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Cinque anni dalla morte del clown triste

Esattamente cinque anni fa, l’11 agosto del 2014, ci lasciava Robin William, attore dalla natura malinconica in grado di strappare un sorriso a chiunque - Ne riproponiamo un ricordo - GUARDA LE FOTO E I VIDEO

Cinque anni dalla morte del clown triste
Foto Shutterstock

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Cinque anni dalla morte del clown triste
Con la figlia Zelda. (Foto Shutterstock)

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Con la figlia Zelda. (Foto Shutterstock)

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Cinque anni dalla morte del clown triste

NEW YORK - Ti chiami Robin e per una vita hai sognato di entrare nel cast del «Batman» cinematografico, fosse pure con una inattesa faccia da cattivo come quella di Joker: invece ti hanno preferito Heath Ledger che l’Oscar se lo è così guadagnato alla memoria.

Ti chiami Williams come il più famoso commediografo americano ma tuo padre vendeva automobili Ford e, per avere anche sullo schermo quell’aria da intellettuale che per te sognava la mamma, hai dovuto incontrare al culmine della carriera il professor John Keating de «L’attimo fuggente» (vedi video di seguito). Quella volta hai fatto piangere tutti, tu che sei sempre stato corteggiato come comico e improvvisatore, e per un giorno ti sei sentito un vero attore a tutto tondo. Del resto, su tre nomination all’Oscar, l’unico guadagnato era per un ruolo drammatico: lo psicologo Sean McGuire di «Will Hunting - Genio ribelle» (vedi video di seguito).

Il vero problema di Robin Williams, talento suicida di una generazione di grandi istrioni rivelatisi a Hollywood negli anni ‘80, era la sua capacità di sorridere alla vita. Talento istintivo, tanto ammirato come improvvisatore che quasi da subito i registi gli lasciano riscrivere all’impronta le battute dei suoi personaggi, Robin Williams è il prototipo moderno di Calvero, il tristissimo clown di «Luci della ribalta»: fin da quando sale in palcoscenico il comico sa che per essere amato deve sovvertire la sua natura introversa e malinconica.

Ma vive anche nell’angoscia perenne che qualcuno spenga al suo posto le luci del successo senza nemmeno avvisarlo prima. È allora che a Robin Williams deve essere venuta la tentazione di controllare da solo l’interruttore della luce e spegnerla quando le pressioni si facevano troppo forti.

In passato le classiche armi del depresso di successo (alcool e droga) gli erano venute in soccorso trasformandosi presto però in micidiali veleni autodistruttivi. E Williams era scappato alla morsa dolorosa ritrovando successo e sorriso con la stessa abilità del Genio di Aladino, uno dei personaggi che gli era più caro e lo aveva affermato anche come doppiatore inimitabile, un vero Fregoli delle voci. Ci sarebbe da riflettere su questa passione per il trasformismo che l’attore avrebbe poi sfruttato anche con il mimetismo fisico, emulando e forse superando in «Mrs Doubtfire» il Dustin Hoffman di «Tootsie».

Eppure era proprio nel gioco delle voci che Robin Williams eccelleva e si piaceva. Ancora oggi c’è da rimpiangere che i doppiaggi italiani (pur eccellenti come Gigi Proietti in «Aladino») abbiamo privato gli spettatori italiani dei virtuosismi originali. E forse questa suggestione di nascondersi allo spettatore, di confondersi in un disegno o in una maschera (dal riuscito «Jumanji» al solo sognato «Batman») è l’altra chiave per capire la maledizione dell’istrione che ha colpito Robin Williams a distanza di pochi mesi da Philip Seymour Hoffman.

Nel 2002 l’attore aveva messo in gioco una popolarità da «re del box Office» per una parte da protagonista nel cupo thriller «One hour Photo» diretto da Mark Romanek, affermato regista di clip musicali ma solo al secondo film da autore drammatico. A rivederlo oggi si capisce bene perché Williams avesse voluto ossessivamente quella parte prima rifiutata da Jack Nicholson: nel timido e solitario fotografo che proietta la sua vita in quella degli altri fino a diventare un maniaco omicida, l’istrione rivedeva se stesso e sfidava il suo vero volto.

Non è un caso che nello stesso 2002 avesse accettato la parte di uno scrittore di gialli, tanto affermato in pubblico quanto frustrato in privato, nel thriller di Cristopher Nolan «Insomnia». E non è un caso che anche qui, alla fine, il suo personaggio Finch si riveli come un assassino. I due film non sono di certo tra i più famosi nella sua filmografia, ma ebbero un ottimo successo di critica (vitale per quell’uomo timido che si sentiva un eterno bambino ma voleva il consenso dei grandi) e oggi ci dicono moltissimo sulla molteplice personalità che si nascondeva dietro la maschera del clown.

Foto Keystone
Foto Keystone
Il monologo nel film «Will Hunting - Genio ribelle» (1997).
«O capitano, mio capitano», tratto da «L’attimo fuggente» (1989).
Robin Williams ospite nello show di David Letterman nel settembre del 2013.
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