È morto Rutger Hauer, attore cult di Blade Runner

Lutto

È deceduto in Olanda all’età di 75 anni - Indimenticabile il suo monologo nel film di Ridley Scott - L’intervista rilasciata al CdT nel 2014 - VIDEO

 È morto Rutger Hauer, attore cult di Blade Runner
(Foto CdT)

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 È morto Rutger Hauer, attore cult di Blade Runner

È morto Rutger Hauer, attore cult di Blade Runner

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È morto Rutger Hauer, attore cult di Blade Runner

AMSTERDAM - È morto l’attore Rutger Hauer, famosissimo per il ruolo di replicante nel capolavoro fantascientifico Blade Runner. Aveva 75 anni. La conferma è stata data dall’agente Steve Kenis a Variety, a cui ha spiegato che l’attore è morto il 19 luglio «dopo una breve malattia» nella sua casa olandese, e il funerale si è svolto oggi. Il suo celebre monologo (video) pronunciato nel film di Ridley Scott del 1982 è entrato di diritto nella storia del cinema. Rutger Hauer ha lavorato a più di 170 pellicole, tra cui numerosi cult come Osterman Weekend (di Sam Peckinpah), Ladyhawke (di Richard Donner), The Hitcher (di Robert Harmon), Furia cieca (di Phillip Noyce), Sin City (di Robert Rodriguez e Frank Miller), Batman Begins (di Christopher Nolan), fino al suo ultimo ruolo, nel 2018, nel film I fratelli Sisters del regista francese Jacques Audiard. Nel 2014 aveva partecipato al Locarno Film Festival come presidente della giuria dei Pardi di domani.

Pubblichiamo qui di seguito ampi stralci dell’intervista che Rutger Hauer rilasciò al nostro giornale nel 2014, quando fu tra gli ospiti del 67. Locarno Film Festival e guidò la giuria del concorso di cortometraggi dei Pardi di domani.

Ne ha viste di cose Rutger Hauer. E continua a tenere i suoi occhi di ghiaccio bene aperti e i piedi per terra. A Locarno per presiedere la giuria dei Pardi di domani, l’attore olandese non smette di stupire per energia e schiettezza. Uno che, sceso dall’aereo ad Agno, per arrivare a Locarno si è noleggiato la motocicletta con cui è in giro in questi giorni. «Viaggio molto – ci racconta –. La gente a Lugano è stata così gentile e mi hanno proposto un così buon affare che non ho potuto non prendere la moto. C’erano un paio di strade che volevo percorrere qui attorno. È bello guidare in giro, è bello vedere qualcosa oltre che parlare con la gente e fare film».

È mai stato da queste parti prima?

«Non qui. Ma sono già stato in Svizzera. Ho fatto il macchinista in un teatro di Dornach, non lontano da Basilea. Ero stato nell’esercito per cinque mesi. Era abbastanza. Così mi sono preso una pausa. Ero andato a una Scuola Steiner, i miei genitori mi hanno detto “perché non provi là?”. È stato molto divertente».

Lei in gioventù ha avuto un’esperienza come marinaio. C’è qualcosa in comune tra il navigare e il recitare...

«I miei anni come marinaio mi hanno aperto il mondo, mi hanno preparato a stare per molto tempo lontano da casa. Stavo scoprendo il mondo allora e attraverso il mio mestiere sono tuttora alla scoperta. Il fatto di avere una motocicletta fa parte di questo. Sono ancora alla scoperta, in tutto quello che faccio, che sia essere qui come membro di giuria o fare film. Voglio vedere quello che c’è in giro. Non voglio perdere il contatto con le cose. Odio essere un turista».

E quando ha scoperto che voleva fare l’attore per vivere?

«L’ho realizzato nel 1985, quando stavo girando The Hitcher e avevo già fatto una ventina di film. Non ero sicuro che questa fosse una carriera e non ne sono sicuro ancora adesso, mi spiace dirlo. Questo non è affatto un mestiere sicuro e una carriera che va sull’arco di trent’anni è quasi impossibile. Ma, sono qui. La verità è che la mia professione, la mia carriera, è veramente difficile. Prima di tutto devi avere in testa che non ti devi gonfiare come un pallone. La seduttività del nostro mestiere è difficile da maneggiare. Niente è mai lo stesso, tutto è ogni volta diverso. Questa è fantasia, è Disneyland, viviamo in un mondo fittizio digitale».

Ha recitato ruoli che hanno lasciato un segno profondo nel pubblico. Tra questi c’è quello di Roy Batty, il replicante di Blade Runner. Prova un particolare affetto per questa parte?

«Per il ruolo e per il film, sì. L’ho vissuto come fosse il primo ballo, l’ho sentito molto dentro di me. Ero in sintonia con la storia, con Ridley (Scott, il regista, n.d.r.). Ero in acque che conoscevo. Era difficile trovare un pubblico per quel film. Il pubblico a Los Angeles era tipo: “Oh mio Dio, questa non è L.A., questo non è il nostro futuro”. Ma quel film continua a tornare e tornare perché il pubblico lo vuole. Solo i film durano così tanto».

Uno dei motivi per cui il film ha lasciato questa grande impressione è il famoso monologo «Tears in Rain», lacrime nella pioggia, pronunciato dal personaggio di Roy morente. Qual è stato il suo apporto?

«Ho scritto una frase: “Tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia”. Il poeta in me e io come attore pensavamo che un monologo come quello arrivasse troppo tardi nella storia e fosse troppo lungo. Quando finisci le batterie fai meglio a sbrigarti. Ho detto a Ridley: “Deve essere veloce”. E lui è stato d’accordo. Così ho salvato due frasi che sentivo avessero magia dentro e ho pensato a come potevo trovare una frase che dicesse come si sentiva Roy. Questa frase mi è arrivata alle 4 del mattino. Grazie al cielo è piaciuta anche a Ridley. Nel film ci sono diverse morti melodrammatiche. Io sentivo che questa invece doveva essere semplice. Se guardi le altre parole, i raggi-c, le astronavi in fiamme, le porte di Tannhäuser, sono tutte sullo spazio, non sulla vita. Il monologo è sulla vita e la sua bellezza. Ma è impacchettato in modo molto strano e mi piace molto».

Qual è la parte migliore del suo mestiere di attore?

«La gioia, vedere come questa finirà nel film e poi vedere come il pubblico la recepirà. Non riguarda quello che dice la stampa, ma come la prende il pubblico. È come un grande gioco, fai finta di essere questo o quello e fai tutto quello che puoi per renderlo credibile, per rendere credibile l’illusione. Quello che mi piace di più è che un personaggio è come un disegno schizzato, non è una vera persona, è come una mappa sul gps, dove non c’è tutto quanto. Tutto è in una prospettiva in movimento, tutto il tempo. Ma finisce sempre con quello che il pubblico pensa di aver visto».

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