L’opinione/la risposta Red. Online

Su autogestione e spiaggia un editoriale inappropriato

L’opinione di Virginio Pedroni e la risposta del direttore Paride Pelli

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Gentile Direttore, Le confesso di aver letto con un certo sconcerto il Suo editoriale apparso sul Corriere del Ticino di mercoledì 5 gennaio e dedicato allo spirito con cui Lugano dovrebbe guardare al proprio futuro. Ho sorriso amaramente pensando che su quelle stesse colonne, solo due giorni prima, era stato pubblicato un editoriale di Matteo Airaghi nel quale, per suggerire il modo in cui guardare al nostro tempo, si consigliava addirittura di fare uso delle lenti del grande filosofo Spinoza.

Quanto auspicato dall’articolo di Airaghi è un obiettivo probabilmente troppo ambizioso, ma credo che sia invece ragionevole attendersi da chi dirige il principale quotidiano del Cantone un esercizio di maggiore ponderazione e sensibilità nel formulare una valutazione della realtà, pur senza pretendere di raggiungere quell’amore intellettuale che, secondo Spinoza, permetterebbe all’uomo saggio di guardare alle cose sub specie aeternitatis (unico modo, secondo lui, per capirne fino in fondo le ragioni). Un normale cittadino, abbonato al foglio di cui Lei è responsabile, si accontenterebbe di molto meno: una certa capacità di cogliere l’aspetto frastagliato delle cose e la natura complessa delle questioni. Tutto questo non impedisce, ovviamente, di esprimere, in sede di commento, le personali opinioni. Trovo francamente inappropriato il tono di fastidio con cui lei ha affrontato, nel suo intervento, la questione del centro autogestito, considerata semplicemente una «grana» a proposito di cui augurarsi che «si sciolga con l’estate, poiché non è un bel vedere». Trovo improponibile la contrapposizione da Lei operata fra «il desolante panorama» rappresentato dalla vicenda dell’autogestione, ovviamente per esclusiva responsabilità dei giovani che vogliono solo «fare casino», e il «sogno» della spiaggia sul lungolago di Lugano, novella utopia che dovrebbe mobilitare le menti e i cuori dei luganesi, contribuire alla «sprovincializzazione» della città e assurgere a espressione dei suoi «valori più profondi». Infine mi pare involontariamente, ma significativamente, inquietante il riferimento a Lugano come purtroppo mancata, per ragioni finanziarie, «piccola Hong Kong», una metropoli nei mesi scorsi oggetto di preoccupazione e condanna per la dura repressione dei giovani scesi in piazza in difesa della democrazia.

Ecco, il linguaggio e la retorica che lei ha usato nei confronti della questione del Macello (grana da risolvere entro l’estate, anche per non rovinare le vacanze ai turisti, incubo da contrapporre al sogno di una spiaggia lacustre su cui godersi giornate spensierate) hanno un po’ il sapore di quelli di un regime autoritario e autocratico: Cina o, soprattutto, monarchie arabe del Golfo, tutto ordine, quattrini e turismo di lusso; e soprattutto niente proteste. Anche l’elogio finale dell’innovazione, con finalità in primo luogo economiche, come valore assoluto («Nessuno tra vent’anni vorrebbe vivere nella stessa identica città di oggi, anche perché ciò significherebbe soltanto un infarto dell’economia») ricorda quel mondo. Io sarei molto contento se la Lugano di oggi fosse più simile a quella del passato, quando erano ancora in piedi molti edifici che la furia della speculazione dei decenni del secondo dopoguerra, distruttiva come un bombardamento, ha abbattuto. Ovviamente non le voglio attribuire una concezione autoritaria della politica o speculativa dell’economia; voglio solo dire che a volte le parole ci sfuggono, scivolose come anguille, irreversibili come frecce partite dall’arco: questo, però, bisognerebbe evitarlo, soprattutto quando si scrive sulla prima pagina di un giornale che intende essere autorevole e indipendente. Con i sensi della massima stima.

Virginio Pedroni

La risposta del direttore Paride Pelli

Gentile Professore,

grazie per la sua attenta lettura del mio editoriale: ci tengo innanzitutto a rassicurarla che nessuna parola è sfuggita, «scivolosa come un’anguilla», dalla mia tastiera. Circa la questione dei molinari, confermo la posizione secondo la quale, senza voler delegittimare la loro protesta, comunque criticabile,  «non è un bel vedere» per la Città, per i residenti, per gli investitori e per i turisti, la ricorrente e inconcludente protesta degli autogestiti e il relativo affanno del Municipio nel fronteggiare una vicenda che avrebbe già dovuto trovare pace.  Nel vivere civile difficilmente esiste problema irrisolvibile: se l’ex Macello continua a restare tale, occorre interrogarsi sulla reale volontà di entrambe le parti di andare a conclusione. Per il momento, si registra solo la disponibilità del Municipio nel mettere a disposizione uno spazio sostitutivo. Che non è poco, come gesto di iniziale apertura. Per ciò che riguarda il riferimento a Lugano come «piccola Hong Kong», lo stesso risale all’epoca di Giorgio Giudici, quando la metropoli asiatica, ancora legata al Regno Unito, aveva un animo ben diverso rispetto a quello rivelato di recente. Quella Hong Kong resta un modello di libertà e di prosperità ancora valido: l’idea di una croisette luganese potrebbe, anche se va ponderata attentamente, aiutarci ad andare in questa direzione. Circa le altre azzardate e fantasiose analogie che il mio editoriale le ha provocato (le monarchie arabe del Golfo, la repressione delle proteste, ecc.), la prego di credere che non erano contenute nel testo e nemmeno tra le righe. Chiudo con una annotazione di Matteo Airaghi, da lei citato: per Spinoza – mi ricorda l’arguto collega - l’unica forma di libertà è la ragione. Esattamente agli antipodi – aggiungo io - degli irragionevoli molinari, che non riconoscono neppure l’interlocutore da cui pretendono concessioni.

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