Chiara Zocchetti: «Anche la decadenza ha una grande bellezza»

L’intervista

La fotografa ci parla del suo libro «Quel che resta – Immagini di un tempo che fu» in cui rende nota al pubblico la sua vocazione di «ritrattista della decadenza»

Chiara Zocchetti: «Anche la decadenza ha una grande bellezza»
«Sweet November» dal volume «Quel che resta – Immagini di un tempo che fu» di Chiara Zocchetti. (© Chiara Zocchetti)

Chiara Zocchetti: «Anche la decadenza ha una grande bellezza»

«Sweet November» dal volume «Quel che resta – Immagini di un tempo che fu» di Chiara Zocchetti. (© Chiara Zocchetti)

Chiara Zocchetti è l’autrice di buona parte delle fotografie che ogni giorno vedete sul nostro giornale. Accanto a questa sua attività di cronista, coltiva però un altro aspetto legato all’arte fotografica: da anni infatti gira il mondo «alla scoperta di luoghi e oggetti dimenticati, inaccessibili, consumati dal tempo» che, pur in decadenza, conservano un proprio fascino. Situazioni che Chiara ha ora raccolto in un ricco volume, Quel che resta – Immagini di un tempo che fu edito da Fontana. Ne abbiamo parlato con lei.

Da dove nasce questa curiosa passione per i luoghi abbandonati che ti ha trasformata in una sorta di ritrattista della decadenza?
«È un qualcosa che ho dentro sin da ragazzina, da quando dopo aver visto Shining di Stanley Kubrick è nata in me la passione per quel tipo di strutture come quella in cui era ambientato il film: vecchi alberghi ormai abbandonati in cui si continua a respirare lo spirito dei loro tempi d’oro. Con l’arrivo di internet, in concomitanza con i miei primi approcci con la fotografia, ho iniziato ad andare a cercare immagini di quei luoghi. Da lì il desiderio di visitarli, di scoprirne altri e, naturalmente, di fotografarli».

Chiara Zocchetti con la copertina del suo libro fotografico, edito da Fontana.
Chiara Zocchetti con la copertina del suo libro fotografico, edito da Fontana.

Cosa ti colpisce di questi luoghi?
«Il fatto che, pur caduti in rovina conservano sempre un qualcosa dei loro momenti più gloriosi: sia quelli che un tempo erano grandi alberghi di lusso, sia le abitazioni nobiliari abbandonate ma anche strutture magari più semplici, pur ridotti malissimo conservano infatti sempre degli elementi, dei particolari che ricordano il loro passato, che è bello catturare, fissare con il mio obiettivo. Anche la decadenza, infatti, ha una sua bellezza, un suo fascino che mi piace catturare, fissare in immagini».

Nel ritrarre questi luoghi c’è il tentativo di individuare come potevano essere prima dell’intervento implacabile del tempo, oppure la tua è semplicemente una sorta di contemplazione del loro stato attuale?
«Quando entro in questi posti cerco sempre di immaginare come potevano essere quando erano nuovi: è naturale e talvolta facile visto che in molti casi abbandonati sono rimasti inalterati, come se i loro abitanti fossero scappati frettolosamente lasciando a noi, che arriviamo decenni dopo, un’istantanea dei loro tempi. Altre volte questo tentativo di ricostruzione è un po’ più difficile. Però si tratta di percorsi esclusivamente mentali: nelle mie foto mi limito a ritrarre i luoghi come sono adesso e quello che nella loro condizione attuale mi ha colpito e che trovo bello e affascinante».

Nelle immagini del libro un grande spazio lo occupa l’azione che la natura compie nei luoghi abbandonati dall’uomo: un riappropriarsi di spazi che ritrai con un intento quasi filosofico...
«In questo aspetto trovo che si rifletta un po’ il mio spirito sostanzialmente fatalista, la mia idea che nulla è immutabile, tutto cambia. E che anche la grandezza umana, la sua gloria in poco tempo è in grado di appannarsi, impolverarsi, soccombere di fronte a cose apparentemente banali ma alla lunga più importanti di noi, come la natura che prima poi è in grado di riprendersi quegli spazi che le abbiamo sottratto».

Un’altra cosa che colpisce è che al di fuori del risvolto di copertina in cui parli brevemente dei Paesi in cui hai viaggiato per raccogliere il materiale fotografico, non dai mai un’indicazione esatta dei luoghi che hai scoperto e fotografato...
«È una questione di sensibilità e di privacy: anche se abbandonati o chiusi da molto tempo i luoghi che ho ritratto sono infatti quasi totalmente delle proprietà private, per cui dare delle indicazioni precise potrebbe favorire dei malintenzionati, visto che, come possibile osservare in molti scatti, al loro interno ci sono comunque spesso degli oggetti di un certo valore. Ma c’è anche il desiderio di mantenere attorno ad essi un alone di mistero e di conservare intatta la memoria che questi luoghi serbano».

Dei luoghi che sei riuscita a scovare e a fotografare, quale ti ha procurato maggior difficoltà e quale è quello di fronte al quale sei rimasta letteralmente a bocca aperta per l’emozione?
«Il luogo più complicato è stato Cuba, dove tutto è sottoposto a rigidi protocolli d’accesso: scattare le foto del teatro ritratto nel libro mi è costato una decina di giorni e un iter interminabile. Quello che mi ha incantato maggiormente è un altro teatro diroccato in un paesino del Nord Italia, dove è stato anzitutto arduo entrare in quanto estremamente pericolante (una pericolosità per altro con cui sono stata spesso confrontata per effettuare gli scatti, tra l’altro spesso amplificata dal fatto che soffro tremendamente di vertigini): un piccolo teatro all’italiana, simile al Sociale di Bellinzona, il cui stato di grave abbandono creava un insieme affascinante, quasi un’opera d’arte costruita appositamente per me».

E lo scatto che non sei riuscita a fare?
«Le rovine di un vecchio castello in Belgio, il Chateau de Noisy, caratterizzate da un ingresso a tinte blu, il mio colore preferito. Purtroppo la struttura è stata abbattuta prima che potessi fotografarla. Peccato, ma mi rifarò: questo libro è infatti solo il primo passo di quella che considero una appassionante avventura alla ricerca di testimonianza del passato, nella quale sono solo all’inizio».

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