La Domenica Paride Pelli

Il caso di Swiss e il paradosso dei discriminati alla rovescia

L’editoriale di Paride Pelli

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La Svizzera continua a essere un modello virtuoso riguardo le libertà individuali, anche all’interno di una pandemia di portata storica: nel nostro Paese ad oggi non vi sono discriminazioni di sorta né tantomeno obblighi sanitari, e non è un caso, infatti, che il tasso di vaccinati contro il COVID-19 sia tra i più bassi in Europa. Eppure anche da noi non mancano manifestazioni di protesta di chi vorrebbe vivere come se il virus non esistesse o non rappresentasse una minaccia. Che gli schieramenti tra pro e antivaccini si stiano polarizzando sempre più, è innegabile e sotto gli occhi di tutti: ed è pure innegabile che il vaccinato guardi con sospetto – o comunque con una certa prudenza - chi non lo è. E viceversa.

Il paradosso è che in soli nove mesi è cambiato il paradigma che reggeva la nostra lotta contro il virus: lo scorso gennaio si registrava, tra fondate polemiche, una notevole penuria di dosi ma tutti o quasi desideravano vaccinarsi contro il subdolo !agello, o dichiaravano di volerlo fare, oggi le forniture arrivano a profusione – con la Svizzera che ha appena sottoscritto un nuovo accordo con Pfizer – ma in pochi intendono farsi somministrare i preparati, tanto che il tasso di vaccinati aumenta più lentamente che altrove. Paradosso dentro il paradosso: ormai solide statistiche confermano che nove pazienti su dieci in cure intensive non sono vaccinati.

Per questa ragione dal Ticino guardiamo con stupore quanto sta accadendo in Italia, dove il numero di vaccinati cresce in modo importante. Merito anche della politica aggressiva - per alcuni «liberticida» - messa in atto da Mario Draghi, che nelle scorse ore ha lanciato l’affondo finale, dichiarandosi favorevole all’introduzione dell’obbligo vaccinale qualora arrivasse l’approvazione de«nitiva dei preparati da parte delle autorità di controllo. Il premier, durante la stessa conferenza stampa di giovedì scorso, ha anche delineato un autunno all’insegna della determinazione: con una campagna vaccinale già al 69%, Draghi punta a coprire l’80% della popolazione entro fine settembre, con alcuni suoi ministri che tengono come obiettivo addirittura l’ambizioso 85%. Percentuali da record in un Paese con molte sfaccettature nel quale non vi è ancora una legge che - fatto salvo per i sanitari - impone l’obbligo vaccinale.

Nella troppo poco vaccinata Svizzera, invece, a fare discutere è l’imposizione da parte di Swiss al suo personale di volo di farsi somministrare il vaccino, prima compagnia aerea europea a prendere una simile decisione, tra l’altro favorevolmente accolta da larga parte dei dipendenti. Il presidente della direzione Dieter Vranckx ha parlato di un 85% di approvazione tra i lavoratori, ma non si è espresso sulla sorte che toccherà a coloro che ri«uteranno di seguire l’ingiunzione dei vertici aziendali. Il rischio concreto per Swiss è che senza il necessario numero di membri d’equipaggio si finisca col dover cancellare voli, perdendo importanti ricavi.

Scenario assolutamente da scongiurare, poiché in una situazione già critica come quella dell’aviazione civile, perdere quote di mercato può portare solo a ulteriori crisi. Vranckx ha messo in evidenza anche un altro aspetto che non può non far discutere, specie in una società come la nostra, purtroppo sempre più conf!ittuale: i piloti e gli assistenti di volo che hanno annunciato di essere stati vaccinati, volontariamente o come richiesto da Swiss, sono ora quelli a cui tocca percorrere le faticose rotte verso l’Asia, dove le misure restrittive per evitare il diffondersi dei contagi sono molto più rigide che altrove, basti pensare che in molti casi l’equipaggio non è autorizzato a lasciare l’hotel di pernottamento.

Ciò provoca un senso di frustrazione tra i vaccinati perché i colleghi che non lo sono possono lavorare su rotte più comode. Una discriminazione alla rovescia che davvero non ci mancava, in questa fase così delicata delle nostre esistenze.

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