Dizionario della resilienza, H come «Halleluja»

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Guida pratico-poetica alla sopravvivenza in tempo di coronavirus

Dizionario della resilienza, H come «Halleluja»
© Pexels/ Luis Quintero

Dizionario della resilienza, H come «Halleluja»

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H come HALLELUJA

Ci sono parole che vanno in lockdown. Lo fanno da secoli, confinate ed escluse dall’uso corrente per ragioni di quarantena. Possono uscire solo quando sono autorizzate, senza eccezioni o deroghe. Una di queste è Halleluja, almeno per i cattolici, che la mettono da parte durante le celebrazioni quaresimali. Halleluja, infatti, è l’esclamazione della gioia da mettere fra parentesi lungo tutti i quaranta giorni che precedono la Pasqua. Viene sostituita da blandi surrogati che hanno l’effetto paradossale di ricordarla in continuazione. La si tace, è rimandata, ma si sa che non è scomparsa o definitivamente cassata. Grazie alla sua disponibilità ad assentarsi per un po’, questa parola ci tiene in contatto con la possibilità, un bel momento, di gioire, creando così un orizzonte, quello del suo ritorno. Nel tempo quaresimale del coronavirus, ci sono alcune cose che scompaiono ma non sono perse, bensì rimandate. In un periodo in cui ad andare in lockdown, a vivere restrizioni e limitazioni sono le persone ciascuno di noi è come un «halleluja» sospeso nelle sue potenzialità che aspetta solo di esplodere quando tutto sarà finito. Come la gioia. Come gli abbracci.

G come GIARDINO
©Pexels/ Daria Shevtsova
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A cosa servono i giardini? Dovessimo rispondere con i criteri produttivi dominanti dovremmo dire: a niente. Sono belli e inutili, tutt’al più decorativi. Già, ma il termine «decorativo» indica qualcosa che «porta decoro». Un giardino, quindi, rende dignitoso anche un terreno che prima era brullo e squallido. Il suo valore aggiunto dipende dalla cura necessaria per ottenerlo. Se vogliamo che rifulga, dobbiamo spenderci ore di attenzione, spine nella pelle, ginocchia affondate nella terra, carriola e mal di schiena. Un sentiero ha bisogno di essere camminato, un giardino di essere curato. Ecco la magia dei giardini, la ragione della loro forza nascosta. Un ottimo motivo per infilarsi i guanti in cuoio e seguire con pazienza la crescita dei germogli, le processioni degli insetti e il mutare dei colori nelle stagioni dentro i tre metri quadri di verde sotto casa. I fortunati detentori di «pollice verde» lo sanno da sempre e si guardano dal parlarne troppo in giro. Certi segreti vanno taciuti. Tutt’al più ne discorrono con le amiche piante, senza ricevere risposte verbali, ma generose ondate d’energia. Dicono che se possedete una biblioteca e un giardino non avete più bisogno di niente. E se fosse vero?

F come FIABE
© Pexels/Josh-Hild
© Pexels/Josh-Hild

Volete mettere i sassolini sul sentiero, come Pollicino, per tornare da dove siete partiti? Le fiabe ci dicono che occorre andare avanti per ritrovare l’equilibrio perduto e non di cercarlo indietro, in ciò che ci si è lasciato alle spalle. Bisogna partire da dove si è. C’è il padre che abbandona i figli, quello che li manda a studiare altrove, chi li caccia di casa perché non corrispondono alle proprie aspettative. E c’è la matrigna che ordina di uccidere la figlia perché più bella di lei... Meno male che esistono i guardiacaccia pietosi! Ad un certo punto, ci dicono le fiabe, quello che sembrava familiare e rassicurante non lo è più... lo viviamo oggi nel pieno di un dramma planetario. La vita, come certi genitori delle fiabe, non sempre usa i guanti di velluto. Alla perdita di un regno, di una sicurezza, di una casa o di una famiglia corrisponde l’autentica possibilità di conquistarne una nuova. Leggere le fiabe dunque, non ci fa tornare piccoli. Se non ci crediamo, perdiamo la condizione del bambino che non è la giovinezza, ma la possibilità di crescere anche quando le cose si mettono male. Perciò, avanti: rispolverate fiduciosi quella vecchia edizione dei Grimm che tenete in libreria nel secondo ripiano tra Moby Dick e il catalogo su Giotto.

© Pexels/ Yuri Manei
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E come ENTUSIASMO

C’è ancora spazio per l’entusiasmo nel vocabolario (per lo più anglofilo) della pandemia? Eppure, entusiasmo è più di una parola, è la sentinella del nostro benessere. Quando non sentiamo più la sua spinta si smorza lo slancio della vita, subentrano noia, ripiegamento, perdita del gusto... come quel sintomo che sembra segnalare, assieme alla scomparsa dell’olfatto, la presenza della COVID-19: perdere l’entusiasmo è non percepire più il sapore delle cose. Non basta un virus qualunque per togliercelo, a volte è sufficiente la quotidiana routine, anche senza complicità virologiche. Che sia qualcosa di speciale lo dice l’etimologia. La parola deriva dal greco «enthus» o «en-theos», cioè avere un dio dentro. E cosa c’è di più divino della capacità di creare e dare vita? Perdiamo l’entusiasmo non quando siamo afflitti da una preoccupazione, colpiti da una malattia o piegati da una crisi, ma quando ci dimentichiamo di essere detentori di una scintilla interiore. Per risvegliarla a volte è utile occuparsi degli altri, fare una cosa semplice per una persona vicina: un gesto di attenzione, un piccolo dono, una chiamata o un biglietto. La sua soddisfazione avrà il potere di restituirci oltre ai sensi intorpiditi il sapore della vita.

