L’EDITORIALE Paride Pelli

Dramma, dolore e preoccupazione

Leggi l’editoriale del direttore Paride Pelli su La Domenica

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È sempre con dolore e preoccupazione che si inizia a scrivere di violenza contro le donne: il dolore - empatico, immediato, senza riserve - per le vittime, e la preoccupazione, invece, per la frequenza di questi fatti brutali pure nel nostro Paese. È davvero paradossale che la sera di giovedì scorso, mentre a Lucerna diverse persone manifestavano contro gli omicidi di donne e di ragazze, a Solduno un 20.enne sparava, con un fucile, alla ex fidanzata, che versa ora in gravi condizioni.

Le sirene della polizia e dell’ambulanza hanno squarciato la tranquillità di un quartiere dove le persone guardavano la televisione o si apprestavano a spegnere le luci per andare a dormire. Riguardo a tali accadimenti il Ticino, purtroppo, non è un’isola felice. Abbiamo tutti nella memoria l’orrore provato lo scorso marzo per il femminicidio-suicidio verificatosi sul lungofiume del Ticino, o per l’efferato assassinio, quasi un anno prima, di una donna e del suo compagno in un bar di Giubiasco, con l’ex partner di lei che, dopo aver ucciso, rivolse l’arma contro sé stesso, aggiungendo dramma al dramma. Per tacere della tragedia di Ascona. Fatti e dinamiche sconcertanti, privi di qualsivoglia razionalità e giustificazione, in alcuni casi quasi annunciati, poiché preceduti da minacce alla vittima o segnali allarmanti, in altri veri e propri fulmini a ciel sereno. Come nel caso già citato di Carasso: l’amica che quel giorno stava correndo fianco a fianco alla donna uccisa, in una successiva intervista alla RSI dichiarò che «nessuno si aspettava un gesto del genere, la mia amica non solo non aveva paura ma, anzi, mi diceva che lui non le avrebbe mai fatto del male». Situazioni, dunque, il più delle volte imprevedibili, il che non fa che aumentare la loro tragicità e il nostro sentimento di impotenza.

Il caso di Solduno sconvolge ancor di più perché riguarda due giovani - 22 anni lei, 20 lui - con l’intera vita davanti. L’aggressore, invece di affrontare il suo cammino con ottimismo e spensieratezza, come dovrebbe fare un giovane di quell’età anche davanti a una delusione amorosa, ha preferito trascinare nel dramma la propria esistenza e quella della ragazza. Una scelta disastrosa.

Ma tutti possiamo fare qualcosa per scongiurare altri fatti di sangue simili. Chi si sente in pericolo e teme con fondatezza per la propria incolumità dovrebbe innanzitutto denunciarlo senza esitazione, permettendo così di farsi aiutare dai servizi predisposti negli ultimi anni; o almeno condividere il malessere e le paure con familiari e amici. Passi facili a dirsi, quasi mai a farsi, per vergogna - banalmente - o per timore di rovinare la reputazione al proprio persecutore, spesso una persona con cui si era instaurato un rapporto intimo o comunque di fiducia. Eppure occorre trovare il coraggio. In alcuni casi sottovalutare il pericolo è garanzia che la situazione degeneri. Lo testimoniano i dati, davvero impressionanti, sui femminicidi in Svizzera: nel 2020 ogni due settimane in media una donna è stata uccisa. L’anno in corso rischia di chiudersi con numeri ancora peggiori: nella Confederazione sono avvenuti già 25 delitti di questo tipo oltre a otto tentativi, compreso quello di Solduno.

Ognuno di noi ha il compito, in diversa misura, di mettere un freno a questa deriva. E anche la politica, beninteso, è chiamata in causa: i numeri attuali mostrano che occorre agire con una certa urgenza. Accomodarsi nella constatazione che in alcuni Paesi la situazione è perfino più grave di quella svizzera sarebbe un tentativo di giustificare l’ingiustificabile.

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