elementari libertà, l’inquietudine per il futuro professionale hanno occupato pagine e pagine di «letteratura» dell’attimo fuggente sui giornali, in radio, in tv, nei siti online e nei social. Il coronavirus è lungi dall’essere estinto che sono già usciti i primi libri che narrano in forma diaristica questi giorni balordi e indigesti. È una fortuna. Non c’è nulla di più terapeutico di poter dire il male che ci abita per buttarlo fuori. C’è chi il suo problema, invece, non ha mai potuto raccontarlo. O ha dovuto...

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