"A quarant'anni mi sento già un dinosauro"

L'intervista a Paloma Herrera - Il precoce addio alla danza di una grande prima ballerina

"A quarant'anni mi sento già un dinosauro"
(foto Maffi)

"A quarant'anni mi sento già un dinosauro"

(foto Maffi)

Ha appena celebrato il suo addio all'American Ballet Theatre di New York, con una memorabile Giselle, a fianco di Roberto Bolle, Paloma Herrera, una delle più grandi interpreti della danza classica e moderna. All'apice di una carriera che l'ha vista diventare la più giovane prima ballerina di una delle più famose compagnie di balletto al mondo, ha annunciato di volersi ritirare per sempre dalle scene a fine anno, appena prima del suo quarantesimo compleanno. La attendono ancora, nei prossimi mesi, un altro spettacolo di congedo a Buenos Aires e una tournée in America latina e poi il ritiro dalle scene, anche se non dalla scena internazionale, come ci ha spiegato nel corso dell'intervista che ci ha concesso. Paloma Herrera era infatti nelle scorse settimane in Ticino come «guest teacher» del Centro Danza RAD di Taverne.

Come mai proprio in Ticino, signora Herrera?

«Dopo un'analoga esperienza in Italia, sono stata invitata dalla direzione artistica a tenere qui, per una settimana, un corso intensivo, come si fa ovunque negli States: gli allievi hanno così modo di fare pratica con altri nomi del mondo della danza internazionale. Ho cominciato già da qualche anno, ma poiché insegnare richiede molta dedizione ed energia è avvenuto finora solo d'estate. L'esperienza è stata bellissima e può darsi che ritorni».

Quarant'anni sono troppi per una ballerina? Come mai ha deciso di smettere di ballare?

«Il 21 dicembre compirò quarant'anni e in effetti sono ancora giovane nel mio mondo. Il fatto è che ho alle spalle una lunga carriera. Ho iniziato all'età di sette anni, nel '91 sono entrata a far parte del corpo di ballo dell'American Ballet Theatre, nel 1993 sono diventata solista e, a diciannove anni, prima ballerina. Se mi avessero chiesto qual era il mio sogno più grande, non potrei averne realizzato uno migliore. Ho avuto molto, molto più di quello che speravo e sono talmente appagata da tutto quello che ho raggiunto che non vorrei per nessuna ragione al mondo trovarmi ad essere stanca, a non avere voglia di ballare. A volte succede quando i ballerini invecchiano. La danza è stata la passione della mia vita: voglio lasciarla con questa sensazione di appagamento, voglio concludere in bellezza».

Ha in mente altri progetti?

«Vivo a New York da moltissimo tempo, ma siccome la mia famiglia, gli amici e molti contatti sono rimasti in Argentina, mi sono sempre divisa in due, anzi in tre perché ho anche viaggiato ovunque. D'ora in avanti sarà diverso: farò base a Buenos Aires e viaggerò nell'altro senso, continuando a tenere dei corsi di danza».

Intende dire che aprirà una scuola?

«Questo è il mio grande progetto: aprire uno studio con annesso un museo a Buenos Aires, con tutti i miei premi, le fotografie, i costumi, perché nella mia lunga carriera ho accumulato un materiale che è bello condividere».

Più di quindici minuti di applausi, montagne di fiori sul palcoscenico, i baci, gli abbracci, gli omaggi dei nomi che fanno la storia della danza hanno accompagnato il suo lungo commiato sul palcoscenico di New York. Nessun ripensamento?

«Ho sempre pensato che lasciare il palcoscenico sarebbe stata la cosa più difficile al mondo, perché per me il teatro è stato tutta la mia vita. E invece si è rivelata la decisione più facile da prendere, quando ho sentito che era venuto il momento. Le ragioni sono molte. Tutta la generazione che è arrivata con me e con cui ho condiviso tanti anni se ne è andata. La vita è cambiata, il mondo è cambiato».

È più difficile oggi fare la ballerina, secondo lei?

«Il mondo non è né migliore né peggiore, ma io ho amato i miei tempi e voglio conservarli nel ricordo così come sono stati. Ho sentito di far parte dell'età dell'oro dell'American Ballet Theatre e voglio finire così. Con Natalia Makarova, Cynthia Gregory, Alessandra Ferri, Martine van Hamel e tante altre grandi stelle ho condiviso un grande momento nella storia del ballo: ora mi sento un dinosauro, per il mio modo di concepire la danza, nella passione e nel metodo di lavoro».

Cos'è cambiato nella danza, oggi, rispetto al passato?

«È tutto più veloce, ci sono troppe sollecitazioni, la tecnologia ci ha invaso, i telefoni squillano tutto il tempo. Oggi molti si dedicano alla danza per diventare qualcuno, io la penso alla vecchia maniera; ho sempre danzato perché la danza mi riempiva l'anima. A teatro si va per condividere una magia, non per occuparsi delle minuzie del momento. Non sono su Facebook, né su Twitter, non bazzico i social network e non voglio essere distratta da nient'altro. Sono una ragazza fuori moda. Per me il teatro è un terreno sacro, il mio spazio una bolla: sono lì per abbandonarmi al magico, a qualcosa che deve unire pubblico e interprete».

Lei ha ballato con alcuni tra i più grandi ballerini al mondo: nello spettacolo di addio, con Roberto Bolle. Come funziona tra due partner: ci vuole un'intesa particolare?

«Sì, non si tratta di un puro fatto tecnico, ma di emozioni da condividere, di un'intesa sul modo di lavorare. È stato bellissimo ballare nell'ultima mia performance con Roberto Bolle, ossia con uno che condivide il mio stesso punto di vista. Abbiamo la stessa disciplina, la stessa etica del lavoro, ci rechiamo a teatro molto prima dell'inizio delle prove, facciamo questo lavoro con completa dedizione. Ormai siamo la "vecchia" generazione!».

Basta il talento per fare di una ballerina la prima ballerina?

«Ci vuole talento, ma anche cervello. Bisogna avere la sensibilità di un'artista, ma anche i piedi per terra nel fare le scelte giuste. E ci vogliono anche molte altre cose: una famiglia che ti supporta, insegnanti che ti guidano, una grande forza e spirito di sacrificio».

* prima ballerina dell'American Ballet Theatre New York

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