L’EDITORIALE Gianni Righinetti

Quel nome e la lezione di civiltà

L’editoriale di Gianni Righinetti sul caso dell’ex funzionario del DSS dopo la condanna per coazione sessuale

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A una settimana dalla sentenza di condanna nei confronti dell’ex funzionario del Dipartimento della sanità e della socialità per atti sessuali, la tempesta d’indignazione per la mancata pubblicazione da parte dei media delle sue generalità non si è ancora placata. Oggi ci troviamo nella paradossale situazione nella quale il nome, seppur di dominio pubblico, dal Corriere del Ticino come pure da altri media, non può essere divulgato. Per chi avesse la necessità, o l’umana curiosità di sapere chi si cela dietro a quei fatti da brividi per qualsiasi uomo o donna che ne ha preso conoscenza, non resta che navigare su Facebook: in alcune puntuali pagine lo troverà, con tanto di fotografia e sequela di frasi da bettola e travasi di bile. Mentre noi non lo abbiamo fatto e non lo faremo perché non siamo stati autorizzati nel giorno della sentenza, quando ci siamo rivolti a chi era professionalmente coinvolto in quel procedimento per sapere se le circostanze potevano valere come grimaldello per fare saltare le rigide regole del codice penale: la risposta è stata negativa e noi la rispettiamo.

Un giornalista vorrebbe sempre riferire i fatti e le persone (se c’è pubblico interesse) che sono protagoniste, nel bene e nel male. Ma volere e potere non vanno sempre a braccetto. La stampa, scritta, parlata, televisiva oppure online, non può violare la legge a suo piacimento, non può disattendere le regole della giustizia. Non piace doverlo ammettere, non piace dover sottacere qualcosa al pubblico, ma non c’è scelta, non c’è margine d’apprezzamento. Contrariamente a quanto si crede pubblicamente con l’atto di omettere nome e cognome del 59.enne non s’intende proteggere lui, bensì le sue vittime e la sfera intima e familiare di tutte le persone che, loro malgrado, sono state coinvolte da colui che per taluni era una conoscenza che si è dimostrata manipolatrice, per altri un parente o familiare del quale ora c’è motivo per vergognarsi. Dura lex, sed lex: prevalgono dunque le disposizioni del Codice di procedura penale svizzero in materia di protezione della personalità (art. 70 cpv. 1 lett. a, 74 cpv. 4 e 152 cpv. 1).

I fatti accertati in sede penale sono gravissimi e disgustosi per ogni persona dotata di dignità e di coscienza. Quei fatti non hanno colore politico, sono il frutto di perverse deviazioni che mettono i brividi. Brividi che non spariscono per effetto del lungo tempo trascorso o della rilevanza penale con tutti i suoi airbag tecnico-giuridici che hanno portato a una sentenza incomprensibile per noi cittadini: l’uomo non andrà in carcere e, se così possiamo dire, se la cava con qualche aliquota e una pena sospesa. Ma un giudice non giudica con la pancia di chi scrive su Facebook, è chiamato a ponderare le variabili descritte e se Marco Villa nel leggere martedì scorso la sentenza si è sentito in dovere di esprimere tristezza e scusarsi con le vittime a nome dello Stato, è perché qualcosa di estremamente grave è accaduto, qualcosa che va oltre il codice penale, una ferita che non può essere rimarginata per effetto di una condanna o nel rendere pubblico un nome che permetterebbe di intrecciare conoscenze e parentele facendo male solo a chi è innocente e ha subito questa triste storia.

Alla domanda «perché si tace?» ci sono solo risposte razionali e giuridiche che non passano nell’opinione pubblica. Non biasimiamo questo fatto, bensì chi, sfruttando una vicenda orribile, trasforma le colpe morali in teoremi politici. Ma anche chi, nella veste di avvocato penalista, sorpassa sulla destra il codice che è tenuto a rispettare e rivela le generalità di un condannato. Magari un giorno si troverà a difendere professionalmente una persona alla sbarra per fatti analoghi. Cosa farà? Pubblicherà su Facebook il nome e cognome del suo cliente condannato? Il giustizialismo social oggi va per la maggiore e viene usato anche da chi, attivo in politica, svelando le ormai poco misteriose generalità sembra più che altro volersi vendicare per quelli che considera torti mediatici subiti.

In questa brutta vicenda non ci resta che attendere che il Governo mantenga la recente promessa di fare chiarezza su quanto avvenuto nel 2005, ma non servono dichiarazioni celate dall’anonimato, bensì fatti concreti e documentati e che chi di dovere ci metta la faccia.

In conclusione non ci resta che sottolineare la dignità delle vittime dei soprusi perpetrati dall’ex funzionario. A partire da quelle che non hanno voluto partecipare al processo e non hanno voluto riaprire quella dolorosa ferita, quelle donne che non figurano nell’atto d’accusa. Ma grande dignità e coraggio lo hanno mostrato le due donne-vittime che hanno assistito al processo, che hanno rivissuto tutto, che hanno constatato l’assenza di pentimento dell’uomo e che ci hanno dato una grande lezione di civiltà. Per loro, e solo per loro, ora sarebbe bene tacere.

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