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La qualità è pagante anche sul web

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Nel 2010, negli Stati Uniti, solo sei dei cento principali quotidiani avevano introdotto un sistema di pagamento per i contenuti giornalistici pubblicati sul web: una linea imprenditoriale che all’epoca si poteva spiegare con il timore di registrare una diminuzione degli introiti pubblicitari (meno traffico sul sito, meno inserzionisti) senza poter assicurarsi, di contro, un aumento dei ricavi attraverso gli abbonamenti digitali. All’epoca, le entrate generate dall’online rappresentavano una minima parte del fatturato complessivo degli editori: non era insomma una questione di importanza capitale. Ma dal 2012 a oggi, con il crollo della pubblicità tradizionale e delle vendite in edicola, il numero di testate che hanno virato sulla strategia del paywall è aumentato esponenzialmente di là dall’oceano, fino a rappresentarne la stragrande maggioranza. Anche in Europa soffia lo stesso vento, per certi versi più forte.

La monetizzazione dei contenuti digitali sta insomma gradualmente diventando la norma per gli editori e i modelli di paywall si stanno diversificando per dare a ciascun lettore un accesso veloce e comodo a notizie verificate e dettagliate. Anche il Corriere del Ticino, rivedendo la sua organizzazione grazie alla creazione di una moderna Newsroom – cuore pulsante della sede centrale di Muzzano – ha intrapreso con decisione questa strada: una scelta ponderata e senza dubbio inevitabile, appurato ormai che rimanere ancorati al modello digitale del passato (con le notizie che passano prima dalla carta e poi dal web e non viceversa) sarebbe stato dannoso oltre che inutile sotto l’aspetto giornalistico.

Lo scorso 3 dicembre, cdt.ch ha dunque deciso di adottare un modello che negli Stati Uniti è chiamato «freemium»: esso consiste nel dare libero accesso a una parte del sito e nel destinare articoli ad alto valore aggiunto (comunque non più del 20% dei contenuti complessivi) solo agli abbonati. Nessuno prima del Corriere del Ticino aveva osato spingersi così in là: il nostro, infatti, è il primo paywall di un editore svizzero al sud delle Alpi. Facendo ciò ci siamo presi, naturalmente, una buona dose di rischio: nove anni fa, con una mossa simile, il sito del Times perse in un sol giorno un milione di visitatori, rendendo apparentemente vano il faticoso lavoro di tanti anni per guadagnare lettori e click. Apparentemente, perché ben presto – mantenendo quell’impostazione – tornò a generare numeri importanti.

Di sicuro, in tutto questo, c’è che il lettore necessita di tempo, che va sensibilizzato e aiutato a comprendere le dinamiche, culturali ed economiche, che oggi richiedono la sostituzione di una bulimica e sterile fruizione di notizie con la frequentazione di un sito di informazione accurato, approfondito, affidabile. È uno degli scopi, non marginali, del buon giornalismo, soprattutto del nostro tempo: stimolare i lettori a distinguere un contenuto di qualità, ben scritto ed esclusivo, da uno improvvisato o, peggio, da una fake news. Per quanto riguarda, invece, gli editori nel loro complesso alle prese con l’introduzione del paywall, essi dovrebbero semplicemente perseverare e fare squadra, soprattutto in momenti delicati in cui i risultati tanto attesi faticano ad arrivare, come logico dopo un cambiamento epocale.

L’introduzione del paywall, all’inizio, è infatti spesso un bagno di sangue a livello numerico: giù gli utenti, giù le pagine lette, su le critiche e le domande dei lettori per una mossa ai più incomprensibile. Di fatto, un grande giornale che mette a pagamento parte dei propri contenuti digitali sorprende un po’ tutti, addetti ai lavori e non, tanto la filosofia del gratis, negli ultimi anni, si è radicata negli animi. Proprio come al Times – e con le dovute proporzioni, ça va sans dire – anche noi «piloti» del cdt.ch abbiamo dovuto innanzitutto prendere confidenza con la nuova macchina, oliare i meccanismi, imparare a gestire la tecnologia a bordo, affinare la strategia di gara: ci siamo insomma concentrati sulla messa a punto. Abbiamo quindi apportato i necessari correttivi, che ci hanno permesso di ritrovare velocità dopo un inizio a rilento e di tornare agli avamposti con un bel controsorpasso a tutto gas, nel mese di marzo, ai danni di chi pensava di essere già nei pressi della bandiera a scacchi.

La strada invece è lunga: l’obiettivo per cdt.ch è ora quello di confermarsi e di migliorare sempre più (a proposito: i rilevamenti ufficiali Netmetrix di marzo parlano di 81.000 clienti unici d’aumento in un mese, ora 270.000, e di 2,25 milioni di pagine consultate in più, oltre che di un incremento notevole del traffico da social media). I lettori, dati alla mano, sembrano dunque aver sposato lo slogan «sapere tanto costa poco» che fa bella mostra di sé sul nostro sito dallo scorso 3 dicembre, per lanciare le diverse forme di abbonamento digitale. È questo, probabilmente, un segnale non da poco che il vento sta, appunto, cambiando. I lettori vogliono tornare a potersi fidare di un giornalismo di qualità, consultabile a tutte le ore del giorno, presidiato da una Newsroom di professionisti. Il «tutto gratuito» diverrà ben presto, quasi automaticamente, poco affidabile. E la storia e l’autorevolezza, anche sul web, del Corriere del Ticino, parleranno da sole.

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