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Nel canale di Leme in Croazia dove i romani coltivavano le ostriche

Leggi la rubrica di Prisca Dindo pubblicata su «La Domenica»

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Il paesaggio che incontriamo dopo due ore di camminata dal castello di Dvigrad, lascia tutti noi a bocca aperta. Le montagne ricoperte di una vegetazione rigogliosa si tuffano all’improvviso in uno strapiombo di acque verdi come un lago. Non scorgiamo né case né strade sulle due sponde dell’insenatura. Tantomeno alberghi. Soltanto due ristoranti e un piccolo molo. Poi più nulla.

Il panorama è così selvaggio che per un attimo crediamo di essere finiti in Norvegia. In realtà questo braccio di mare che penetra per chilometri e chilometri nell’entroterra non è un fiordo, bensì il canale di Leme in Croazia. Si tratta di una delle risorse naturali più preziose della penisola istriana, un canyon scavato nei millenni da un vecchio fiume sopraffatto dall’Adriatico mischiando così le sue acque dolci con quelle salate.

Al molo incontriamo Tony, il capitano del Dolfin, un gioiellino di battello dai colori sgargianti. Oggi è in pensione ma «ogni tanto il mare mi reclama» come dice lui mentre ci conduce a bordo. Il suo amore per questo luogo è scritto nei suoi occhi. «Lungo il canale si coltivano ostriche dai tempi di Roma antica; sono piccole ma saporite» racconta soddisfatto puntando il timone verso Rovigno. I romani, grandi consumatori di ostriche, capirono subito che queste placide acque ricche di plancton sarebbero state perfette per allevare i molluschi. Perciò importarono le loro preferite. «Fu così – aggiunge il capitano - che venne inaugurata la prima ostricoltura del canale». Dopo duemila anni la coltivazione continua.

È mezzogiorno e Tony ci serve il pranzo sul battello. Le ostriche non ci sono ma il sapore semplice e genuino di una mormora alla griglia ci fa ben presto scordare quello sofisticato del mollusco. Le note allegre della fisarmonica di «Ivan», l’aiutante di Tony, fanno il resto.

Mentre ci godiamo la traversata, il nostro pensiero torna alle rovine di Dvigrad, visitate a piedi di prima mattina nelle vicinanze di Canfanaro. Con le sue grosse mura difensive, la città medievale domina ancora la valle di Leme. Scorgiamo le torrette di guardia con ciò che rimane delle duecento case abbarbicate sul colle del più grande insediamento urbano dell’Istria medioevale. Da lontano, a noi sembra una città fantasma.

Ad attirare la nostra attenzione sono però tre aperture che scorgiamo nelle mura. Si trovano a pochi centimetri da terra, proprio accanto alle porte di accesso della città. Tre buchi tondi dal diametro di una grossa anguria. La spiegazione della guida ci lascia di stucco. «Servivano per evitare che malintenzionati entrassero in città al calar della notte. I ritardatari chiusi fuori dai portoni infilavano la testa in questi buchi; se dall’altra parte del muro la guardia li riconosceva, potevano entrare, altrimenti venivano presi a bastonate». Forse dobbiamo prendere con le pinze questa lettura da parte della guida. A noi però piace immaginare lo stratagemma come il primo rudimentale modello di video sorveglianza della storia.

C’è odor di salsedine. Le coste del canale di Leme affondano pian piano nel mare e le onde cominciano a far ballare il battello. Stiamo per entrare in mare aperto. La sensazione di libertà è infinita.

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