Il sultano di Ankara che ama le tensioni

Il decodificatore

Il presidente turco Erdogan fa la voce grossa in campo internazionale ma il suo principale obiettivo è sempre il mantenimento dei consensi sul fronte interno – A spiegarci il personaggio è Francesco Mazzucotelli, esperto di Turchia dell’Università di Pavia

Il sultano di Ankara che ama le tensioni
Erdogan ritratto a destra su un manifesto elettorale esposto lungo una via di Istanbul. © EPA/SEDAT SUNA

Il sultano di Ankara che ama le tensioni

Erdogan ritratto a destra su un manifesto elettorale esposto lungo una via di Istanbul. © EPA/SEDAT SUNA

Sul palcoscenico dell’attuale crisi del Nagorno-Karabakh è salita pure la Turchia. O meglio, vi sta recitando un ruolo anche il suo presidente Recep Tayyip Erdogan. Ma chi è il sultano di Ankara, come è soprannominato Erdogan forse più dai detrattori che non dai sostenitori? Qual è lo spirito che lo muove e ne anima l’azione politica? A spiegarcelo è Francesco Mazzucotelli, professore all’Università di Pavia e specialista di Turchia e Medio Oriente.

Così è l’uomo
«Prima di tutto faccio una considerazione su Erdogan come uomo, prima ancora che politico. È una persona che ama le polarizzazioni, le situazioni di tensione. Ne trae giovamento e fors’anche godimento. Le polarizzazioni gli permettono di trovare e alimentare consensi sul piano elettorale e dunque fra la sua gente, il suo popolo. Da qui scaturisce tutta la retorica di Erdogan, quel suo fare la voce grossa anche sulle questioni internazionali. Ma con un unico scopo, quello appunto di rivolgersi soprattutto all’opinione pubblica interna», annota Francesco Mazzucotelli.

La «sindrome di Sèvres»
«La Turchia ancora al giorno d’oggi soffre della cosiddetta “sindrome di Sèvres”, come la definiscono molti studiosi. Prende il nome dal trattato firmato nel 1920 nell’omonima città francese e che aveva decretato lo smembramento dell’impero ottomano. Era fra gli sconfitti della Prima guerra mondiale e in seguito a questo trattato aveva perso gran parte dei suoi territori, in particolare quelli del Medio Oriente ma anche greci. Inoltre, col trattato di Sèvres la Turchia era stata messa sotto tutela da grandi potenze quali Gran Bretagna e Francia. Si tratta di un nervo ancora oggi scoperto e che porta a una sorta di paranoia dell’accerchiamento, grazie al quale Erdogan, puntando su sentimenti anti-occidentali e religiosi, alimenta la sua retorica e la sua azione politica, appunto pensando più al mantenimento del consenso interno che non a quello sul piano internazionale», spiega ancora Mazzucotelli.

Fuori dai grandi giochi
«Ciò non toglie che a Erdogan non dispiacerebbe affatto poter contare di più sul piano regionale, quello del Medio Oriente, dei Balcani o appunto sul teatro della crisi del Nagorno-Karabakh, fra Azerbaigian e Armenia e senza scordare il Caucaso e l’Asia centrale. È però vero che alla prova dei fatti la Turchia, sotto la sua guida, si è vista tagliare fuori dai grandi giochi, come le alleanze e gli accordi commerciali che si stanno stringendo in questi ultimi mesi. A iniziare, per esempio, da quello fra Israele e gli Emirati Arabi Uniti, sottoscritto sotto l’egida degli USA. Pur facendo sentire la sua voce anche sulle questioni internazionali, Erdogan bada in ogni caso al fronte interno, tanto più che la Turchia da un po’ sta vivendo una seria crisi economica».

Fra laicismo e religione
Quali sono le differenze fra lo Stato laico voluto da Mustafa Kemal Atatürk, il padre della Turchia moderna, e quello sempre più islamizzato a cui ha dato vita Erdogan? «Sono più sfumate rispetto a quanto si potrebbe credere a prima vista. La religione musulmana è sempre stata ed è tuttora una parte integrante del popolo turco, a livello di società e di individui. Il laicismo voluto da Atatürk non negava la possibilità di esprimere la propria religiosità sul piano personale, ma era inteso nell’impedire che le moschee diventassero focolai di ribellione contro lo Stato da lui creato e in definitiva il potere dello stesso Mustafa Kemal. Erdogan, per alimentare e consolidare il consenso nei suoi confronti ha invece dato sia voce sia potere politico alla componente religiosa. Certo, sono due diversi modi di fare, di concepire il ruolo della religione. La stessa, però, in Turchia ha sempre goduto di considerazione e anche rispetto».

Il sultano è nudo?
Quanto è solido il potere di Recep Tayyip Erdogan? Il sultano è forse nudo, visto che fa la voce grossa ma i suoi orizzonti politici, alla prova dei fatti, sono giocoforza circoscritti alla madrepatria? «Fra la crisi economica e altri fattori che il popolo turco ha toccato con mano, i consensi nei confronti di Erdogan vanno scemando sempre di più. Ma c’è anche un altro, serio problema per Erdogan: negli anni ha allontanato consiglieri e ministri di buon calibro che secondo lui avrebbero potuto fargli ombra, mentre sul lungo periodo avrebbero potuto dargli un valido aiuto. Ecco dunque che adesso si trova circondato da cortigiani che lo assecondano in tutto e per tutto, acriticamente. Per Erdogan e le sue ambizioni è sicuramente tutto fuorché un bene, come peraltro dimostrano le vicende di quei sultani ottomani che dopo aver goduto a lungo della gloria non hanno fatto una gran bella fine».

Da giovane finì nel mirino del Fenerbahçe

Le origini
Recep Tayyip Erdogan è nato il 26 febbraio del 1954 a Istanbul, nel quartiere popolare di Kasimpasa. Di famiglia musulmana osservante, da ragazzino per sostenersi vendeva limonata e focacce di sesamo nei quartieri più poveri della metropoli.

La carriera politica
Dal 1994 al ’98 è stato sindaco di Istanbul e ha ricoperto la carica di primo ministro turco fra il 2003 e il 2014, dopo aver fondato nel 2001 il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP). È il dodicesimo presidente nella storia della Turchia e in tale veste è in carica dal 28 agosto 2014.

Guai con la giustizia

Ha anche passato guai giudiziari. Da sindaco di Istanbul – carica alla quale era arrivato quale candidato del Partito del Benessere, di stampo islamista – era stato sollevato dall’incarico e incarcerato per quattro mesi perché accusato di incitamento all’odio religioso.

Curiosità
Da giovane è stato un buon calciatore, tanto da sollevare l’interesse degli osservatori del Fenerbahçe, celebre club stambuliota.

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