Enzo Biagi, indimenticabile «testimone del tempo»

L’anniversario

Cent’anni fa nasceva il celebre giornalista italiano, tra le figure più importanti dell’intero Novecento da lui raccontato con garbo, pacatezza ma sempre con straordinario acume - Doti che per un decennio mise al servizio anche del «Corriere del Ticino»

 Enzo Biagi, indimenticabile «testimone del tempo»
Enzo Biagi era nato il 9 agosto 1920 ed è morto il 6 novembre 2007. © CdT/Archivio

Enzo Biagi, indimenticabile «testimone del tempo»

Enzo Biagi era nato il 9 agosto 1920 ed è morto il 6 novembre 2007. © CdT/Archivio

«Ho sempre sognato di fare il giornalista, lo scrissi anche in un tema alle medie: lo immaginavo come un “vendicatore” capace di riparare torti e ingiustizie [...] ero convinto che quel mestiere mi avrebbe portato a scoprire il mondo». Così scriveva in un suo libro di memorie Enzo Biagi, uno dei più importanti giornalisti italiani del XX secolo sia nella carta stampata che in televisione, del quale si ricordano i cent’anni dalla nascita, avvenuta il 9 agosto 1920 a Lizzano in Belvedere, nel bolognese. E in effetti così è stato: nel corso della sua carriera (che ha avuto anche una felice parentesi anche nel nostro giornale) Enzo Biagi il mondo lo ha girato in lungo e in largo, raccontandolo, sempre in modo pacato, con straordinaria lucidità riuscendo a cogliere di ogni fatto, ogni personaggio, ogni situazione, gli aspetti più interessanti e profondi.
Un giornalismo, il suo, preciso, pulito, che non faceva sconti a nessuno e da lui vissuto – ricordava qualche anno fa sul nostro giornale Ferruccio de Bortoli – «come una religione civile». Una cifra stilistica che Enzo Biagi aveva forgiato nel corso di una lunga carriera iniziata dal basso, da quando appena diciottenne durante gli studi cominciò a collaborare quale cronista al «Resto del Carlino». Poi finita la guerra (che aveva trascorso unendosi ai gruppi partigiani di Giustizia e Libertà), nel 1952, la sua prima direzione, quella del settimanale «Epoca» e l’inizio della sua collaborazione con la RAI. Che nel 1961 lo chiamò a dirigere il Tg e dove, l’anno seguente, fondò il primo rotocalco televisivo. Lasciata la direzione del Tg passò a «La Stampa» come inviato dove rimase una decina di anni, trasferendo in seguito la sua firma su «La Repubblica», il «Corriere della sera» e «Panorama», senza tuttavia mai abbandonare la RAI dove ha dato vita a numerose trasmissioni – Dicono di lei, Proibito, Film dossier, Linea diretta, Spot, Il caso... – dedicate soprattutto a incontri con grandi personaggi. E sono state proprio le interviste uno dei punti forti del suo mestiere. «Io faccio tutte le domande, anche quelle scomode, anche quelle più proibite e le faccio guardando dritto in faccia il mio interlocutore, senza riguardo», era solito vantarsi. Il suo legame con la RAI si intensificò negli anni Novanta quando iniziò a dar vita ad un programma ogni anno: scadenza rispettata fino al 2002 con l'ultima puntata de «Il Fatto», appuntamento quotidiano di grande ascolto in onda per oltre 700 puntate dal 1995 e concluso dopo una polemica a distanza con l’allora premier italiano Silvio Berlusconi. In seguito tornò sul piccolo schermo nel 2007 con uno spazio cui, emblematicamente, diede il titolo della sua prima apparizione in tv: Rt-Rotocalco televisivo. Sul fronte librario Enzo Biagi ha invece lasciato una ricchissima bibliografia , fatta di oltre 80 saggi di carattere storico e documentaristico ma anche tra memoria e narrazione.
Malgrado avesse scavato per tutta la vita attorno all'esistenza anche intima di molte personalità, Enzo Biagi parlava pochissimo di sé e dei propri sentimenti. Si compiaceva nel raccontare gli amori degli altri, ma dei suoi diceva solo «sono sposato da sessant'anni sempre con la stessa donna» (intervista al Corriere del Ticino, agosto 2000). Distaccato sui politici «La politica», sosteneva, «è la più alta espressione dell'impegno di un uomo: gestire le cose di tutti. Ho rispetto per i politici», concludeva, «meno per i politicanti».

Biagi e il CdT: pillole di grande giornalismo

Amico della Svizzera («È un Paese ordinato che ha avuto sempre rispetto dei suoi impegni e che rappresenta un modello di convivenza civile per tutto il mondo», disse più volte) Enzo Biagi è stato per quasi un decennio (dal 1994 e il 2003) un collaboratore del nostro giornale firmando tre serie di rubriche: L’album di Enzo Biagi, Brevi incontri e Lettera ad un amico svizzero, nelle quali proponeva riflessioni di costume, ponendosi quasi sempre in secondo piano, citando in abbondanza gli autori preferiti (spesso conosciuti di persona): pillole di grande giornalismo nelle quali emergeva da una parte il gusto per il dettaglio, la descrizione accurata e veritiera, mai sensazionalistica, della realtà. E dall’altra il piacere dell’annotazione di costume, spesso ironica e disincantata. Come quando scrisse « C’è sempre una sfumatura di tristezza quando si vede un uomo anziano accompagnarsi a una donna giovane, e viene in mente quanto diceva il vecchio Clemenceau a una giovane amica: “Io t’insegnerò a vivere, tu m’insegnerai a sognare”».

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