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Lugano, chi è causa del suo mal...

La situazione in casa bianconera dopo la quinta sconfitta consecutiva

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Ora lo si può affermare senza timori: il Lugano è in crisi. Lo dice un gioco pericolosamente involuto rispetto ad alcune settimane fa, lo dicono le cinque sconfitte consecutive subite dai bianconeri, lo confermano la miseria di sette reti realizzate dal derby perso con l’Ambrì Piotta alla sconfitta di sabato contro il Langnau passando dalla figuraccia di Zurigo, a fronte di 19 gol subiti, e una classifica che non promette nulla di buono. Il Lugano, purtroppo, sta scivolando in una mediocrità che l’anno definito di transizione non giustifica. Dodici mesi fa, una squadra che già faticava, dopo venti partite aveva raccolto 32 punti contro i 25 racimolati in questo primo scorcio di stagione. Si stava meglio quando si stava peggio, vien da dire.

Il problema principale della formazione di Sami Kapanen – figlio delle lacune evidenziate sul piano della manovra – risiede nell’incapacità di trovare la via della rete. Una situazione che trova in parte origine nelle scelte del recente passato e in parte nelle decisioni strategiche prese nella stagione in corso. Chi è causa del suo mal pianga se stesso, insomma. Che fosse impossibile sostituire un elemento come Gregory Hofmann era chiaro a tutti e probabilmente nessuno si aspettava le difficoltà incontrate al momento da Reto Suri. Ma d’altro canto il Lugano sta giocando con tre stranieri su quattro già poco convincenti l’anno scorso: Taylor Chorney, Jani Lajunen e Linus Klasen. I tre, complessivamente, sono a quota cinque reti: un numero da mani nei capelli. Il successo di ogni squadra nel campionato svizzero passa obbligatoriamente dalla qualità degli elementi di importazione, nonostante ci sia chi ancora sostiene che la differenza, alla fine, la facciano i giocatori elvetici. Questo è retaggio delle lacune del recente passato a livello di direzione sportiva. Il presente dice invece che le scelte strategiche di Sami Kapanen hanno aggravato la situazione. Il modesto Chorney è diventato il giocatore più utilizzato di tutta la Lega – ora è al secondo posto dietro il ginevrino Tömmernes – mentre chi doveva garantire reti e assist è stato indirettamente invitato senza troppi complimenti a trasferirsi in KHL alla Dinamo di Minsk. E quando si è trattato di rimpiazzare Atte Ohtamaa si è puntato su un altro difensore, Paul Postma, in nome di un «due più due» che non sta affatto portando i frutti sperati.

C’è inoltre da chiedersi dove sia finito l’hockey tutto pattinaggio, forechecking e aggressività che aveva contraddistinto le prestazioni del Lugano da metà settembre a metà ottobre. Possibile che sia svanito come in una magia di David Copperfield? La sensazione è che il Lugano si andato ad infilarsi in un vicolo cieco dal quale potrà uscire solo e soltanto se il coach finlandese riuscirà a liberarsi almeno parzialmente dai suoi dogmi. Una missione non facile, considerando che ora la rosa a disposizione non offre alternative. In questo senso la settimana a venire si annuncia fondamentale: Davos nei Grigioni, Rapperswil alla Cornèr Arena e Ambrì Piotta alla Valascia costituiranno verosimilmente una sorta di bivio della stagione bianconera. Dopo cinque battute d’arresto, una reazione è doverosa. Non dovesse malauguratamente arrivare, come si comporterebbe la dirigenza del Lugano? Lo scorso anno Greg Ireland rimase in sella fino in fondo solo perché fu deciso di dare un segnale forte. Ma ancora non c’era Hnat Domenichelli, il direttore sportivo che sta costruendo il Lugano del futuro. E che prima o poi sarà chiamato a scegliere in prima persona il tecnico al quale consegnare le chiavi dello spogliatoio. Chissà se si tratterà di Sami Kapanen.

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