Col foulard al collo, in cima alle montagne

Una mostra a Torino celebra il legame tra i preziosi quadrati di seta e le alte vette

Col foulard al collo, in cima alle montagne
Il «Jubilaumslauf» di Bally (anni ‘90) e il «Trophée» di Revillon (anni ‘90)

Col foulard al collo, in cima alle montagne

Il «Jubilaumslauf» di Bally (anni ‘90) e il «Trophée» di Revillon (anni ‘90)

Col foulard al collo, in cima alle montagne
«Les Joies de la Montagne» di Hermès (1946) e un «Céline» degli anni ‘80

Col foulard al collo, in cima alle montagne

«Les Joies de la Montagne» di Hermès (1946) e un «Céline» degli anni ‘80

Col foulard al collo, in cima alle montagne
Un foulard di Steff Geissbuhler per Deutsche Bank (anni ‘80) e uno di Ralph Lauren (anni ‘90)

Col foulard al collo, in cima alle montagne

Un foulard di Steff Geissbuhler per Deutsche Bank (anni ‘80) e uno di Ralph Lauren (anni ‘90)

Vi presentano una splendida donna nel foyer del LAC o, mettiamo, tra i sentieri di maggio nel parco del Franz Marc Museum a Kochel am See (struttura da cui molto c'è da imparare a livello di poesia e management). Non importa se è bionda o mora – uno che se ne intendeva, un viveur di vespertini entusiasmi, Alberto Bevilacqua, scommetteva deciso sulle rosse – c'è che è una donna davvero splendida: negli occhi ha una luce di virtù risolta, antica e lussuosa, gli orecchini sono discreti, due gocce di clorofilla Jugendstil, e così la sua giacca di pelle scamosciata, non aggressiva, intima, color dell'ambra baltica. Vive di rendita? Buon per lei. Legge i classici tedeschi? Meglio ancora. Se poi è appassionata di Hölderlin, c'è da innamorarsi.

Ebbene, alzi la mano chi non ha mai cercato, durante un tale fortuito incontro, di immaginare, scoprire e decifrare gli iridescenti desideri nascosti nel disegno del foulard avvolto al collo di quest'angelo di donna, che probabilmente non esiste (il vero uomo, d'altronde, vive d'amor de lonh).

Come che sia, sempre da lì bisogna partire: dal foulard di lei. Esso è simile all'inconscio nella psicanalisi: se c'è un segreto che una donna non vuol pronunciare, o che decide di tacer persino a se stessa, ecco che lo rivela indirettamente tra le pieghe del proprio foulard. Non ci credete?

Chi ha perizia bibliofila, rintracci il breve saggio Il tocco crudele. La passione erotica delle donne per la seta dove Gaëtan Gatian de Clérambault, maestro di Jacques Lacan, spiega come la smania femminile per i tessuti sia un segnale di «automatismo primitivo, di insorgere di istanze che l'Io non può controllare, la voce di un desiderio che non si relaziona con l'altro, ma si completa in se stesso, insomma, un rapporto freddo».

Chi, invece, ha tempo e qualche soldo si conceda un fine settimana di approfondimento dal vivo nella città produttrice dei vermut più evocativi di sempre, Torino, dove il Museo nazionale della montagna ha organizzato la mostra «Foulard delle montagne», aperta fino al 28 maggio.

Qui, studiosi e aspiranti womanizers potranno constatare come i carrè racchiudano interi universi di cultura ed estetica, storia e memoria, sogni sentimentali e sessuali. E se a tutto ciò si aggiunge, come filo conduttore, il tema della montagna, ecco che l'esposizione torinese si rivela tra le più sofisticate – e tra le più «svizzere» – in circolazione questa primavera.

Nato come accessorio d'uso quotidiano e di spiccato senso pratico, il foulard è diventato nel corso del Novecento qualcosa di ben più metafisico: un simbolo di potere (Jackie Kennedy, Margaret Thatcher, Christine Lagarde: grandi indossatrici di foulard e di messaggi subliminali), un'icona di femminilità, un soffice album di stemmi, emblemi, fantasie araldiche e vertiginose simmetrie. E allo stesso tempo un grosso business per quelle maisons di moda il cui elenco può partire da Hermès (leggenda del settore che ha codificato i 36 modi di indossare un foulard) per giungere fino ad Aallard e Daphné, passando per Chanel, Prada, Givenchy, Gucci, Céline, Krizia, Burberrys, Ralph Lauren, Escada.

I carrè, infatti, vivono una stagione commerciale brevissima ma remunerativa. Diventano subito introvabili: chi li possiede tende a non cederli, il loro valore cresce nel tempo, collezionarli è faccenda irta e dispendiosa e c'è persino chi ama «fissarli» per sempre in una cornice, come fossero farfalle. Da questo punto di vista, il Museo della Montagna è riuscito a comporre un fondo davvero egregio di circa 180 pezzi, di cui 169 sono finiti nel notevole catalogo curato da Aldo Audisio, Laura Gallo e Cristina Natta-Soleri. In mostra, invece, ve ne sono settanta, tra i più interessanti.

E chi ha detto che questi leggerissimi quadrati di seta siano una passione per sole donne? «Quando arrivo in vetta a una montagna – disse Reinhold Messner in un'intervista a Alex Langer nel 1980 – io non pianto bandiere ma faccio sventolare il mio foulard». E non è raro vedere uomini, ancor oggi, indossare un cache-col o un ascot, variazioni maschili del foulard.

Esposizione e catalogo camminano dunque «in quota», lungo una suggestiva escursione culturale di sapore lievemente retrò, classica e glamour, a cui possono partecipare entrambi i sessi: dal foulard «Les Joies de la Montagne» di Hermès (1946) fino allo «Jubilaumslauf» creato negli anni Novanta da Bally (fondata nel 1851 a Schönenwald e oggi con quartier generale a Caslano), la fenomenologia delle montagne e degli sport invernali è raccontata in decine di «lampi di seta» con maggior precisione di tanti prolissi programmi tivù. Forse è questo che – intellettualmente – attira in un foulard: la capacità di sintesi. In un'area di 90 centimetri per 90, talvolta 70 per 70, neanche il doppio di un Corriere del Ticino aperto, sono racchiusi interi romanzi, novelle, film.

Chi ha subito capito la potenzialità poetica di questo semplice e inarrivabile pezzo di stoffa è stato naturalmente il cinema, Fellini in primis. Come quando, ne La dolce vita, Mastroianni illumina con un fiammifero i dettagli dei dipinti e Maddalena si annoda il foulard nero intorno alla bocca, suggellando così, scrive Silvia Vacirca, «il fallimento della ricerca di un legame tra significato e realtà». Ma è anche per questa via, si diceva all'inizio, che ci si innamora.

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