Elezioni Fabio Pontiggia

La Spagna incerta alle urne e il nodo catalano

L’editoriale del direttore Fabio Pontiggia in attesa del 10 novembre

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La Spagna torna al voto domenica. Saranno le quindicesime elezioni dalla transizione democratica dopo la fine della dittatura franchista. Le prime erano state quelle del 15 giugno 1977, le ultime si sono svolte il 28 aprile scorso. I risultati appaiono quantomai incerti. La ritrovata democrazia spagnola era stata sempre capace di esprimere una maggioranza con la forza sufficiente in Parlamento per governare. Dapprima con il successo dell’Unione di centro democratico (Adolfo Suárez), quindi con la lunga stagione del socialismo moderato di Felipe González, poi dal 1996 con l’alternanza tra il Partito popolare (Aznar, Rajoy) e lo stesso PSOE (Zapatero). La pesantissima recessione del 2008-2014 e i gravi casi di corruzione politica hanno però messo in crisi il bipartitismo. In questo quadro di precarietà si è innestata con effetti viepiù dirompenti la questione catalana, fino al punto di rottura nell’autunno/inverno 2017. Nel panorama partitico si sono affacciati Podemos di Pablo Iglesias, nato dai movimenti sociali antisfratto ed espressione della sinistra massimalista, e Ciudadanos di Albert Rivera, partito di centro, liberale, fondato a Barcellona quale forza antiseparatista e fautrice dell’unità della Spagna.

Dalle elezioni del 20 dicembre 2015 nessuna formazione ha più ottenuto, da sola, la maggioranza assoluta al Congresso dei deputati. Si è così aperto un periodo di forte instabilità politica che comincia ad avere ripercussioni negative sulla solida ripresa economica in atto dal 2015: quattro elezioni generali in meno di quattro anni. In tali debolezze si è incuneato il partito della destra radicale Vox, con il primo sorprendente successo in Andalusia nelle elezioni regionali del 2 dicembre 2018, dopo alcuni anni di insignificanza politica, in seguito con il 10% nelle politiche di aprile e ora con i sondaggi che lo danno addirittura terza forza a livello nazionale, anche sull’onda del risentimento emotivo suscitato in molti nostalgici del franchismo dalla poco accorta decisione del primo ministro socialista Pedro Sánchez di far esumare, proprio ora, le spoglie del dittatore dal Valle de los Caídos. Per finire, il partito di Pablo Iglesias ha dovuto fare i conti con la scissione interna attuata dal giovane politologo, cofondatore di Podemos, Iñigo Errejón, che ha dato vita al partito Más País (Più Paese), meno massimalista, meno giustizialista e più orientato verso l’ecologismo (dopo la collaborazione comunale tra lo stesso Errejón e l’ex sindaca di Madrid Manuela Carmena).

Le elezioni anticipate del 10 novembre sono state di fatto volute dal premier Pedro Sánchez, che aveva vinto di misura la contesa di aprile (28,7% e solo 123 seggi al Congresso su 350) ma non era stato capace di costituire un’alleanza per governare, né con la sinistra (Podemos), né con il centro (Ciudadanos) né tantomeno con la destra (Partito popolare). Pretendeva in realtà di governare comunque da solo, contro ogni evidenza. La Spagna è passata in pochissimo tempo dal bipartitismo perfetto alla frammentazione della rappresentanza parlamentare, senza avere nel suo DNA la cultura dei governi di coalizione. Tanto si era dimostrata all’altezza della transizione pacifica, per nulla scontata, dalla dittatura alla democrazia, tanto si dimostra sprovveduta e riluttante nella seconda, necessaria transizione dalla democrazia dell’alternanza bipartitica alla democrazia consociativa o perlomeno delle alleanze governative, con due o più partiti che condividono un programma di legislatura e i Ministeri dell’Esecutivo. Il continuo ricorso alle urne è l’effetto di questa immaturità.

Che accadrà allora domenica? Il Paese rischia di ritrovarsi ai piedi della scala. Il più recente sondaggio dà il Partito socialista ancora vincitore ma in discesa al 27,4% e nella migliore delle ipotesi con 123 seggi, lontanissimo dalla maggioranza assoluta (176). Il PP, portato dal giovane e ambizioso segretario Pablo Casado su posizioni nuovamente più moderate, alla Mariano Rajoy (dopo l’iniziale fiammata aznariana), è dato in recupero, ma si ferma al 21,6%. Crolla invece Ciudadanos (dal 15,9% all’8%), che prima e dopo le elezioni di aprile ha sbagliato quasi tutto, scartando per principio un’alleanza governativa con i socialisti e accettando qua e là (Comunità autonome, Comuni) il sostegno esterno della destra radicale di Vox, che ha sconcertato non pochi militanti e votanti (emblematica l’uscita dal partito di uno dei suoi autorevolissimi fondatori, il costituzionalista catalano Francesc de Carreras). Sarà invece proprio Vox a beneficiare di questa chiamata alle urne: con il 14,9% dei suffragi previsto dai sondaggi potrebbe diventare il terzo partito spagnolo (in aprile aveva ottenuto il 10,3%). Nel recente dibattito televisivo tra i big, il leader di Vox Santiago Abascal è stato giudicato di gran lunga il migliore dagli internauti dei principali siti informativi. In difficoltà è invece Podemos (dato in discesa all’11,2%); e lungi dallo sfondare Más País (2,8%).

Con questi numeri non ci sarebbe né una maggioranza di sinistra né una di destra, mentre Sanchez ha scartato senza se e senza ma un’eventuale grande coalizione con il PP di Casado. Decisivi saranno allora, ancora una volta, i partitini nazionalisti: sia quelli moderati, sia quelli più estremisti, sia i baschi, sia i catalani. Il premier socialista è stato molto fermo, dopo la sentenza del Tribunale supremo di Madrid, verso i separatisti catalani, alla luce dei gravi disordini e delle violenze scatenate a Barcellona e in altre città della Catalogna dai Comitati di difesa della Repubblica (CDR) e dal movimento acefalo Tsumani democratico, che mobilita gli indipendentisti più radicali tramite la Rete. I catalani che non vogliono staccarsi da Madrid (e che sono la maggioranza) hanno fatto sentire anch’essi la loro voce scendendo in piazza (erano in 400 mila a Barcellona domenica 27 ottobre). Ai separatisti che esigono da Madrid il dialogo, Sanchez ha risposto: prima dialogate con l’altra metà della Catalogna. Una Spagna politicamente frammentata con una Catalogna socialmente fratturata e in continua ebollizione: questa la realtà destabilizzata che affronterà l’esame elettorale di domenica. Non si sa davvero come possa superarlo.

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