Politica federale Giovanni Galli

Paternità, un congedo tira l’altro

L’editoriale di Giovanni Galli

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È girato in fretta il vento sul congedo paternità. L’idea di accordare per legge 10 giorni ai neopapà era stata bocciata solo tre anni fa. Sotto la spinta di un’iniziativa popolare è presto diventata realtà. Prima refrattaria a qualsiasi concessione, la politica ha capito che i tempi stanno cambiando e che, a piccoli passi, bisogna cominciare ad adeguarsi. Singole aziende e un numero crescente di amministrazioni pubbliche offrono già altrettanto e persino di più. La realtà nel Paese sta pian piano anticipando la riforma legislativa, che si limita a certificare una situazione in evoluzione. La Confederazione prevede già un congedo di 10 giorni. Novartis offre ai suoi dipendenti che diventano padri un congedo di 18 settimane, Google di 12 giorni, Johnson&Johnson di 8, mentre il gruppo Kering, che sta ridimensionando la sua presenza in Ticino, ha annunciato di volerne introdurre uno di 14 settimane. A livello di amministrazioni pubbliche la città di Losanna prevede 21 giorni. Le cose si sono mosse anche in Ticino dove Mendrisio, Stabio, Morbio Inferiore e Castel San Pietro hanno introdotto per i loro dipendenti un periodo di 20 giorni. Un congedo simile esiste a Bellinzona già dal 2017, mentre Locarno ha deciso proprio l’altro giorno di aumentare dagli attuali 5 a 10 giorni il diritto dei neopadri di stare a casa con i loro bebè. In una parte del mondo economico locale, non solo nei grandi gruppi internazionali, comincia a farsi largo l’idea che una soluzione in questo senso non è solo un costo; può anzi favorire la produttività e costituire un fattore di attrattiva per le aziende alla ricerca di manodopera specializzata.

Per questo la decisione presa a Berna non rappresenta un punto di arrivo ma solo un primo tassello all’insegna di un compromesso tipicamente svizzero e di una socialità finanziariamente sostenibile. Il discorso è ormai proiettato verso una fase successiva, sia in termini concettuali sia di durata dell’assenza dal lavoro. Il tema del congedo di paternità è oscurato da quello del congedo parentale, in base al quale madri e padri che lavorano si suddividerebbero un periodo di permanenza a casa molto superiore all’attuale. Nuove proposte per aumentare la durata del congedo sono in rampa di lancio.

Sulla NZZ di mercoledì Daniel Graf, titolare del sito «gamechanger» (specializzato nella raccolta di firme) e attivo personalmente nella campagna di sottoscrizione dell’iniziativa per le quattro settimane, ha detto di ritenere questo termine ormai superato. Per questo si dice pronto a lanciare l’anno prossimo una nuova iniziativa per un congedo parentale di 30 settimane, 15 per l’uomo e 15 per la donna, in ossequio al principio della parità. Anche il PS sta valutando di muoversi nella medesima direzione, attraverso un’iniziativa che prevede 14 settimane per la madre, 14 per il padre e 10 da suddividere fra i coniugi. Il modello delle 38 settimane era pure stato ipotizzato dalla Commissione federale di coordinamento per le questioni familiari, che ha raccomandato un periodo di otto settimane ad uso esclusivo del padre. Il tema ormai ha valicato i confini degli schieramenti. L’ex presidente del PLR Philipp Müller ha detto che il congedo paternità è superato e che riproduce i vecchi ruoli all’interno della famiglia. Meglio un modello flessibile, nel quale madre e padre si regolano da soli. Insomma, quella che le Camere si apprestano a votare definitivamente il 27 settembre è considerata da molti una soluzione già vecchia. Anche perché, da più parti, il congedo parentale è visto non solo come un mezzo per rafforzare il legame padre-figlio, ma anche un’opportunità per una nuova ripartizione dei ruoli nella coppia e dare alle donne più chance nel mercato del lavoro.

Un referendum sui dieci giorni è possibile ma improbabile. Le piccole e medie imprese, che si sentono penalizzate, sono restie a ricorrere alle urne, mentre l’UDC, a questo stadio, ha altre priorità. Chi ha proposto l’iniziativa per le quattro settimane deve decidere se ritirarla, accontentandosi del nuovo minimo, o mantenerla; col rischio, in caso di no popolare, di pregiudicare la causa a cortomedio termine. Comunque vada, si sta configurando un gioco al rialzo in cui un modello tira l’altro. Ma sarebbe un’illusione pensare che basti una vittoria di tappa per spianare subito la strada a soluzioni più ampie, magari contando su un’adesione acritica alle tesi sui benefici sociali ed economici di un congedo parentale. Il consenso politico non dipende dalle buone intenzioni. Se dovessero profilarsi modelli nettamente più estesi ed onerosi le resistenze aumenterebbero. C’è una realtà economica diffusa, non fatta solo di grandi aziende, che si troverebbe in grosse difficoltà. Non tutti inoltre vedono di buon occhio un accresciuto ruolo dello Stato a scapito della responsabilità personale. E non tutti sono disposti a sostenere costi supplementari per pagare le scelte altrui. La breccia è aperta, ma la strada per trovare il giusto equilibrio è ancora lunga.

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