La tragedia di Lamu, arsa viva dal marito

Il decodificatore

In Cina le violenze domestiche non vengono denunciate perché vengono trattate come una questione privata – Ne parla Sabrina Ardizzoni, professoressa di Lingua e cultura cinese a Bologna

La tragedia di Lamu, arsa viva dal marito
© Archivio CdT

La tragedia di Lamu, arsa viva dal marito

© Archivio CdT

La Cina nelle scorse settimane è stata scossa dalla tragica morte di Lamu, giovane donna degli Aba, un’etnia di minoranza tibetana. Abitava in un villaggio situato nella provincia sud-occidentale del Sichuan, al confine con il Tibet. Lamu era una semplice contadina di trent’anni che tramite Douyin, il Tik Tok cinese, mostrava ai follower la sua vita di tutti i giorni, fra raccolta di verdure ed erbe di montagna, preparazione dei pasti sul fuoco, danze in abiti tradizionali.

Lamu aveva un marito violento, padre dei suoi due figli e che aveva sposato una seconda volta, dopo un divorzio che lei aveva chiesto appunto per le violenze subìte per mano del coniuge. Lo scorso 14 settembre, mentre Lamu era in diretta su Douyin, il marito l’ha aggredita per l’ennesima, fatale volta. Infatti, l’ha cosparsa di benzina e bruciata viva davanti agli occhi di migliaia di fans. Lamu è poi deceduta in ospedale il 30 settembre e la sua morte è diventata un caso che ha portato migliaia di cinesi a chiedersi se il marito verrà mai punito dalla giustizia per il suo gesto, un assassinio di inaudita brutalità.

La sfortunata Lamu: il 14 settembre, mentre era in diretta su Douyin, il Tik Tok cinese, il marito l’ha cosparsa di benzina e bruciata viva davanti agli occhi di migliaia di fans. ©Web
La sfortunata Lamu: il 14 settembre, mentre era in diretta su Douyin, il Tik Tok cinese, il marito l’ha cosparsa di benzina e bruciata viva davanti agli occhi di migliaia di fans. ©Web

Un problema esteso
A spiegarci come stanno le cose in Cina a proposito della violenza domestica è Sabrina Ardizzoni che insegna Lingua e cultura cinese all’Università di Bologna. La professoressa Ardizzoni – che da anni in Italia opera anche come mediatrice linguistica culturale per scuole, enti locali e organizzazioni non governative – per i suoi studi frequenta regolarmente la Cina dal 1992.

«In Cina esiste una legge che punisce la violenza domestica: è stata approvata dall’Assemblea del Popolo il 17 dicembre del 2005 ed è entrata effettivamente in vigore il 1. marzo del 2016. Secondo dati pubblicati l’anno scorso da Xinhua, agenzia di stampa ufficiale di Pechino, il 30% delle donne cinesi sposate subisce violenza. Si sospetta però che solo il 10% delle vittime proceda con una denuncia, che può essere presentata dalle vittime stesse oppure dai loro rappresentanti legali o dai parenti stretti ma non da un’amica oppure un vicino di casa», spiega innanzitutto Sabrina Ardizzoni.

Il triplice laccio
«Come già diceva nel 1919 Mao Zedong, padre della Repubblica popolare cinese, la donna in Cina è imbrigliata in un triplice laccio che è formato da famiglia, società e credenze religiose, cosa che vale ancora oggi, soprattutto nelle campagne», prosegue la professoressa Ardizzoni che precisa: «Per la famiglia non è ammissibile che una donna non si sposi e men che meno si ribelli al marito, se è il caso. La società non offre invece rifugio e sostegno alle vittime di violenze domestiche, appunto perché una loro ribellione non è concepibile, mentre in base alle credenze religiose la donna è pur sempre un scalino più in basso rispetto all’uomo. È vero che in tempi più moderni in Cina è nata e si è sviluppata un’élite femminile capace di farsi valere , ma resta il fatto che la popolazione rurale, con tutti i suoi lacci e lacciuoli, costituisce la maggioranza del popolo, il 59,58% stando alle statistiche del 2018. In questa percentuale, occorre precisare, vengono incluse anche aree rurali considerate ormai urbanizzate ma che restano comunque legate alla dimensione socio-abitativa del villaggio».

La legge del villaggio
«Se una donna subisce violenza e manifesta la volontà di lasciare il marito, come ho già detto, ben difficilmente si rivolge alla giustizia ordinaria. Infatti, vale quasi esclusivamente la legge del villaggio: le controversie vengono risolte tra i famigliari della coppia o al più rivolgendosi a persone autorevoli, ossia all’interno del sistema etico della società. Se non si trova una conciliazione, spesso la donna vittima o magari il marito violento vengono indotti a emigrare verso le città. Per salvare la faccia e i valori a cui deve sottostare la famiglia, il trasferimento viene poi motivato con l’esigenza di guadagnare qualcosa in più con un nuovo lavoro, che per un contadino ben difficilmente sarà qualificato. In ogni caso si tratta di una separazione fisica e non legale».

Sempre svantaggiate
«Da un lato prima di tutto si tenta di far tornare insieme moglie e marito, come era stato il caso con Lamu e colui che l’ha infine uccisa dandole fuoco. Dall’altro, se proprio non si riesce, la separazione non fa che svantaggiare ulteriormente la donna, appunto perché la società prima di tutto non ammette che non si sposi e soprattutto ritiene riprovevole che abbandoni il marito, anche se è vittima di violenze domestiche. Di conseguenza, le donne risultano sempre svantaggiate in una società che va a mille, diverse velocità come quella cinese. Ed è un problema anche nelle città, dove le donne che per scelta non vogliono sposarsi vengono pure viste male. Tanto da essere chiamate, una volta che hanno raggiunto la trentina, shengnü, ossia donne d’avanzo. E quindi ormai inutili e non degne di considerazione».

Nel nostro Paese uccisa una donna ogni 4 settimane

Reati aumentati del 6,2%
In Svizzera (www.bfs.admin.ch, portale dell’Ufficio federale di statistica) nel 2019 sono stati registrati 19’669 reati di violenza domestica (18’522 nel 2018), pari a un aumento del 6,2% rispetto all’anno precedente (+1’147 reati). Vie di fatto (32%), minacce (22%), ingiurie (19%) e lesioni semplici (10%) costituiscono l’84% di tutti i reati che sono stati registrati dalla polizia (82% nel 2018) .

Donne principali vittime
La metà dei reati registrati dalla polizia nel 2019 è stata commessa nell’ambito di relazioni di coppia in corso e il 28% all’interno di relazioni di ex coppie. La percentuale delle donne che sono state vittime in relazioni di coppia e di ex coppie è rispettivamente del 76% e 79%.

Due terzi degli omicidi totali
Nel 2019 la polizia ha registrato 29 omicidi che sono avvenuti nella sfera domestica, valore che corrisponde a quasi i due terzi di tutti gli omicidi consumati in Svizzera (46 in totale). Risulta che 15 dei 29 omicidi sono stati commessi all’interno di relazioni di coppia; sono state uccise 14 donne e un uomo. Ciò significa che all’incirca ogni quattro settimane una donna è stata uccisa nel contesto di una relazione di coppia.

©CdT.ch - Riproduzione riservata

In questo articolo:

Ultime notizie: CorrierePiu
  • 1
  • 1