Il commento Prisca Dindo

La tela del ragno che intrappola le donne

Il commento di Prisca Dindo su «La Domenica»

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Perché non è scappata di casa?». «Perché prima l’ha denunciato e poi ha fatto retromarcia?». Sono le frasi che risuonano nei bar dopo la notizia di un femminicidio. Come se fuggire dall’aguzzino che abita sotto lo stesso tetto fosse facile. Da inizio anno sono già venticinque le donne massacrate in Svizzera dai loro compagni. Le ultime quattro sono cadute in soli dieci giorni.

La giovane di Solduno doveva essere la quinta, ma è scampata per miracolo alla fucilata dell’ex compagno.

Ormai la violenza nelle famiglie ci riguarda da vicino. Coppie apparentemente felici possono sprofondare nell’inferno quando la porta di casa si chiude dietro le loro spalle. Mogli e compagne insospettabili subiscono ricatti psicologici e violenze fisiche dai loro insospettabili compagni. Non è una questione di classi sociali: fra gli aguzzini ci sono medici, avvocati, docenti, e fra le vittime donne istruite.

Nessuno si accorge di nulla. Le donne credono di non avere altra scelta che subire e rimangono prigioniere di una relazione che le annienta. Una lunga indagine del quotidiano francese Le Monde ha dimostrato che dietro ai femminicidi si cela uno schema ricorrente: quello di una relazione in cui una persona assume a poco a poco il controllo dell’altra, che finisce per sottomettersi. Il femminicidio è sempre preceduto da un crescendo di violenze.

Senza accorgersene la vittima scivola in una dipendenza totale, mentre il compagno tesse la sua tela come un ragno malefico.

Un controllo fisico e psicologico che impedisce alla donna di fuggire. All’inizio c’è la seduzione. Poi scattano le critiche: una due mille. Rimproveri apparentemente innocui ma in realtà destabilizzanti, soprattutto se sparati a geometria variabile. Per non suscitare l’ira del compagno e rovinare di nuovo una domenica, lei incassa. È soggiogata. Crede di non valere nulla, di sbagliare di continuo, di essere inadeguata. Intanto lui la isola, costringendola a tagliare i ponti con amiche e parenti, verso i quali manifesta una crescente insofferenza. A furia di cedere, la donna spaesata pensa che tutto ciò sia normale: comprese le botte quando sbaglia il colore della tovaglia. Poche osano ribellarsi, ma quando lo fanno rischiano la pelle.

Secondo l’indagine di Le Monde, la separazione è il primo fattore di rischio nei femminicidi: la donna ormai è considerata una proprietà dal suo carceriere. Se scappa le si dà la caccia.

Scattano gli appostamenti sotto casa, le imboscate sul posto di lavoro, le angherie sui figli. Spesso queste pressioni psicologiche hanno la meglio sulla donna: sola e sminuita non sa più dove scappare e, malgrado la paura, torna all’ovile.

Quando il piano di intimidazione fallisce, lo stalker preferisce vederla morta piuttosto che libera e felice.

Senza aiuto esterno, è quasi impossibile fuggire. Se da una parte è indispensabile introdurre una legge anti-stalking nella legislazione federale, dall’altra occorrono strumenti d’intervento tempestivi. Il «Collettivo femminista Io l’8 ogni giorno» propone di fornire un sistema d’allerta alle donne in pericolo affinché la polizia possa intervenire subito, sventando la minaccia. Ben vengano i braccialetti elettronici, le campagne di sensibilizzazione e i numeri verdi. Ma per evitare la mattanza servono strumenti immediati.

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