Il commento Alessandro Leto

La rilevanza strategica del Corno d’Africa

Il commento di Alessandro Leto

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Il Corno d’Africa recupera un ruolo rilevante nello scenario globale, sia sotto il profilo geopolitico e militare, sia economico, conservando però quelle contraddizioni di fondo che lo caratterizzano da tempo con quella perversa, perenne oscillazione fra povertà e conflittualità. Questa immensa area geografica che include Etiopia, Eritrea e Somalia (oltre a Gibuti), sta uscendo progressivamente dall’immobilismo che l’aveva caratterizzata nei decenni scorsi per diverse ragioni: l’Etiopia con il suo grande potenziale, fin dai tempi del presidente Meles Zenawi, non aveva accesso al mare, l’Eritrea nel suo isolamento idelogico marxista ortodosso viveva in un regime sostanzialmente autarchico, e la Somalia flagellata da una violenza diffusa e virulenta, non era all’altezza di un passato che aveva visto il Corno d’Africa prosperare partecipando da protagonista alla politica internazionale. Ora le cose cominciano a cambiare, per l’effetto combinato di scelte politiche di carattere endogeno ed esogeno. Internamente, sotto l’impulso del nuovo primo ministro etiope Aby Ahmed Ali ha preso corpo una politica di distensione e cooperazione con Eritrea e Somalia fino a pochi mesi fa assolutamente inimmaginabile. Sintomo, questo, non solo di una rinnovata presa di coscienza del ruolo di leadership di Addis Abeba, ma anche della volontà degli altri Stati di emanciparsi da stagioni che avevano prodotto troppi danni alle popolazioni indigene che ora reclamano una svolta radicale. Ma non sarà facile, perché la loro determinazione politica si scontra con una serie di variabili difficilmente prevedibili. In Etiopia la distensione interna ha prodotto risultati rilevanti a cominciare proprio dall’elezione del nuovo primo ministro che rappresenta l’etnia Oromo, maggioritaria eppure da sempre discriminata, infondendo rinnovato entusiasmo nella maggior parte della popolazione: ma la vastità del territorio e la molteplicità delle etnie non consentono il superamento, almeno per ora, della conflittualità alimentata da sacche di povertà endemica. In Eritrea, la situazione è in evoluzione: la distensione con l’Etiopia libera risorse prima destinate alla logorante e costosa guerra di confine; e si consolida una graduale apertura verso le monarchie del Golfo (in primis il Qatar) che porta in dote crescenti incassi per il Governo. Il raddoppio del Canale di Suez, poi, rende ancora più interessante l’intero sistema costiero eritreo, con il recupero al traffico commerciale dei porti di Massawa e Assab. Anche la Somalia lancia segnali di recupero che, pur con le dovute cautele, paiono incoraggianti. Il presidente della Federazione somala Mohamed Farmajo si è mosso bene, consolidando una popolarità inaspettatamente diffusa ed inaugurando una convinta stagione di impegno contro alcuni mali endemici: corruzione, violenza, sistema elettorale ancora basato sui clan e non sul suffragio universale. Insomma, pare che i tre Stati siano impegnati in una stagione di sviluppo e di superamento delle drammatiche contraddizioni che li hanno caratterizzati negli ultimi anni. E per cogliere al meglio questa storica opportunità saranno costretti a coordinare gli sforzi, pur rimanendo così diversi fra loro: l’Etiopia prevalentemente cristiana, con il suo altipiano che la rende ricca di acqua; l’Eritrea divisa in due fra una lunga area costiera e le terre alte, ultima roccaforte al mondo del comunismo; la Somalia fortemente islamizzata, semidesertica e colpita da un processo di desertificazione crescente e apparentemente inarrestabile. Ma non sono solo gli equilibri interni al Corno d’Africa che concorreranno a determinarne il futuro, quanto piuttosto l’influenza che vi sarà esercitata dagli interessi delle potenze regionali e globali che proprio lì giocheranno una partita fondamentale. Basta guardare a quanto avviene sotto il profilo strettamente militare a Gibuti, ancora protettorato francese: dopo il 2001, quando gli USA insediarono la loro base permanente, sono state aperte una base militare giapponese (2011), una italiana (2013) e una cinese (2017). A Mogadiscio in Somalia, i turchi ne hanno realizzata una comprensiva di centro di addestramento ed intervento rapido (2017); gli Emirati Arabi Uniti hanno affittato la base navale di Assab in Eritrea (2015) e hanno iniziato la costruzione di una base militare a Berbera nel Somaliland (2017). L’intera area ribolle di iniziative militari viste come avamposti ognuna degli interessi dei propri paesi in funzione di contese di natura globale, come nel caso della Cina che chiude così l’estremo accesso occidentale dell’Oceano Indiano, o degli USA che controllano meglio Iran e Russia. Ma la sfida più significativa è quella regionale, soprattutto di tipo interreligioso (sunnita) e militare, in una sorta di guerra non dichiarata fra Turchia ed Arabia Saudita, con una conflittualità ambigua e a bassa intensità che interessa tutti i rispettivi paesi satelliti. Trovare un equilibrio fra le diverse spinte esterne e le aspirazioni di sviluppo e di progresso interne al Corno d’Africa, sarà quindi difficile. In questo contesto di straordinario interesse spiace constatare l’assenza dell’UE che continua a non considerare la portata strategica della posta in palio. Sotto l’aspetto sia economico, vista la crescita di quell’area che dall’India arriva fino alle coste africane, sia politico, data l’importanza dei traffici che interessano proprio la confluenza del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano, soprattutto dopo il raddoppio del Canale di Suez e la scoperta di importanti giacimenti di petrolio e gas al largo della Somalia. Reiterare la mancanza di interesse per quel quadrante geografico è pura miopia politica per un’UE che ha un bisogno crescente di materie prime e nuovi mercati d’esportazione. Non essere presenti significa lasciare spazio e libertà di iniziativa ad altri Stati ben più pragmatici. Gli assenti hanno sempre torto.

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