Serbia e Kosovo bloccati a un passo dalla svolta

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Nei giorni scorsi avrebbe dovuto tenersi un colloquio fra le parti a Washington, ma tutto è saltato in un attimo

Serbia e Kosovo bloccati a un passo dalla svolta
I due presidenti Aleksandar Vučić e Hashim Thaçi nel 2018 all’Alpbach European Forum. © European Forum Alpbach/Andrei Pungovschi

Serbia e Kosovo bloccati a un passo dalla svolta

I due presidenti Aleksandar Vučić e Hashim Thaçi nel 2018 all’Alpbach European Forum. © European Forum Alpbach/Andrei Pungovschi

Tristemente accomunati da una guerra terminata ormai più di vent’anni fa, cui è seguita l’indipendenza autoproclamata dell’ex provincia nel 2008, per Serbia e Kosovo la ricerca di un dialogo - iniziato nel 2013 - è un percorso ancora tortuoso.

Mediatori sovranazionali

Gli sforzi propositivi, su iniziativa di entrambi i Governi, non sono mancati, anche se spesso indotti da potenze esterne come l’UE e gli USA. Entrambe hanno incaricato un inviato speciale per appianare i rapporti nella regione: lo slovacco Miroslav Lajčák per Bruxelles, ex capo della diplomazia di un Paese che non ha riconosciuto l’indipendenza kosovara, e Richard Grenell, fortemente voluto dal presidente Donald Trump. Da Bruxelles e Washington dipendono due aspetti cruciali: da una parte il miglioramento della loro immagine all’estero, dall’altra gli accordi internazionali che li concernono, per esempio le candidature a membri dell’UE o le intese sulla libera circolazione dei propri cittadini.

L’accusa e lo stop al dialogo

Il 27 giugno gli incontri sarebbero dovuti ripartire alla Casa Bianca dopo uno stop al dialogo iniziato alla fine del 2018, quando Pristina ha imposto dazi alla Serbia. La ripresa dei colloqui salta dopo la notizia della richiesta di rinvio a giudizio del presidente kosovaro Hashim Thaçi, per crimini di guerra e contro l’umanità, arrivata da parte del procuratore del Tribunale speciale dell’Aja il 24. Il leader carismatico, prima di diventare presidente, è stato infatti uno dei capi dell’Esercito di liberazione del Kosovo, noto con la sigla UÇK: un’organizzazione indagata a più riprese per essersi sporcata le mani col sangue delle minoranze serba e rom ma anche con quello di cittadini kosovari di etnia albanese sospettati di collaborare con i serbi. Un centinaio le vittime imputate a Thaçi.

Tempismo perfetto

A saltare all’occhio è però la tempistica con cui è arrivata l’accusa da parte della Corte internazionale riguardante fatti documentati già da un decennio. Un’inchiesta coordinata dallo svizzero Dick Marty per conto del Consiglio d’Europa e svoltasi tra il 2008 e il 2010 aveva già allora identificato in Thaçi la testa pensante di una rete di traffico internazionale di armi. La richiesta di rinvio a giudizio è però giunta tre giorni prima dell’appuntamento alla Casa Bianca e tre giorni dopo le elezioni serbe (segnate dall’astensione dell’opposizione) in cui il partito del presidente Aleksandar Vučić ha ottenuto oltre 180 seggi in Parlamento su 250, e ora può agire indisturbato anche ad una modifica costituzionale.

Le prospettive

Se l’incontro di Washington non fosse saltato, la via per il dialogo si sarebbe probabilmente basata su uno scambio di territori tra Serbia e Kosovo e quindi su una ridefinizione delle frontiere. Una soluzione, quest’ultima, appoggiata dagli USA ma invisa all’Unione europea. La mossa accontenterebbe parte di ambedue gli elettorati in nome di un disegno «più giusto» dei confini, a rischio però di vanificare il lavoro di conciliazione svolto finora.

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