Daft Punk, anche un «amore digitale» finisce

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I robot della musica si sciolgono dopo quasi 30 anni: ripercorriamo la loro carriera - VIDEO

Daft Punk, anche un «amore digitale» finisce
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Daft Punk, anche un «amore digitale» finisce

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I robot hanno sentimenti? Forse no, ma gli omini di metallo della musica tanti ne hanno fatti provare ai comuni mortali. I Daft Punk staccano la spina, e lo fanno con un video, «Epilogue» (estratto dal loro film del 2006 «Daft Punk’s Electroma»), capace di toccare le corde emotive di tutti i fan che sono stati al gioco. Un addio artistico celato dagli immancabili caschi d’oro e d’argento (sono rarissime le foto in cui i due musicisti non li indossano), perché anche se «human after all», pur sempre robot rimangono. Dopo quasi 30 anni di carriera, il duo composto dai francesi Thomas Bangalter e Guy Manuel De Homem-Christo si separa. Sul finire degli anni Novanta e all’inizio del Duemila, quella dei Daft Punk sembrava la musica del futuro, un futuro retrò, fatto di tecnologia minimal: elettronica innovativa, sì, ma in grado di pescare le intuizioni dei tedeschi Kraftwerk, la disco music, il synth-pop, il funk e l’hard rock, tutto filtrato da suoni sintetici, rimescolati, modulati. Hanno contribuito a definire lo stile della musica house francese (french touch) e con il primo album, «Homework», hanno gettato le basi del loro pop-elettronico da dancefloor: si pensi al grande successo «Around the world», con quel basso funky inquieto e saltellante che trascina una cantilena simile ad un robot in cortocircuito (il video di Michel Gondry è un balletto meccanico di uomini in loop, un’intuizione incredibile: sembra di entrare nella mente di un robot che sogna). Nel 2001, con «Discovery», arriva la consacrazione da parte della critica: è l’anno della semplicità synth pop della ballabilissima «Harder, Better, Faster, Stronger», in cui la linea vocale, continuamente modulata, diventa un saliscendi ipnotico. «One more time» è un pezzo che avrebbe potuto sfondare nelle discoteche di Miami sul finire degli anni 70, ma sarebbe riduttivo infilarla nel calderone della disco music. È musica ricodficata e sintetizzata, come la scattante e sincopata «Digital Love», che fa pensare ad un amplesso cibernetico. Nel 2005 esce «Human after all», un mix di hard rock e techno, alla maniera dei Daft Punk, fatto di riff in codice binario, ripetitivi, e vocoder martellanti. «Robot rock» ne è l’emblema. Un disco che divise la critica, sino all’attesissimo ritorno, 8 anni dopo: Random Access Memories del 2013. Un’opera per certi versi romantica. Quasi manierismo funk-electro-pop, ma di grande maturità artistica. Dove i due robottini diventano macchine al servizio degli umani: spiccano infatti le collaborazioni con artisti del calibro di Nile Rodgers, Giorgio Moroder, Paul Williams e Pharrell Williams. Il singolo di lancio è la trascinante «Get Lucky», con Pharrell Williams alla voce e Nile Rodgers alla chitarra. Un capolavoro che non se ne va più via dalla testa. Ma i Daft Punk non sono solo musica, sono colori, immagini e visioni stroboscopiche. Dal film animato «Interstella 5555», ai concerti in cui trascinano il pubblico all’interno di un mondo robotico perfettamente credibile, da fantascienza anni Ottanta (alla Tron). Sembra di essere nella loro realtà alternativa ed è impossibile non stare al gioco: la loro performance al festival californiano Coachella nel 2006 è storia. È un rave di microchip. Con i Daft Punk se ne va un progetto unico nella scena musicale degli ultimi 30 anni. Se ne va il mistero di scoprire se i due robottini d’oro e d’argento avessero veramente un cuore. Il duo francese ha più volte messo in musica il suo lato più umano, e alla fine ci piace pensare che anche i robot hanno sentimenti.

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