«A Lugano, tra i nostri tesori del Rinascimento»

Storia dell’arte

Un minuzioso e inedito studio di Lara Calderari contribuisce a chiarire un capitolo di storia artistica della Svizzera italiana ancora poco apprezzato nella sua completezza e complessità

«A Lugano, tra i nostri tesori del Rinascimento»
Bernardino Luini, Storie della Passione di Gesù, particolare con il Compianto sl Cristo morto, 1529, Lugano, chiesa di Santa Maria degli Angeli, tramezzo. ©Ginevra Agliardi, Grancia

«A Lugano, tra i nostri tesori del Rinascimento»

Bernardino Luini, Storie della Passione di Gesù, particolare con il Compianto sl Cristo morto, 1529, Lugano, chiesa di Santa Maria degli Angeli, tramezzo. ©Ginevra Agliardi, Grancia

Monumentale, accurato, ricchissimo: «Il Rinascimento a Lugano. Arte e architettura», poderoso esito di un minuzioso e inedito studio di Lara Calderari dedicato ai cantieri rinascimentali più importanti della città di Lugano, contribuisce a chiarire un capitolo di storia artistica della Svizzera italiana ancora poco apprezzato nella sua completezza e complessità e rimarrà un imprescindibile punto fermo per qualsiasi indagine sulla storia dell’arte tra Quattrocento e Cinquecento nel nostro territorio. Ne abbiamo parlato con l’autrice.

Lara Calderari, il suo straordinario lavoro va a colmare una profonda lacuna storiografica su un periodo tra i più interessanti ma meno frequentati dagli studiosi del nostro passato: come mai ai decenni cruciali tra la seconda metà del Quattrocento e la metà del Cinquecento a Lugano e dintorni è stata finora dedicata così poca attenzione?

«Dopo le prime attenzioni da parte di alcuni studiosi di lingua tedesca tra la fine dell’Otto e i primi decenni del Novecento (tra questi si ricordano principalmente Jacob Burckhardt, Johann Rudolf Rahn, Alfred Gotthold Meyer e Wilhelm Suida), solo negli anni ’90 del secolo scorso grazie alla collana promossa dalla Cariplo dedicata ai centri della pittura lombarda si è risvegliata una certa attenzione per il nostro territorio, interesse non solo circoscritto al periodo rinascimentale. Faccio in particolare riferimento al volume Pittura a Como e nel Cantone Ticino dal Mille al Settecento del 1994, che ha avuto il merito di riordinare e selezionare tanta letteratura sparsa e frammentaria relativa al nostro cantone. Un’altra ragione per la quale non si è sviluppata una forte tradizione di studi sul Rinascimento nelle terre ticinesi è purtroppo dovuta al fatto che molto del nostro patrimonio è andato perduto tra incuria e demolizioni che, a Lugano, si registrano già a partire dai primi dell’Ottocento. Occorre tuttavia ricordare che in tempi relativamente recenti, quando comunque questa ricerca era già in corso, si sono avute da noi tre importanti mostre sul periodo alle quali ho avuto la fortuna di collaborare. Due alla Pinacoteca Züst di Rancate, dedicate proprio al Rinascimento nelle terre ticinesi (nel 2010 e nel 2018) e una all’allora Museo cantonale d’arte di Lugano dedicata a Bramantino (2014), una delle figure più enigmatiche e affascinanti della pittura lombarda del periodo di cui conserviamo, nel santuario della Madonna del Sasso a Orselina, uno dei capolavori della maturità: vale a dire la Fuga in Egitto».

La sua ricerca ha il merito di coniugare l’accuratezza scientifica con uno stile divulgativo accessibile a tutti: come è riuscita a mettere in sintonia l’enorme mole delle fonti utilizzate con una narrazione comunque accattivante?

«Se per fonti intendiamo quelle documentarie inedite o parzialmente inedite come possono essere documenti notarili, cronache, visite pastorali, inventari etc., avendo a che fare con materiale molto disparato e non volendo appesantire eccessivamente il testo, ho cercato di utilizzarle a supporto delle ricostruzioni fornite e delle teorie elaborate lasciando in nota i vari riferimenti o in appendice le trascrizioni. Essendo inoltre, in generale, la letteratura di riferimento molto frammentaria ed episodica, spesso puntuale e senza ricostruzioni di un quadro complessivo del periodo, mi sono sforzata di fornire una visione a tutto campo del Rinascimento a Lugano ovviamente confrontandomi con l’intero territorio cantonale, ma non solo. In realtà, date le dinamiche artistiche dell’epoca, è stato fondamentale e obbligato anche il confronto con le esperienze figurative dei maggiori centri lombardi (Como, Milano, Pavia) ma anche di quelli più lontani (Venezia, Genova)».

