Il commento Robi Ronza

La giustizia italiana e i volti della prescrizione

Il commento di Robi Ronza

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Oggi mercoledì 12 febbraio a Roma dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) giungere all’esame e al voto della Camera dei deputati una proposta di decreto con cui si intende modificare la riforma della prescrizione entrata in vigore il 1. gennaio scorso, ossia meno di un mese e mezzo fa. Nel linguaggio giuridico, come è noto, si intende per prescrizione un meccanismo in forza del quale si rinuncia a giudicare un imputato se il processo che lo riguarda non giunge a sentenza definitiva entro un certo numero di anni che variano secondo la gravità dei reati che gli si imputano. Si tratta di un meccanismo (o più tecnicamente di un «istituto») vigente più o meno in tutti i Paesi del mondo, posto a garanzia dell’imputato, il quale ha diritto a non restare tale a tempo indeterminato. A causa di un sistema giudiziario male organizzato e di codici di procedura quanto mai burocratici in Italia i processi durano molto di più che negli altri Paesi più avanzati. E nei casi più complessi e più politicamente sensibili possono durare anche decenni. È questo – diciamo qui per inciso – uno dei più importanti tra i vari motivi per cui l’Italia attrae investimenti dall’estero in misura molto meno che proporzionale alle dimensioni della sua economia e alle sue capacità produttive. Di una riforma generale della giustizia italiana si parla da moltissimi anni, ma sin qui non si è fatto nulla di concreto e di importante al riguardo. A causa di ciò per i legali degli imputati con poche speranze di venire assolti diviene talvolta conveniente puntare alla prescrizione giocando la carta del rallentamento del processo. Essendo il giustizialismo, insieme al centralismo, uno dei due pilastri della loro cultura politica, i 5 Stelle hanno allora pensato bene di affrontare il problema non tanto impegnandosi a riformare il sistema giudiziario bensì in pratica abolendo la prescrizione. A norma infatti della riforma voluta dal loro ministro Bonafede ed entrata in vigore il 1. gennaio scorso, sia per i condannati sia per gli assolti il tempo della prescrizione cessa di decorrere dopo la sentenza di primo grado. Quindi una persona giudicata in primo grado potrebbe poi restare sub judice anche per decenni. Mentre in partenza sembrava che al riguardo i 5 Stelle avessero l’appoggio di tutti i loro alleati di governo (PD, Liberi e Uguali e Italia Viva di Matteo Renzi), in seguito Matteo Renzi ne ha preso le distanze cominciando anzi a minacciare di uscire dalla maggioranza. A questo punto è entrato in campo il premier Giuseppe Conte, sin qui dimostratosi impareggiabile nell’arte di salvare capra e cavoli. Conte ha proposto un accordo o lodo che è stato respinto. Ha allora riaperto la trattativa rinunciando a inserire il lodo d’autorità nel decreto «mille proroghe». «Un gesto di buonsenso che evita forzature e spaccature», ha osservato Renzi dicendo di apprezzarlo. E fa sapere che «la via più ragionevole sarebbe quella di una sospensione della riforma Bonafede anche di sei mesi, per trovare insieme una soluzione contestualmente alla riforma del processo penale». Prima di procedere vale però la pena di spiegare che cosa è il decreto «mille proroghe» che in Italia è ahimè divenuto una specie di istituzione. Si tratta di un decreto legge del Consiglio dei ministri con cui si cerca di risolvere in qualche modo problemi rimasti aperti: ad esempio posticipando l’entrata in vigore di disposizioni normative o prorogando l’efficacia di leggi in scadenza. Nato come misura eccezionale, il «mille proroghe» è invece stato votato ogni anno dal 2005 al 2015 e poi nuovamente dal 2018. Frattanto l’Istituto Centrale di Statistica, Istat, ha pubblicato dati che delineano il quadro di un Paese in cui diminuiscono sia la popolazione sia il prodotto interno lordo. Dal 1861, quando nacque lo Stato italiano, ad oggi mai sono nati così pochi bambini in Italia come l’anno scorso. Ne nacquero di più persino durante gli anni più tragici della Seconda guerra mondiale quando l’Italia aveva venti milioni di abitanti in meno di adesso ed era divenuta un campo di battaglia. Ciononostante la situazione politica è tale che queste fondamentali questioni restano ai margini della scena pubblica. In tutt’altre faccende affaccendati i partiti li ignorano. Come perciò già altre volte è accaduto nella sua storia al momento l’Italia può contare solo sulla capacità di riforma e di iniziativa della società civile, della gente comune. Grazie ad essa, come scrisse una volta un celebre giornale inglese, «l’ape italiana vola anche senza ali». Resta però in sospeso la domanda di sempre in casi del genere: vola sì, ma vola abbastanza? E fino a quando?

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