D come DOLCEVITA
© PEXELS/ NÉO RIOUX
© PEXELS/ NÉO RIOUX

Ai tipi calorosi non piace la sensazione troppo avvolgente del dolcevita sul collo. Ma quando le dita del solletico lavorano giù in fondo alla gola, quello strato morbido in più tra testa e torace è un balsamico scacciapensieri, la barriera di protezione dallo spiffero infido, l’armatura di cotone che può scongiurare notti infernali scandite dai colpi di tosse. Abbiamo detto tosse, parola-tabù in tempi impauriti come questi, malanno passeggero che nell’ansia da COVID ti esclude dal mondo dei puri e dei sani anche quando è un risibile raffreddore. Ma allora copritevi! Resilienza è protezione anche dalle cose da poco, dall’ombra di un sospetto, dal timore di contagiare gli altri con un sorriso. Se fuori piove la pandemia, non è insignificante rifugiarsi nella semplice caramella alle erbe da far sciogliere in bocca, nel the alla melissa, nelle coccole al mentolo. Dolcevita, lo dice il nome, è rendere piacevole l’esistenza, morbido ciò che è ruvido, zuccherato ciò che è amaro, è stringersi tra panni e pensieri caldi, privilegiare il tocco leggero, la delicatezza, la cura sorniona di sé e dell’altro. Basta poco: una sciarpa, una coperta, una carezza ed è subito dolce vita.

C come CURA
© PEXELS-PIXABAY
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Un fiore sul tavolo, un biglietto, un bacio soffiato, una visita inattesa. Senza scomodare i miti antichi, bisogna ammettere che la cura ha da sempre avuto i suoi santi in paradiso, a partire dagli antichi romani dove alla sua personificazione mitologica veniva affidato l'uomo tutto intero, anima e corpo. Come a dire che non c'è cura del corpo che non sia anche cura dello spirito e viceversa. Il cristianesimo ne ha poi associato la pratica ad una schiera di santi, tutti caratterizzati dall’interesse e dall’attenzione per le fragilità umane. Ad essere precisi, una volta saliti agli onori degli altari, quegli uomini che in vita si sono spesi nella cura del prossimo in Terra sono passati al fronte della guarigione dei sofferenti dal Cielo: una promozione sul campo. Non essendo (ancora) santi, il tempo della cura (che non sempre porta alla guarigione) appartiene all’uomo sulla Terra. A ciascuno di noi è affidata la capacità di attenzione, partecipazione, vicinanza. Il buon esercizio della cura, di sé e dell’altro, non è esclusivo del tempo della malattia, dovrebbe appartenere alla quotidianità. Mettere cura nelle cose è un buon investimento sia nei giorni della salute che in quelli dei malanni. Quando si sta bene aiuta a prevenirli, quando la situazione è difficile aiuta a renderli più sopportabili.

B come BELLEZZA
© PEXELS-PIXABAY
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Il dolce frastuono del mare, ecco cosa manca a noi svizzerissimi orfani delle vacanze balneari. Anche di questo ci ha privato il coronavirus. Eppure, dall’arsenale della resilienza possiamo estrarre armi efficacissime contro la frustrazione e la mancanza di salsedine. Una delle più forti è la bellezza. Possiamo essere poveri in canna, ma nessuno può privarci dello struggente spettacolo del mondo in cui viviamo immersi. L’autunno è una sinfonia di colori caldi che danzano sulle strade spazzate dal vento. L’inverno è una finestra da cui si intravede il fuoco di un camino nella notte. Non c’è potenziale lockdown che ci impedisca di accorgercene, di abbandonarci all’abbraccio ristoratore dei boschi, al verde rinvigorente dei prati, all’ascolto rispettoso del silenzio nella solennità delle montagne. Il bello non lo puoi comprare, non è un lusso per miliardari. O lo vedi o non lo vedi. O lo cerchi o non lo cerchi. È alla portata di tutti. Si nasconde nel riflesso del sole nello specchio, negli occhi lucidi di un cane, nelle liriche di un poeta irlandese, nel ritmo sincopato di un’improvvisazione al sassofono. Ci vivi dentro ma troppo spesso non te ne accorgi. Apri gli occhi, spalanca il cuore: è lì proprio per te.

A come ALTALENA
©Pexels/Thiago Lemberg
©Pexels/Thiago Lemberg

Tra i diritti umani più sacri e irrinunciabili bisognerebbe includere quello all’altalena. Se sei un bambino non hai neppure il problema di rivendicarlo: ci salti sopra, ti fai spingere da un adulto o da un compagno e la felicità è lì, nell’andirivieni a pochi centimetri dal prato spelacchiato del parco, le gambe a penzoloni, le guance rosse e brucianti nell’aria fresca che accarezza la faccia. Se sei un adulto, invece, vorresti tanto farlo ma magari, per pudore, ci rinunci. Se l’hai provato anche solo una volta, il piacere dell’altalena è un mistero indimenticabile e perfetto. Pare impossibile che la gioia si riattivi facendo su e giù sopra il nulla con le mani aggrappate a due catene: eppure succede, il peso del tuo corpo svanisce, voli, cacci urla e chiudi gli occhi. Succede anche se hai ottant’anni. Partiamo da questo sogno per la prima voce del nostro dizionario della resilienza in tempo di coronavirus, dall’immagine potente e poetica di un vecchio che oscilla felice sopra i cattivi pensieri. Cercatevi la vostra altalena, reale o metaforica, perché la vita oscilla sempre tra il bene e il male. Nel costante l’andirivieni tra paura e coraggio, la felicità sospende tutto e scaturisce per incanto dalle cose più semplici.

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