l’editoriale Paride Pelli

Risse in campo e ruolo dei media

Leggi l’editoriale del direttore Paride Pelli su «La Domenica»

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Mercoledì scorso sono state rese note le sanzioni nei confronti dei giocatori e dei club responsabili dell’indegna rissa alle Semine: né la prima né l’ultima - c’è purtroppo da scommetterci - sui campi dei cosiddetti «minori», dove la violenza dei tifosi, o dei sedicenti tali, prende talvolta il sopravvento sull’agonismo e oscura lo sport, sfociando in cronaca. La Federazione ticinese di calcio non sa più a che santo votarsi per risolvere quello che sta ormai diventando un problema ricorrente: si parla spesso, a ragione o a torto, di comminare «punizioni esemplari» che dovrebbero fare scuola e fungere da deterrente per future derive. Pare questa la strada scelta per la rissa alle Semine, con il giocatore del Locarno colpevole di aver scatenato la rissa punito con cinque anni di squalifica e altri giocatori sanzionati con sospensioni che vanno dai diciotto mesi ai due anni. Sì, ci sentiamo di confermarlo: si tratta di punizioni esemplari. Sorprende tuttavia, e qui il discorso si allarga al ruolo dei media, che persone comuni (non personaggi pubblici) che tirano calci al pallone in Terza Lega e che si macchiano di questo tipo di comportamenti, deprecabili e censurabili su tutta la linea, godano poi, anche dopo le sanzioni ricevute, di una visibilità incredibile - ben più di quella concessa ai professionisti! - per poter dire la loro, commentare, giustificarsi, scusarsi e persino accusare di essere stati penalizzati o trattati con ingiustizia. Un proscenio mediatico del tutto arbitrario e immotivato, un palco, peraltro reso immediatamente disponibile senza nessuno scrupolo, dove i protagonisti sono subito saliti con il megafono a spiegare al mondo sportivo cantonticinese che «io non sono così, chi mi conosce lo sa» o dal quale le società coinvolte hanno subito fatto sapere di «non accettare la sanzione troppo severa, contro la quale ricorreremo». La conferma, una volta ancora, che viviamo nel cantone dell’iperbole.

Si obietterà alla posizione qui espressa che «la gente vuole questo e chi chiunque ha il diritto di poter dire la sua, se una testata decide di dargli ospitalità. Ma questa, in generale, la si concede quando ci sono fondate ragioni giornalistiche per farlo. Quando l’informazione che si decide di trasmettere è di quelle che non possono mancare al lettore, allo spettatore, al cittadino.

Nel caso in questione, invece, parliamo di persone comuni che calcano i campi di Terza Lega e che, oltretutto, non si sono distinte per un gesto tecnico formidabile o per un comportamento virtuoso, ma per qualcosa che andrebbe commentato con saldo spirito critico.

Purtroppo, per quanto riguarda la maggioranza dei media, queste ospitate sono il classico «modus operandi» che da sempre si rivela funzionale soltanto all’aumento dell’audience, con inevitabili riverberi su siti e social media. Se da una parte si pretende, e ci mancherebbe, che non accadano più violenze sui campi di calcio minori e maggiori, dall’altra, quando queste vengono sanzionate, non si ha la forza necessaria di lasciare nell’ombra i colpevoli, affinché riflettano meglio sulle proprie gesta. È un circolo vizioso da cui difficilmente usciremo.

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