Con «Dune» la fantascienza torna in orbita

Grande schermo

Il kolossal firmato da Denis Villeneuve convince sia dal punto di vista tecnico che narrativo

 Con «Dune» la fantascienza torna in orbita
Timothée Chalamet e Rebecca Ferguson nel deserto del pianeta Dune. © WARNER BROS.

Con «Dune» la fantascienza torna in orbita

Timothée Chalamet e Rebecca Ferguson nel deserto del pianeta Dune. © WARNER BROS.

A 54 anni, il regista canadese Denis Villeneuve si è caricato sulle spalle un compito non da poco: quello di riportare in vita alcuni degli universi distopici più celebri nella storia della fantascienza cinematografica che languivano da decenni in un tristissimo limbo. Dopo l’esito più che convincente di Blade Runner 2049, che a 35 anni di distanza dal capolavoro di Ridley Scott ha riproposto l’inquietante mondo dei replicanti, l’autore di Prisoners e di Sicario questa volta si attacca a Dune, saga «maledetta» (vedi sotto) ispirata ai romanzi di Frank Herbert (1920-1986), assente dal grande schermo dal lontano 1984. Protagonista di un duro confronto con la Warner Bros. che lo scorso anno, in piena pandemia, aveva pianificato di far uscire il suo film direttamente sulle piattaforme di streaming, Villeneuve l’ha avuta vinta (Dune ha debuttato alla recente Mostra del Cinema di Venezia) e non si può che ringraziarlo per aver condotto questa lotta. Il suo Dune fa infatti parte di quelle opere che meritano di essere viste al cinema, pena perdere i nove decimi della sua magia visiva e sonora.

«Questo è solo l’inizio»

Diversamente che con Blade Runner, Villeneuve non aveva a che fare con un capolavoro pregresso ma aveva il compito di dare avvio a una saga che impegnerà lui o qualche suo collega ancora per lungo tempo. È infatti quasi paradossale, ma non certo casuale, che un film di ben 155 minuti di durata si chiuda con la frase «E questo è solo l’inizio». Ciò non significa però che in quelle due ore e mezza non capiti nulla. Al contrario, Villeneuve rimette ordine nell’arruffata narrazione del suo predecessore David Lynch, riportando in primo piano alcuni degli aspetti del romanzo del tutto stravolti, o addirittura cancellati, nella versione precedente, come l’importanza e il potere delle donne nella società, le radici nordafricane del popolo dei Fremen (evidenziate dai costumi di Bob Morgan e Jacqueline West e dalle splendide musiche di Hans Zimmer) o gli intrinsechi risvolti ecologici della vicenda. In generale, quindi, la trama risulta molto meno confusa rispetto al film del 1984. La vicenda ruota attorno alle lotte tra alcune grandi famiglie per accaparrarsi il controllo e il commercio della spezia, preziosa sostanza dagli effetti allucinogeni che cresce soltanto sul desertico pianeta di Arrakis (o Dune) ed è indispensabile per la sopravvivenza in questo universo dominato dalla sfuggente figura dell’Imperatore.

Non solo tecnologia

Villeneuve può inoltre contare su una tecnologia molto più sofisticata rispetto agli effetti speciali disponibili quarant’anni fa, ciò che dà origine a immagini spettacolari e di grande poesia (la fotografia è curata dall’australiano Greig Fraser), ambientate dentro scenografie sontuose e monumentali (opera di Patrice Vermette). Ma il regista non punta soltanto su questi aspetti: tutti i personaggi principali risultano approfonditi anche dal punto di vista psicologico. In particolare il trio padre, madre e figlio della famiglia degli Atreides alla quale l’Imperatore affida il controllo di Arrakis per poter meglio giustificare il loro sterminio. Il Duca Leto di Oscar Isaac è un esempio, raro in questo genere di saghe, di lealtà e spirito progressista; la Lady Jessica di Rebecca Ferguson è una potente figura materna ma anche un’implacabile condottiera; mentre Timothée Chalamet riesce a far percepire, scena dopo scena, il sofferto percorso di crescita di Paul, destinato nei futuri episodi a prendere le redini della famiglia e dell’intero universo nei panni di un nuovo Messia. Perfettamente calibrate anche le partecipazioni di Zendaya, Josh Brolin, Javier Bardem, Stellan Skarsgard e Charlotte Rampling. Insomma, con Dune Villeneuve riesce a riportare la fantascienza agli altissimi livelli di kubrickiana memoria, ridandole dignità a livello di contenuti e di forma. Speriamo continui così.

Con «Dune» la fantascienza torna in orbita

Dal sogno di Jodorowsky al flop di Lynch

Quello di Denis Villeneuve non è il primo Dune della storia: dopo una lunga fase di preparazione, nel 1984 Dino De Laurentiis e la figlia Raffaella produssero il kolossal diretto da un allora ancora inesperto David Lynch, che aveva alle spalle solo due film a basso budget come Eraserhead e Elephant Man. Costato la cifra record (per l’epoca) di 45 milioni di dollari, fu un solenne fiasco al botteghino. Al di là di qualche momento geniale, il regista americano pasticcia per 137 minuti mostrandosi del tutto inadatto a gestire le scene d’azione. Ma il «vero» Dune avrebbe dovuto essere girato già a metà degli anni Settanta da quel personaggio assolutamente unico che risponde al nome di Alejandro Jodorowsky. L’autore dei visionari El Topo e La montagna sacra ha l’idea di affidare lo storyboard dell’intero film al celebre fumettista Moebius (3000 disegni originali) e di coinvolgere nel progetto star come Salvador Dalì, Mick Jagger, i Pink Floyd ed Orson Welles. Nessuno a Hollywood però gli darà fiducia e il sogno verrà mestamente accantonato.

©CdT.ch - Riproduzione riservata

In questo articolo:

Ultime notizie: Cultura & Società
  • 1
  • 1