LA DOMENICA - L’EDITORIALE Paride Pelli

Una battaglia da combattere su scala globale

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«L’Africa non vaccinata diventerà un incubatore di varianti e presto o tardi presenterà il conto all’Europa e al mondo intero». Parole dello svizzero Jacques Dubochet, premio Nobel per la chimica nel 2017, che domani sarà a Lugano per una conferenza all’USI. La distribuzione e la somministrazione «a geometria variabile» dei vaccini contro la COVID-19 rimane dunque, anche a parere di Dubochet, di stretta attualità, soprattutto in seguito allo sviluppo di varianti del virus, come il recente caso della Delta che dall’India, dove è stata rilevata per la prima volta, ha raggiunto gli Stati Uniti, poi l’Inghilterra e infine tutta l’Europa, diffondendosi con velocità superiore alle precedenti, aumentando il numero di ricoverati e di morti e facendo ripiombare tutti nello sconforto. E già si parla di una nuova mutazione, denominata «Mu» o «colombiana», per via della sua origine. L’OMS la definisce «potenzialmente resistente ai vaccini». Auguriamoci che sia solo una responsabile allerta destinata a passare senza troppi danni. Ad ogni modo, uno dei maggiori effetti della pandemia è stato quello di rendere chiarissime le dinamiche della società globalizzata: ci ritroviamo tutti, ad ogni latitudine, in una situazione critica che non può più essere vissuta nella sola dimensione locale, ma va gestita e governata con una strategia di fatto intercontinentale.

Certo, meritano risposte tempestive da parte della ricerca scientifica le domande chiave sulla velocità di contagio delle recentissime varianti, sulla loro abilità nello scavalcare l’immunità prodotta dai vaccini e sulla loro capacità di provocare decorsi più gravi. Ma nel bel mezzo di una crisi che è, appunto, senza confini (e che vede non poche nazioni richiudersi sempre più in sé stesse, con frange di popolazione che guardano ai vaccini con timore o sospetto) non si può non soppesare con preoccupazione il terribile dato che vede l’Africa – 1,3 miliardi di abitanti – immunizzata appena al 3%, con un tasso di positività che galoppa giorno dopo giorno.

Pensare che ci sia di mezzo il Mediterraneo a difenderci da tale situazione potenzialmente esplosiva è davvero un’ingenuità. Si stima che il continente africano necessiti di 1,5 miliardi di dosi per vaccinare completamente il 60% della popolazione e raggiungere una soglia minima di immunità di gregge.

Sarebbero numeri da capogiro se non ci trovassimo invece in una situazione ancora più paradossale, con i ricchi Paesi occidentali che conservano nei magazzini dosi per immunizzare fino a dieci volte i loro cittadini. Ed è già accaduto che interi lotti siano arrivati a scadenza e che perciò siano stati distrutti. Accadimenti francamente inqualificabili. Per tacere di quelle 100 milioni di dosi ancora inutilizzate che portano sulla confezione la data di scadenza del 31 dicembre 2021. Di queste, il 40% si trova in Europa.

L’Africa ha il problema opposto: la sua copertura è appunto bassissima per reale scarsità di vaccini. Non è chiaramente solo un problema di logistica, di razionalizzazione della produzione e dei trasporti: anche la politica ha il suo ruolo. Tanto che nei giorni scorsi il presidente americano Joe Biden - nel corso del vertice virtuale focalizzato sulla fine della pandemia a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite - si è impegnato a donare 500 milioni di dosi ai Paesi in via di sviluppo, con l’obiettivo di raggiungere su scala mondiale un tasso di vaccinazione del 70%. Il tempo ci dirà se alle parole seguiranno i fatti e se le buone intenzioni verranno premiate. Ma la visione di Biden è senza dubbio lungimirante: non si risolve un problema globale con soluzioni esclusivamente locali.

L’Africa non vaccinata potrebbe presto presentare il conto all’Europa e al mondo intero.

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