Apollo 13: un fallimento di successo

Il decodificatore

Il 17 aprile del 1970 si concludeva la missione lunare che per un niente non era costata la vita agli astronauti Lovell, Swigert e Haise

Apollo 13: un fallimento di successo
Gli astronauti Fred Haise, Jim Lovell e Jack Swigert (da sinistra) scendono sul ponte di volo della portaerei USS Iwo Jima dopo essere stati recuperati da un elicottero nelle acque dell’Oceano Pacifico. © NASA

Apollo 13: un fallimento di successo

Gli astronauti Fred Haise, Jim Lovell e Jack Swigert (da sinistra) scendono sul ponte di volo della portaerei USS Iwo Jima dopo essere stati recuperati da un elicottero nelle acque dell’Oceano Pacifico. © NASA

È il 17 aprile del 1970 e il mondo tira un grande sospiro di sollievo quando scoccano le 18.07 e 41 secondi UTC. È l’ora del tempo coordinato universale, quella del meridiano di Greenwich, a partire dal quale si calcolano tutti i fusi orari del mondo.

Con la riuscita dell’ammaraggio nell’Oceano Pacifico della capsula della missione Apollo 13 viene messa la parola fine a un fallimento che passerà agli annali come un grande successo. L’equipaggio composto da Jim Lovell (il comandante), Jack Swigert e Fred Haise, la cui destinazione era il suolo della Luna, è finalmente salvo dopo aver sfiorato la morte.

L’inizio dell’odissea
Per uno scherzo del destino la capsula di Apollo 13, tecnicamente il modulo di comando, porta il nome di Odyssey (history.nasa.gov). La missione di Lovell, Swigert e Haise è una vera e propria odissea che per un soffio non gli costa la vita. Il decollo da Cape Canaveral avviene il 10 aprile e quando con i compagni d’avventura è ormai a 321’860 chilometri dalla Terra, Swigert pronuncia la frase «Okay, Houston, abbiamo avuto un problema».

Il modulo di servizio di Apollo 13 con i danni subìti a causa dell’esplosione di un serbatoio di ossigeno. (Foto NASA)
Il modulo di servizio di Apollo 13 con i danni subìti a causa dell’esplosione di un serbatoio di ossigeno. (Foto NASA)

Il guasto al serbatoio
Sul modulo di servizio – a cui sono agganciati quello di comando e il «garage» del LEM, utilizzato per sbarcare sulla Luna – è appena esploso un serbatoio di ossigeno. La vita degli astronauti è in pericolo, da quel momento l’obiettivo non è più la superficie del nostro satellite ma riportare a casa sani e salvi Lovell, Swigert e Haise, impresa che nessuno aveva messo in conto.

Tutti messi a dura prova
Il valore medio della distanza fra il nostro pianeta e la Luna è di 384’403 km, non c’è nessuna marcia indietro da innestare sui due piedi. A quel punto non resta che far proseguire gli uomini di Apollo 13 verso l’orbita lunare, per ottenere l’effetto fionda che è assolutamente indispensabile per invertire la rotta e soprattutto acquisire la velocità necessaria per raggiungere la Terra.

Fra riparazioni d’emergenza, ossigeno che scarseggia sempre di più così come l’energia elettrica utilizzata per far funzionare le apparecchiature di bordo, Jim Lovell, Jack Swigert e Fred Haise sono messi a dura prova. Così come chi li segue dalla Terra, a iniziare dai tecnici che si fanno in quattro senza sosta per trovare una soluzione agli innumerevoli problemi che si presentano a getto continuo.

Un record ancora imbattuto
Alla fine tutto si risolve, gli astronauti se la cavano. Lovell e Haise non sbarcheranno mai sul nostro satellite come era inizialmente previsto ma con Swigert firmano un record a tutt’oggi imbattuto. Circumnavigando la Luna si ritrovano a 400’171 chilometri da casa, distanza dalla Terra che fino ad allora nessun essere umano aveva mai raggiunto.

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