IL COMMENTO Gerardo Morina

Un dovere morale ricordare l’11 settembre

Il commento di Gerardo Morina

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A vent’anni dall’11 settembre 2001 il fatto più concreto è che il serpente si è morso la coda e i talebani,insieme ad Al Qaida, il cui mezzo di espressione rimangono gli attentati, sono tornati al potere in Afghanistan. Pur considerando gli sbagli ( nel dettaglio : militari e di intelligence, di coordinamento, di pianificazione e infine di comunicazione) nonché le disattenzioni di quattro presidenti che si sono succeduti ( due repubblicani e due democratici) ,sarebbe però troppo sommario sostenere che si è trattato di vent’anni sprecati. E soprattutto sarebbe blasfemo non commemorare, con il giusto cordoglio e con il dovere morale di non dimenticare, un tragico evento che fece da spartiacque non solo per gli Stati Uniti ma per il mondo intero.

Per farlo, occorre prima di tutto (ri)definire che cosa furono esattamente gli eventi legati a quella data. Gli improvvisi attentati che ebbero come “spettacolari” teatri (l’intento coreografico di morte fu uno degli elementi essenziali sui quali giocarono i terroristi) le Torri Gemelle a New York e il Pentagono a Washington in cui, non dimentichiamolo, morirono 3000 persone, inflissero all’America una ferita mai rimarginata. Mai un nemico venuto dall’esterno, se non durante la Seconda Guerra Mondiale a Pearl Harbour, aveva recato tanto danno e lutto su suolo americano. Fu insomma una tragedia che rimase scolpita nelle tavole della Storia come ciascun nome delle vittime è oggi inciso sui pannelli di bronzo che fiancheggiano le vasche riflettenti (“Reflecting Absence”) all’interno del monumento commemorativo ufficiale che ha sede a Ground Zero.

Ciò che colpì particolarmente gli Stati Uniti ( e il mondo) fu che il Paese si trovò a cambiare di 360 gradi la sua modalità di esistenza: da democrazia innata e congenita a democrazia violata. Qualcuno sogghignò che “gli imperialisti” se l’erano cercata; altri combinarono cattiveria e stupidità insinuando che fosse addirittura un complotto della CIA.

In realtà, fatto sorprendente se paragonato con la situazione di oggi, mai come allora l’America si sentì unita sotto le ali del suo presidente, George W.Bush, che cavalcò da buon texano il “momento unipolare” che attraversava il Paese. Fu lo stesso Bush a imporre l’aut aut, chiedendo che il mondo si dividesse pro o contro l’America. La NATO sostenne che gli attentati equivalevano ad un attacco a tutti i suoi Paesi membri; il presidente russo Vladimir Putin assicurò la sua piena collaborazione militare; l’allora Consigliera di Stato Condoleezza Rice definì quel momento come la vera fine della Guerra fredda. La facilità con cui operarono le forze di coalizione a guida americana sembrò dimostrare l’efficacia dei conflitti “light”, tanto che 63 giorni dopo l’11 settembre, Kabul cadde. Da allora si realizzarono concreti risultati e le operazioni anti-terrorismo migliorarono, al punto che gli Stati Uniti riuscirono a distanza di anni a catturare e uccidere sia Osama Bin Laden , capo di Al Qaida, che il presidente iracheno Saddam Hussein.

Ma vent’anni, in un Paese come gli Stati Uniti dai veloci mutamenti, hanno prodotto un’usura controproducente. Criteri come guerra preventiva, “nation building”, esportazione della democrazia cominciarono a diventare obsoleti. Dopo l’11 settembre l’America è stata trasformata e provata da una serie di nuove sfide. Gli attacchi dell’11/9 furono ben presto un regalo per gli smerciatori di xenofobia, “suprematismo” bianco e nazionalismo cristiano . Con la presidenza Trump la retorica del Partito repubblicano ha cambiato volto. Anche il democratico Joe Biden ha ricalcato in parte le orme del suo predecessore, ribadendo che non è più intenzione dell’America considerarsi poliziotta del mondo. In quanto all’Afghanistan, forse l’unico nella Storia che riuscì mai a capire questo Paese fu Alessandro Magno che, dopo aver conquistato la Persia, nel 325 avanti Cristo scrutò l’Afghanistan dalle cime delle sue montagne, decidendo solo di transitarvi dopo aver pagato ai locali un regolare pedaggio.

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