Il commento Gerardo Morina

Tra le nuove sfide della NATO il colosso cinese

Il commento di Gerardo Morina

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La NATO ha celebrato il suo 70. anno di vita, ma senza particolare allegria, anzi si direbbe all’insegna della discordia.

Vero è che l’Alleanza aveva tutti i motivi per esistere durante la Guerra fredda, ma oggi è logico che soffra di turbe esistenziali. Se infatti la NATO si ritrova con le stesse esigenze sintetizzate nel 1952 dal suo primo segretario generale, Lord Ismay («Tenere i russi fuori, gli americani dentro e tedeschi sotto»), a essere mutato è il contesto circostante a causa dell’emergere della centralità di tre aree - il Pacifico,l’Africa e il Medio Oriente - che hanno finito col relativizzare il peso dell’Oceano sul quale l’Alleanza atlantica è fondata. Il vertice di due giorni conclusosi ieri a Watford, nel Regno Unito, ha tentato di lanciarsi verso il futuro mirando ad un ripensamento dell’Alleanza in funzione di scenari che stanno via via trasformandosi, ma rimanendo prigioniera di due nodi fondamentali che solo il tempo riuscirà forse a sciogliere. Il primo nodo è rappresentato dal traguardo di un aumento di spesa di 400 miliardi di dollari per il 2024 e gli stanziamenti minimi per la difesa e gli armamenti di ogni Paese membro. La questione aveva già avvelenato il vertice NATO del 2018, ma rischia di farsi ancor più divisiva. Anche perché il presidente USA ha pensato bene di rilanciare sostenendo che «il 2% non basta e bisognerebbe salire al meno al 4». In realtà negli ultimi tempi quasi tutti i membri dell’Alleanza hanno aumentato i loro bilanci militari. Ma molti restano ancora lontani dall’obiettivo del 2%.

Il secondo nodo riguarda invece i rapporti con Ankara, che preme in funzione anti-curda. «Non abbiamo la stessa definizione di terrorismo», ha puntualizzato il presidente francese Macron riferendosi alla Turchia. Quel che è peggio è che Mosca si è fatta avanti offrendo l’opportunità di attrarre a sé Ankara, facendo sì che un Paese dell’Alleanza non si limiti solo a flirtare con un Paese come la Russia che la NATO ritiene minaccioso, ma giochi anche la «carta russa» nei confronti degli alleati ( con il paventato veto turco al rafforzamento sul Baltico se la NATO non riconoscerà la «natura terroristica» delle milizie curdo-siriane).

Se Trump (che con Macron ha avuto al vertice di Watford un vero battibecco) si mostra per riconoscenza compiacente verso Ankara per lo spazio aereo fornito per l’uccisione di Al Baghdadi, Macron punta invece il dito verso Ankara, dopo aver definito la NATO in uno «stato di morte cerebrale» soprattutto per non mettere in campo adeguate strategie contro il presidente Turco Erdogan. È chiaro che se la parola della Francia può avere ancor un certo peso all’interno dll’Alleanza atlantica è perché Parigi può contare su uno dei rari eserciti europei, impegnato in combattimenti e dunque pronto a pagare «il prezzo del sangue», per stare alla formula utilizzata da Macron. È altrettanto chiaro che la rivitalizzazione della NATO passerebbe in teoria per un avanzamento decisivo del ruolo dell’UE nella difesa comune. E questo non solo per rendere più evidente agli Stati Uniti il peso politico e militare dell’alleato europeo, ma anche per evitare che la maggiore responsabilità europea finisca col sancire la centralità esclusiva di un direttorio franco-tedesco. Ma la vera novità del vertice NATO è costituita dall’indicazione da parte del segretario generale Jens Stoltenberg di fare oggetto di attenzione la Cina. Secondo Stoltenberg l’ascesa di Pechino, che ha il secondo budget al mondo per la difesa, ha implicazioni in tema di sicurezza per tutti gli alleati NATO. Pechino non un avversario, ma una nuova sfida di rilievo.

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