GLI SCENARI Gianni Righinetti

Quel no pesante e la piazza che freme

Il commento di Gianni Righinetti

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Dal Governo, con il preavviso negativo all’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta (CPI) sul caso dell’ex funzionario del DSS condannato per coazione sessuale, giunge un sacrosanto invito alla ragionevolezza. Perché è molto facile dire CPI, ben più complicato e meno popolare è valutare prima di reagire. Le questioni delicate non si prestano a risposte istintive, mossi magari anche da una spinta vendicativa. La politica è il luogo prediletto per applicare la legge del taglione, ma ogni tanto è bene fermarsi e riflettere. In questo caso non si giustifica un’inchiesta di rango politico.

Per entrare in materia occorre che l’evento abbia «grande portata istituzionale» e richieda «uno speciale chiarimento». Il Consiglio di Stato reputa che «non vi siano i presupposti». Questa valutazione non ha valore decisionale perché il Parlamento è sovrano sulla creazione di una CPI, il solo criterio fattivo per dare luce verde è il voto a maggioranza assoluta, ma l’invito dell’Esecutivo ha un pesante significato politico. È il frutto di una decisione che è sul tavolo da qualche settimana, calibrata all’inizio di una legislatura da un collegio rinnovato sì solo parzialmente, ma che con grande lucidità ha visto le molteplici insidie che l’avvio di una CPI nasconde. Tutti quei pericoli che quel gruppo di parlamentari d’ogni estrazione partitica che ha seguito il primo firmatario Fiorenzo Dadò (PPD) sembra non voler vedere. Siamo di fronte a un no attentamente ponderato, un no ad un gremio politico su un caso che ha generato i sentimenti di vergogna e ribrezzo non solo da parte del giudice Marco Villa che si era pubblicamente scusato in nome dello Stato, ma che è ancora aperto dal profilo penale, mentre le cose dal punto di vista amministrativo sono già praticamente chiuse. Il 59.enne infatti non è più alle dipendenze dello Stato perché ormai prepensionato (senza onori ovviamente), ma lasciato a casa appena è stato possibile. Un fatto che esclude sanzioni disciplinari nei suoi confronti, il pensionamento lo ha praticamente reso immune. Questa è certamente una beffa, ma lo si può dire oggi, a posteriori. Mentre se l’Esecutivo lo avesse tenuto in organico in attesa di chissà quale potenziale sanzione interna, sarebbe stato subissato di fischi e per l’assenza di coraggio. Lo sappiamo molto bene, la piazza freme, vorrebbe fortemente sapere cosa è accaduto in quegli uffici, se c’era chi sapeva e ha taciuto e se, come si legge nelle motivazioni della sentenza, quanto accaduto si poteva evitare o smascherare non solo dopo 13 lunghi anni. Lunghissimi per le vittime che oggi meritano di restare (per quanto umanamente possibile) serene e vivere la loro vita senza dover ripercorrere tutto non solo per effetto del procedimento penale, ma soprattutto di dover rivivere questa tremenda storia davanti a una Commissione parlamentare d’inchiesta. La piazza che freme e i politici che alimentano questa morbosa sete di sapere nella speranza di punire qualcuno devono in primo luogo pensare a loro, le vittime. Ma vi immaginate dei parlamentari di milizia condurre un’inchiesta tanto delicata? Convocare e interrogare queste ragazze ormai donne?

Nei confronti di chi ha approfittato dell’innocente gioventù il giudizio morale è severissimo, ma ai parlamentari che saranno chiamati ad esprimersi sulla CPI chiediamo di pensare a loro, alle vittime e non alla politica e alle vendette.

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