Isole comprese Prisca Dindo

Il Vietnam di Dante Alighieri

Leggi la rubrica di Prisca Dindo pubblicata su «La Domenica»

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Impossibile non scorgerlo. Si staglia all’orizzonte imponente, dominando dall’alto del suo colle gran parte del Casentino, quella vallata della provincia di Arezzo dove l’Arno scopre la sua sorgente. È il castello di Poppi. La somiglianza con il Palazzo Vecchio a Firenze ci impressiona. Non ci sbagliamo. Alcuni studiosi ritengono che il castello sia il prototipo del principale palazzo del potere fiorentino: la parte costruita alla fine del XIII secolo porterebbe la firma dell’architetto che realizzò la residenza della famiglia Medici.

Pochi di noi lo conoscono. Eppure sotto le sue mura si svolse una delle battaglie più sanguinose della storia medioevale toscana: la battaglia di Campaldino.

Da una parte c’erano i Ghibellini, 8.000 fanti e 800 cavalieri, in gran parte di Arezzo. Dall’altra i Guelfi, 10.000 fanti e 1.600 cavalieri, in prevalenza fiorentini. Tra loro anche un giovane Dante Alighieri, chiamato ad affrontare in prima linea le schiere ghibelline in sella al suo cavallo. Il sommo poeta sapeva anche maneggiare la spada e lo scudo.

La battaglia di quell’11 giugno del 1289 durò un solo giorno, ma fu talmente cruenta che la piana sotto il colle di Poppi si tinse di rosso sangue. I caduti furono duemila. Alla fine vinsero i Guelfi, ma la ferocia dello scontro segnò per sempre la vita di Dante.

«Le immagini di quell’orrore finirono nella Divina Commedia» ci racconta la guida mentre risaliamo la magnifica scalinata interna del castello, gioiello dell’architettura rinascimentale.

«Ma ficca li occhi a valle, ché s’approccia la riviera del sangue in la qual bolle qual che per violenza in altrui noccia. Oh cieca cupidigia e ira folle, che sì ci sproni ne la vita corta, e ne l’etterna poi sì mal c’immolle!».

Come non vedere il campo di battaglia di Campaldino in questi versi del dodicesimo canto dell’Inferno?

Chiudiamo gli occhi e ci immaginiamo per un attimo l’orrore della mattanza, dalla quale Dante uscì spaventato a morte, come un reduce del Vietnam.

«...Ebbi temenza molta...», ammise il sommo Poeta, descrivendo anni dopo la sanguinosa battaglia.

Una sensazione di disagio che si acuisce quando scorgiamo nella sala nobile del castello il grande plastico che ricostruisce lo storico scontro tra Guelfi e Ghibellini prima della terribile battaglia.

Le migliaia di soldatini in stagno schierati sui due fronti armati di lance e balestre sono impressionanti.

Mentre lasciamo il castello per andare alla scoperta di Poppi, siamo sorpresi dalla pioggia. Rifugiati sotto i meravigliosi portici medioevali, notiamo che gli abitanti del luogo camminano imperterriti sotto l’acqua, come se nulla fosse. «Bella fatica: vestono mantelle e cappelli di panno casentinese» dice la guida. Si tratta di un tessuto di lana, che già gli etruschi tramavano, perfettamente impermeabile e ben caldo.

Capiamo subito perché il comune di Poppi è inserito nell’elenco dei borghi più belli d’Italia. È un gioiello architettonico che ispira la fantasia.

Una delle leggende più famose narra che Matelda Guidi, la bellissima moglie del signore del castello, amava trastullarsi di notte con molti giovanotti. Tuttavia per evitare che la voce si spargesse, all’alba li invitava a uscire tramite un passaggio segreto, che in realtà finiva in un fossato pieno di lame acuminate. La scomparsa di così tanti giovani insospettì le donne del borgo, le quali catturarono Matelda e la murarono viva in cima a una torre. Ancora oggi c’è chi giura che nelle notti di luna piena capita di incontrare il fantasma di Matelda alla perenne ricerca di giovani da ammaliare.

Più che del triste destino della contessa fedifraga e dei suoi amanti, noi restiamo turbati al ricordo dei duemila giovani che vissero sulla loro pelle l’Inferno di Dante. Loro sì che avrebbero il diritto di turbare le notti dei vivi, aleggiando come fantasmi sopra la piana di Campaldino, sotto il castello di Poppi.

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