Che cosa contraddistingue la storia dell’arte rinascimentale nelle terre ticinesi e quali sono i manufatti imprescindibili per capire la portata di questa rivoluzione nel circoscritto ambito luganese?

«Nel periodo considerato, dal punto di vista politico i territori dell’attuale Cantone Ticino passano dal dominio sforzesco a quello svizzero; a Lugano, ma anche a Locarno per esempio, con una breve fase francese nel primo decennio del Cinquecento. Si tratta di una svolta politica epocale, non priva di incertezze, ma che non ha modificato, almeno nell’immediato, quelli che erano i principali modelli di riferimento, che restano le grandi imprese lombarde dell’epoca legate alle cattedrali di Como e Milano e alla Certosa di Pavia e, ovviamente, agli artisti che vi gravitavano intorno. La maggior parte delle testimonianze nelle terre ticinesi è quindi contraddistinta dal principale riferimento all’arte lombarda; nel Sopraceneri troviamo invece anche alcune testimonianze dell’arte d’oltralpe, sia di recupero a seguito del movimento iconoclasta sia legato a commissioni specifiche. Per restare a Lugano, sono due le imprese che si impongono: la facciata dell’allora chiesa plebana di San Lorenzo (realizzata a partire del 1517) e il tramezzo della chiesa di Santa Maria degli Angeli dipinto da Bernardino Luini nel 1529. Due emergenze figurative di alta qualità e grande ambizione, promosse rispettivamente dalle autorità del borgo e dai frati francescani osservanti, la cui importanza nel panorama storico artistico rinascimentale travalica i confini regionali e cantonali».

Lei è anche un’esperta di restauri: che cosa si può dire degli interventi succedutisi nel tempo sui capolavori rinascimentali giunti sino a noi?

«Negli ultimi anni sono stati molteplici gli edifici del periodo oggetto di restauro. Posso qui, per esempio, ricordare a Bellinzona gli interventi alla Collegiata (ultimati nel 1999) e alla chiesa di Santa Maria delle Grazie (devastata da un violento incendio il 31 dicembre 1996 e inaugurata nel 2006) e a Lugano alla cattedrale, la cui facciata rinascimentale è stata restaurata nel 2004 e i lavori all’interno si sono conclusi nel 2017, e al chiostro dell’ex convento di Santa Maria degli Angeli nel 2012. In generale occorre inoltre tenere conto che la maggior parte degli edifici religiosi, e quindi non solo quelli rinascimentali, sono stati oggetto nel corso del Novecento di almeno un intervento di restauro completo. Nella maggior parte dei casi si è trattato di interventi che, nell’ottica di restituire al monumento il suo aspetto originale (o, diremmo noi oggi, presunto tale), hanno sacrificato le stratificazioni più recenti, a partire dalle testimonianze Sei, Sette e Ottocentesche, o completato dove ritenuto lacunoso secondo un approccio al restauro allora in uso e condiviso dalla comunità scientifica. Questo per dire che quando oggi si restaura un edificio è inevitabile confrontarsi con i risultati, spesso irreversibili, degli interventi precedenti».

Dal suo lavoro emergono anche alcune sorprese e stimolanti percorsi di ricerca che si potranno, chissà, sviluppare in futuro: quanto rimane ancora da scoprire sul Rinascimento a Lugano e in Ticino?

«Nell’ottica di dare una visione a tutto campo del fenomeno rinascimentale mi sono occupata di molteplici questioni e testimonianze, riportandone alcune alla luce e rileggendone altre già note. È quindi chiaro che ho concentrato gli sforzi di approfondimento sulle opere luganesi ma credo di aver proposto anche interessanti spunti di lettura e interpretazione per altre testimonianze rinascimentali sparse sul territorio cantonale che possono costituire il punto di partenza di nuove e più mirate ricerche, anche di natura documentaria, a supporto di considerazioni formulate per il momento dal punto di vista stilistico. L’auspicio finale è che questo libro possa servire alla causa oltre che della conoscenza del nostro patrimonio anche della sua valorizzazione e conservazione nel tempo».

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